daydreaming.
22 agosto 2026 § Lascia un commento
giusto un’altra playlist da ascoltare tra me e me, e chi vuole. elettricità lynchiana, sogno o incubo. a piacere nostro. come le allucinazioni dell’ultimo libro di mccarthy. un buon giorno oggi, dice il maestro. staremo a vedere. anzi, a sentire. l’inferno è sempre dietro l’angolo.
✨
[…ever since daydreaming became a form of dissociation, i’ve lost all sense of time. to be electric or not, that is the question: i’m so wild. just another lynchian dream. good day today, get into the groove]
“Electricity” – Captain Beefheart & And His Magic Band
“I Don’t Know What Time It Was” – Charlie Parker
“For Now And Forever” – Trans Am
“Good Day Today” – David Lynch
“Economic Train” – Lee “Scratch” Perry & Mouse On Mars
“Into The Groovey” – Sonic Youth
“See What You Say” – Lonesome Leash
“Untitled” – Animal Collective
“Molly & Aquafina” – Dean Blunt
“Subtle Bodies” – Carmen Villain
“Tropic Of Cancer” – Panda Bear
“Party Girl” – Michelle Gurevich
“Work” – Lou Reed & John Cale
“Walkin’ With Jesus” – Spacemen 3
“Please Stay” – The Cryin’ Shames
“Let’s Go Swimming” – Arthur Russell
“Steven’s Sunshine Rejected” – Croz Boyce (Avey Tare + Geologist)
“Hell Is Round The Corner” – Tricky & Martina Topley-Bird
“LN60: Jupiter Opposite Jupiter” – Dagmar Zuniga
“Old Fashioned Morphine” – Julie Holland
“Electricity” – Spiritualized
tenebre.
9 agosto 2026 § Lascia un commento
«…cosa succede quando moriamo? Cosa succede quando il corpo cede, il cuore si ferma e si spengono le luci? È la fine? Ci ritroviamo di fronte a un’eternità di nulla, di vuota e infinita non esistenza? O forse il genere umano è qualcosa di più del mero corpo fisico? Abbiamo un’anima, uno spirito o una coscienza capaci di trascendere la morte del corpo?».
Cosa succede dopo la morte, cosa c’è? Questa la domanda delle domande a cui l’uomo da sempre cerca risposta, fin dai tempi in cui dipingeva l’altro mondo sulle pareti delle buie caverne e preparava il defunto al viaggio infinito. Una domanda a cui l’uomo ha sempre cercato risposta, in un modo o nell’altro, con mezzi più o meno scientifici; certo, la scienza è andata avanti, gli strumenti sono migliorati, e se guardiamo ai tempi passati può scappare un sorriso di sufficienza, ma ricordiamo che la morte è pur sempre il dolore più grande che può provare un essere umano in vita, e quindi non è certo da biasimare chi fa di tutto, con qualsiasi mezzo, per crederci e comunicare con chi è andato al di là.
Questo libro – Cacciatori di tenebre, di Ben Machell – racconta appunto, come da sottotitolo, i casi del detective dell’occulto Tony Cornell, membro della Società per la Ricerca Psichica fondata nel Regno Unito nel 1882 nel pieno fiorire dello Spiritismo, che ha dedicato una vita intera a rispondere a quelle domande oscure che si nascondono nell’animo umano, cacciatore di quelle tenebre non per forza cattive, ma semplicemente misteriose. Poltergeist e fantasmi, colpi e rumori, tavolini che ballano e cucchiaini che si piegano: tanti i casi presi in esame da Cornell e colleghi, nel tentativo di capire e accendere almeno un lampo di luce nel buio.
Tutto nasce da un evento che Cornell non riuscirà mai a spiegarsi fino alla fine dei suoi giorni, un incontro con un santone indiano che improvvisamente si trova a chilometri e chilometri di distanza quando giusto un attimo prima stava conversando faccia a faccia con lui: com’è possibile una cosa del genere, esiste una realtà altra e nascosta? Il santone vuole dimostrare che esiste una realtà diversa da quella che vediamo e tocchiamo, e d’altronde se anche volessimo affidarci alla religione scientista avremmo i nostri bei problemi, infatti la stessa fisica non sempre si trova in accordo con se stessa, la meccanica quantistica è diversa dalla teoria della relatività, e la scienza a volte ci mette del tempo a spiegare l’inspiegabile, mutando giustamente nel tempo.
