doppio.

21 febbraio 2017 § Lascia un commento

traumnovelle-arthur-schnitzler«Si scambiarono domande ingenue eppure insidiose e risposte maliziose e ambigue; a nessuno dei due sfuggì che l’altro non era in fondo sincero e si sentirono, così, inclini a una moderata vendetta. Esagerarono nel valutare l’attrazione che gli sconosciuti partner del ballo in maschera avevano esercitato su di loro, si beffarono, negandoli, dei moti di gelosia che lasciavano vicendevolmente trapelare. Tuttavia dalla leggera conversazione sulle futili avventure della notte scorsa finirono col passare a un discorso più serio su quei desideri nascosti, appena presentiti, che possono originare torbidi e pericolosi vortici anche nell’anima più limpida e pura, e parlarono di quelle regioni segrete che ora li attraevano appena, ma verso cui avrebbe potuto una volta o l’altra spingerli, anche se solo in sogno, l’inafferrabile vento del destino. Sebbene la loro unione si fondasse su una perfetta compenetrazione di sentimenti e di idee, sapevano tuttavia che ieri li aveva sfiorati, e non per la prima volta, un’ombra di avventura, di libertà e di pericolo; trepidamente, tormentandosi, cercarono con sleale curiosità di carpirsi confessioni e, concentrandosi con angoscia sulla loro vita intima, ognuno ricercò in sé qualche fatto anche insignificante, qualche avvenimento anche inconsistente, che potesse esprimere l’ineffabile e la cui sincera confessione riuscisse a liberarli da una tensione e da una diffidenza che cominciavano a diventare a poco a poco insopportabili». (Arthur Schnitzler, Doppio sogno)

poesia.

17 febbraio 2017 § Lascia un commento

«Anche se è cattiva, la poesia è sempre meglio della vita. […] Che è l’uomo se non una piccola anima che regge in piedi un cadavere?». (Malcolm Lowry, Sotto il vulcano)

[Matthew McConaughey//True Detective]
true-detective-rust-cross

amore.

14 febbraio 2017 § Lascia un commento

«Il senso dell’amore sta tutto nel tentativo di infilare le dita nei buchi della maschera della persona che ami. Di far presa in qualche maniera su quella maschera, e chi se ne importa di come ci riesci». (David Foster Wallace, Piccoli animali senza espressione)

[Stanley Kubrick, Eyes Wide Shut]

ironia.

7 febbraio 2017 § Lascia un commento

«Chiunque abbia l’eretica sfacciataggine di chiedere a un ironista che cosa sostiene veramente finisce per sembrare una persona isterica o pedante. E in questo sta l’oppressione dell’ironia istituzionalizzata, di una rivolta troppo riuscita; la capacità di interdire la domanda senza occuparsi del suo oggetto, nel momento in cui viene esercitata, non è altro che dittatura». (David Foster Wallace, E unibus pluram)

Se ho un vero nemico, un patriarca contro cui effettuare il mio parricidio, sono probabilmente Barth e Coover e Burroughs, e perfino Nabokov e Pynchon. Perché, anche se la loro consapevole letterarietà, la loro ironia e la loro anarchia erano al servizio di scopi validissimi ed erano indispensabili per quell’epoca, il loro assorbimento estetico da parte della cultura consumistica americana ha avuto conseguenze terrificanti per gli scrittori e per chiunque. Il mio saggio “E unibus pluram” parla proprio di quanto sia diventata velenosa l’ironia postmoderna.
L’ironia e il cinismo erano esattamente la reazione che ci voleva all’ipocrisia americana degli anni Cinquanta e Sessanta. È questo che rende i primi scrittori postmoderni dei grandissimi artisti. Il grosso merito dell’ironia è che spacca le cose a metà e va a guardarle dall’alto in basso, così da rivelarne i difetti, le ipocrisie e i doppioni. Il sarcasmo e l’ironia sono ottimi modi per strappare le maschere e mostrare la realtà sgradevole che c’è sotto. Il problema è che, una volta che le regole dell’arte sono state smantellate, e una volta che le sgradevoli realtà diagnosticate dall’ironia sono state rivelate in pieno, “a quel punto” che facciamo? […] A quanto pare, vogliamo solo continuare a mettere in ridicolo la realtà. L’ironia e il cinismo postmoderni diventano un fine a se stessi, una misura della sofisticatezza e della spregiudicatezza letteraria degli scrittori. Pochi artisti osano parlare dei modi in cui si possa tentare di aggiustare quello che non va, perché sembreranno sentimentali e ingenui agli smaliziati ironisti. L’ironia si è trasformata da un mezzo di liberazione in un mezzo di schiavitù.

internazionale.