Tra le pagine di questo libro troviamo quindi descritti tanti casi in apparenza inspiegabili, tutti casi affrontati con calma e razionalità da Cornell, fino a spiegarli con empatia e semplicità, perché sì, la maggior parte delle volte si tratta semplicemente di casi umani: un bambino dispettoso che si fa poltergeist, un adulto problematico che per un motivo o per un altro cerca semplicemente attenzioni, oppure ancora più semplicemente una truffa messa in atto da abili medium in grado di capire le debolezze di chi si trova davanti. Eppure qualcosa di inspiegabile resta, come una voce disincarnata che non dovrebbe sentirsi, una presenza che non dovrebbe esserci, una carta indovinata non si sa come… E allora, che si fa? Esiste forse, così come ipotizzato da uno dei membri della società di cui sopra, un campo percettivo comune che al di là dei sensi unisce gli esseri umani permettendo l’accadere di fenomeni come telepatia o psicocinesi?
Oggi tutta la ricerca sembra essersi spostata sul web, a un certo punto sembrava fosse diventato difficile ricreare tutte quelle “truffe” di inizio secolo, eppure adesso basta aprire youtube per essere subissati da una valanga di video più o meno misteriosi, adesso si monetizza così. L’interesse resta, la ricerca continua. Certo, sarebbe stato così semplice se solo uno dei tanti indagatori dell’occulto fosse tornato indietro, anche solo per un attimo, per raccontarci cosa c’è aldilà… Tutto quello che resta invece sono solo vecchi scatoloni ingombri di cose, e pagine scritte che non lasciano un granché, se non un mesto senso di insoddisfazione.
«Se si vuole confutare la legge secondo cui tutti i corvi sono neri, non occorre provare che non ci sono corvi neri. Basta dimostrare l’esistenza di un solo corvo bianco».
love.
8 agosto 2026 § 1 Commento
io sono sempre triste ma mi piace di sorprendermi felice insieme a te… ovviamente si parla di musica, non vi fate strane idee. una playlist fresca fresca, anche un po’ cinematografica. per me, e per chi vuole.
❤️✨
“E se” – Cosmo
“Flower Moon” – Durand Jones & The Indications + Aaron Frazer
“Just Like Honey” – Jesus And The Mary Chain
“Girls” – Death In Vegas
“Photography” – Arcade Fire & Owen Pallett
“Orange County” – Gorillaz
“O Stars” – Josephine Foster
“The Roving” – Bonny Light Horseman
“Cerchi Nell’Acqua” – Paolo Benvegnù
“Theme From Eternal Sunshine From The Spotless Mind” – Jon Brion
“I Love Her Shadow” – Arcade Fire
“This Could Be…” – Nia Archives
“Everybody’s Gotta Learn Sometime” – Beck
“Harbour (Song For Elizabeth)” – Beverly Glenn-Copeland
“Baran” – Calid
“Hot Dreams” – Timber Timbre
“Love Will Tear Us Apart” – Joy Division
“I’m In The Mood” – John Lee Hooker
“True Love Will Find You In The End” – Daniel Johnston
“Wanda, stai seria con la faccia ma però…” – Paolo Conte
ceuta.
1 agosto 2026 § Lascia un commento
c’erano una volta i poveracci che partirono alla volta del nuovo mondo per una nuova vita. lì nella nuova terra il sogno si avverò, e i poveracci si fecero ricconi. ma nel frattempo altri poveracci avevano continuato a nascere, peccato non fossero più liberi di cercare una nuova vita in una nuova terra, così era stato deciso. i ricconi avevano dimenticato di quando i poveracci erano loro, e non volevano più nessuno perché, certo, non avrebbero voluto dividere con nessuno quello che adesso era solo il loro, così pensavano. ma cosa succederà il giorno in cui i poveracci saranno più dei ricconi. forse manca poco, o forse quel giorno è già arrivato. e la paura non avrà più dominio, perché a quel punto si tratterà solo di vivere o morire. e la vita vince sempre, al di là di ogni potere.

ketamina.
15 luglio 2026 § Lascia un commento
«I più raffinati esperti di psichedelia hanno riferito che è stata l’esperienza più piacevole che abbiano mai provato e hanno espresso il desiderio di continuare l’esplorazione».
(Marcia Moore, sacerdotessa della ketamina)
Si esce frastornati dalla lettura di questo libro, una selvaggia e avventurosa disamina di questa sostanza multiforme, o anche dissociati, forse parola più adatta, visto l’effetto anestetico della ketamina, sostanza appunto sfaccettata e fondamentalmente ambivalente, paradiso o inferno non è facile stabilirlo. Tanti sono i nomi con cui l’autore la chiama e definisce: ketamina, keta, vitamina k, ketch, special k, k, kit-kat, perché tante appunto possono essere le sensazioni provate, o non-provate. Un testo, quello di Carlo Mazza Galanti costruito per brevi capitoli aneddotici, lì dove ogni episodio aggiunge, o toglie, qualcosa al totale, se mai può esserci un quadro d’insieme: sembra di navigare incorporei nel cyberspazio di gibsoniana memoria, uno spazio/matrice oscuro lì dove si ergono molteplici forme geometriche, luminescente ognuna del proprio colore, opaco o brillante che sia; un testo che è costruito come un ipertesto analogico, lì dove ogni parentesi rimanda a un capitolo altro, una pagina ulteriore a cui saltare, o tornare, per cercare la totalità di cui sopra. E tutto questo è giusto, questa ambiguità, questa confusione, questo disorientamento, perché come recita l’adagio, la ketamina dà, la ketamina prende, ma difficile per il coraggioso psiconauta sapere poi cosa avrà avuto, e cosa avrà perso.

Sfogliando le pagine di questo libro, su cui campeggia un bellissimo delfino argenteo pixellato non a caso, o anche solo leggendo i titoli dei capitoli, ci si rende conto di quante siano le storie che può raccontare una sostanza come la ketamina e di come sia affascinante la struttura messa insieme dall’autore, per parlarcene. Particolarmente affascinante proprio data la natura della sostanza che parla lingue altre, così come sostenuto da chi torna da un viaggio che spesso presenta i tratti del sogno lucido, e un’ambientazione che potrebbe talvolta apparire come una fabbrica abbandonata occupata da alieni. Naturalmente, come per tutte le sostanze, anche per la ketamina si è tentata l’appropriazione da parte del governo, per utilizzarla ai propri scopi, controllo mentale e sottomissione fisica, il solito esperimento militare per capire prima e usare poi l’essere umano a opera di scienziati corrotti dall’innocenza perduta. Ultimamente si è anche tentato il ritorno alla cosiddetta medicalizzazione della sostanza, d’altronde sempre di un anestetico stiamo parlando, un semplice spruzzino per provocare prima e controllare poi la malattia psichica, ma – parafrasando il mai troppo compianto Mark Fisher – perché curare l’umano se è il sistema a essere malato?

Molto meglio quindi l’uso selvaggio ed esplorativo degli avventurosi psiconauti qui raccontati spesso attraverso esperienze e parole proprie, esperienze e parole che ci raccontano di quanto possa essere attrattivo e spaventoso allo stesso tempo dissociarsi da se stessi per entrare in un fuggevole mondo lì dove si vede ciò che si è ma anche ciò che non si è: come se il nostro cervello diventasse arto fantasma, che continua a essere lì dove in realtà non è più (non sarà certo un caso che in Sirat di Oliver Laxe si continui a ballare nonostante gli arti amputati). Un mondo dove si cerca la comunicazione interspecie, con i delfini di cui sopra per esempio, ma che allo stesso tempo ci rende inabili alla comunicazione interpersonale proprio per il crollo del linguaggio al grado zero: la ketamina avversata dai raver duri e puri schifati dalla massa di zombie strafatti di questa sorta di eroina psichedelica… Eppure c’è più vita di quanto ci si possa immaginare lì dentro, altri mondi, altre vite: un cervello che continua a pensare, un’anima che continua a brillare, alla ricerca del samadhi, unione assoluta e finale nell’universale, mente alveare, telepatia. Immergersi in una vasca di deprivazione sensoriale (come accade in Altered States di Ken Russell), anestetizzarsi per superare la sofferenza del corpo/prigione e arrivare al di là, nonostante il tutto possa trasformarsi in un Aldilà: è capitato, ma chi può dire se il Bardo non ci possa regalare altro (vedi Enter The Void di Gaspar Noé). Paradiso o inferno, ci si chiedeva all’inizio e ci si chiede ancora alla fine, tra paranoia e accettazione, dissoluzione dell’ego e/o esperienza di pre-morte, caricare una nuova mentre dentro di sé, ritorno alla vita, psichedelia? Sarà il k-hole a rispondere, inventando un futuro lì dove la luce in fondo al tunnel, incerta e sconosciuta, ha nuove risposte, forse.
«Perso nell’oblio. Oscuro, silenzioso e completo. Ho trovato la libertà. Perdere ogni speranza era la libertà».
(Chuck Palahniuk, Fight Club)
trip.
4 luglio 2026 § Lascia un commento
stamattina ho ascoltato questo vecchio ep live dei sonici, un cd nella confezione doppia limitata di washing machine, e mi sono quasi commosso. non credo di aver mai più ascoltato delle chitarre così, così libere e selvagge. ho assistito a parecchi live devastanti e chitarristici, certo, ma delle chitarre suonate così proprio no. ancora ricordo la prima volta che vidi i sonic youth, un viaggio notturno di 800km circa da napoli fino a jesolo per vederli la prima volta, il tour di a thousand leaves: appena partirono quelle chitarre e il pubblico cominciò a ondeggiare fu incredibile, ricordo vivamente quella sensazione, anche se ovviamente non posso riviverla, purtroppo, se non attraverso qualche parola. e poi quella volta che andai al primavera sound, la prima volta, sempre per loro, per la riproposizione intera di daydream nation, la prima data: ero in prima fila e le chitarre erano così forti che dovetti infilarmi dei fazzoletti di carta nelle orecchie (cosa che non mi è mai più accaduta, nemmeno con gli swans o i my bloody valentine, per dire). e poi quella volta a ostia antica, quando partì schizophrenia: un momento magico. forse è solo un fatto di gioventù (sonica, ovvio), che tutto quello che viene da lì è sacro, una nostalgia che ci frega sempre (magari anche per delle cose che alla fin fine meglio che siano andate perdute), o forse davvero i tempi sono cambiati, chissà. non lo so, e nemmeno ha importanza. l’importante è che restano i dischi, e pure qualche bel ricordo, sì.

We can’t see clear
But what we see is alright
We make up what we can’t hear
Then we sing all night
honeycomb.
26 giugno 2026 § Lascia un commento
una playlist fatta più di 10 anni fa che ancora regge il passare del tempo. alle mie orecchie, almeno.
era uscito questo singolo degli animal collective (incredibile che ancora non tutti lo ritengano il gruppo più importante del mondo), e loro chiesero di fare una compilation con il singolo – honeycomb – e altra roba che ci piaceva. e io compilai.
enjoy!
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“Blue Dream” – Jeans Wilder
“Gnossienne No. 1” – Chicha Libre
“Cape Cod Kwassa Kwassa” – Vampire Weekend
“Still Sound” – Toro Y Moi
“Gee Up” – Kindness
“Lost” – Frank Ocean
“Flamenco Sketches” – Miles Davis
“Terra Incognita” – Atlas Sound
“Space” – Thurston Moore
“Astral Traveling” – Pharoah Sanders
“Illuminated” – Arto Lindsay (Auguri/Delegada)
“Honeycomb” – Animal Collective
“Slow” – Twin Shadow
“Glory To The Sound” – The Skatalites
stortu/porco.
16 giugno 2026 § Lascia un commento
Combattere è bello?, si chiede o afferma il generale dall’accento nordico a un certo punto dello spettacolo, sì, ma per cosa. Potere, ricchezza, un pezzo di terra? Un semplice pezzo di terra, sì, per un umile contadino calabrese può essere la svolta, un cambio di vita, ma a che prezzo. Rocco diventa storto tornato dalla guerra, o lo era già prima? Questa la domanda che risuona dentro alla fine di questo spettacolo, Roccu u stortu – Una guerra infinita, pluripremiata operina rock come ebbe a definirla Franco Quadri, grazie anche al preponderante uso delle musiche a firma de Il parto delle nuvole pesanti: l’attore Fulvio Cauteruccio, che firma anche la regia di questa produzione Krypton, infatti qui non solo recita, ma canta anche, donando al testo di Francesco Suriano ancora più passione e drammaticità. All’inizio sembra uno scherzo, l’attore accoglie il pubblico in mutande, invita a seguire la musica, battere le mani, intonare un coro, piangere anche, ma poi le luci si abbassano e veniamo scaraventati nell’orrore buio della Grande Guerra. Trincee fangose, sirene rosse, corpi dilaniati, sangue e merda: questa è la Guerra dalla notte dei tempi, marcia e puzzolente, al di là di quanto chirurgica e tecnologica sia potuta diventare oggi sempre di Morte si parla, non c’è Croce che tenga, e a farne le spese è soprattutto la povera gente, proprio come Rocco lo storto, che partì sognando un pezzo di terra e tornò a casa con la testa bacata dagli incubi. Interessante l’uso integrato dell’intelligenza artificiale su schermo a opera di Massimo Bevilacqua, anche se con qualche riserva: straniante e curioso vedere/sentire parlare un cane, certo, ma resta il dubbio che un documentario d’epoca e una recitazione più “umana” forse avrebbero regalato qualche emozione in più. Molto intima e sentita la parte finale, con luci che tornano accese e la bandiera della pace che sventola contro ogni becero nazionalismo.
Di tutt’altro tenore potrebbe sembrare Cuore di porco, messo in scena da una costola della famosa Carrozzeria Orfeo, Le canaglie (Federico Bassi, Massimiliano Setti, Giacomo Trivellini), eppure anche qui si cerca il contatto con il pubblico, anche qui il mezzo tecnologico si rivela centrale e fondamentale. Unico attore in scena, Matteo Berardinelli si muove nell’ambiente audio/video creato dal vivo, al momento: matite che disegnano uno spazio, pulsanti che riempiono questo spazio di suoni ed effetti. Coinvolgente e impressionante seguire la storia ambientata in un futuro che si presume vicino all’apocalisse, se non proprio post-apocalittico: siamo nel 2067, Anno del Maiale, si spera in tanta fortuna per tutti, come d’altronde ottimisticamente auspica il relativo biscotto regalato ai presenti. L’attore è uno, ma il personaggio triplice: un anziano coach che ricorda un passato andato e spera in un futuro migliore, una donna così innamorata del proprio figlio da non volerlo partorire, un giovane tennista i cui colpi sono come i miracoli di un nuovo messia salvatore di tutti. Il tutto poeticamente unito nel maiale destinato al macello e salvato poi per miracolo: il suo cuore resusciterà un essere umano: l’uomo nuovo che attraverso la nuova coscienza data dall’organo animale salverà il mondo, forse? Lì dove il cane di Bulgakov diventava uomo, qui è l’uomo a farsi animale: assistere a questo spettacolo è come leggere la storia incredibile di un fumetto, storia appassionante e bellissima, in tre dimensioni, come sfogliare delle pagine che prendono vita davanti ai nostri occhi. E si potrebbe usare anche qui l’aggettivo “straniante”, ma forse la parola più adatta è un’altra: meraviglia.
indumenti.
12 giugno 2026 § Lascia un commento
Ci sono almene due tipi di persone, le prime sono quelle a cui le cose normali del mondo risultano facili. Le abituali routine sociali e le preoccupazioni materiali non gli sono particolarmente estranee e le assimilano facilmente. Non sono estranee alla creazione e alla manutenzione del mondo, e il mondo non le tratta come estranee. Inoltre, da loro scaturiscono gli sforzi verso il mondo e a loro si deve l’appagamento dei desideri moderati del mondo. Non fanno fatica a mangiare, a muoversi, a sistemare le braccia quando sono sedute o in piedi, non fanno fatica a essere assunte, a venire pagate, a pulire, a spendere, a giocare, ad accoppiarsi. Si trovano in una situazione di agio e di comodità. Il mondo é per il mondo e per loro.
Poi ci sono quelle che si lasciano travolgere dagli eventi e dalle opportunità del mondo quotidiano. È raro che questo secondo tipo sia capace di assimilare in maniera semplice. C’è solo la prova visibile che sono fatte di una sostanza diversa, una sostanza respingente. Inoltre, per loro, è quasi impossibile offrire al mondo qualcosa che il mondo possa accogliere o premiare. Infatti, dove tengono le braccia le persone del secondo tipo? Sul petto? Dietro la schiena? E come trovano il cibo da mangiare, come lo preparano? E come ricevono un assegno, come lo girano? E che dire delle loro difficoltà ad amare, o a essere amate, e dell’espansività, del modo in cui l’espansività viene impiegata per il commercio e gli umori vincolati?
E qual è questa seconda sostanza? E com’è possibile che tra le sue qualità ci sia quella che le permette di resistere al mondo così com’è? E ancora, com’è la persona fatta della seconda sostanza? É più o meno umana? Dove si trova la vera comunità impermeabile del secondo tipo umano, le cui braccia non si sistemano tanto facilmente e per il quale gli stipendi, i matrimoni e i garage non arrivano?
Forse non si tratta di due tipi di persone, ma di due tipi di fortuna. La prima è delicata e regolare. La seconda è di tipo sconcertante, magnetica solo nei confronti della seconda sostanza, fatta di una sostanza diversa e ulteriore, e, alla fine, ottiene una seconda e quasi insignificante ricompensa.