3 febbraio 2017 § Lascia un commento

ma quanto cavolo di importanza intellettuale e politica state dando a questo bello figo la cui massima aspirazione era probabilmente cantare quattro cazzate con gli amici e magari guadagnarci qualche soldo su? il declino culturale italiano si vede proprio da questo, dal fatto che adesso per dichiararsi antifascista e antirazzista bisogna sostenere un ventunenne che probabilmente non ha alcuna coscienza politica di quello che sta succedendo, che appunto voleva solo cazzeggiare con gli amici e il massimo che può risponderti è “guarda il cazzo che me ne frega”. ma veramente state facendo? io sinceramente mi rifiuto di dare una dignità intellettuale e politica a questa cosa, devono esistere altri modi per riflettere sul fascismo e il razzismo… se poi oltre a riconoscere una certa coscienza politica a bello figo, dobbiamo farcelo piacere anche “musicalmente” (?), allora stiamo proprio a pezzi. no grazie, a questo punto meglio i ragazzini che se lo godono così, senza alcuna sovrastruttura “intellettualoide”, perché questa è solo roba da ragazzini, nata principalmente per il cazzeggio… grave che in italia succeda tutto questo putiferio (razzista da un lato, intellettuale dall’altro) per una cosa del genere, così “piccola”… ma che dobbiamo fare, l’italia è un paese fondamentalmente infantile.

giganti.

1 febbraio 2017 § Lascia un commento

«Mi è sempre piaciuto Coltrane. Agli inizi, la gente continuava a dirmi di licenziarlo. Mi dicevano che quello non era suonare. Ma io so bene cosa voglio. Un’altra cosa che non afferro è questa cosa che tutti pensano che Coltrane sia difficile da capire. Lui non fa che suonare cinque note di un accordo e poi continua a cambiarlo, provando a vedere in quanti modi può essere suonato. È come spiegare una cosa in cinque modi diversi. E questo suo suono è legato a quello che lui fa con gli accordi, ogni volta». (Miles Davis)

interstizi.

25 gennaio 2017 § Lascia un commento

«Viviamo la nostra vita di tutti i giorni in uno scambio incessante con l’insieme di apparenze quotidiane che ci circondano: del tutto familiari, talora inaspettate, esse ci danno comunque conferma della nostra esistenza. Lo fanno perfino quando sono minacciose: la visione di una casa in fiamme, per esempio, o di un uomo che si avvicina a noi con un coltello tra i denti, continua a ricordarci (con urgenza) la nostra vita e la sua importanza. Quel che vediamo abitualmente ci conferma a noi stessi.
Tuttavia può accadere che, di colpo, inaspettatamente, e quasi sempre nella semioscurità fugace di uno sguardo, intravediamo un altro ordine visibile, che interseca il nostro pur non avendo a che fare con esso.
La velocità di una pellicola cinematografica è di venticinque fotogrammi al secondo. Dio solo sa quanti fotogrammi al secondo si alternino nel baluginio della nostra percezione quotidiana. Ma è come se, nei brevi istanti cui mi riferisco, d’un tratto e con qualche sconcerto, vedessimo tra due fotogrammi. Ci imbattiamo in una zona del visibile che non era destinata a noi. Forse era destinata agli uccelli notturni, alle renne, ai furetti, alle anguille, alle balene…
L’ordine visibile cui siamo abituati non è unico: coesiste con altri ordini. I racconti di fate, folletti, orchi sono un tentativo umano di venire a patti con questa coesistenza. I cacciatori ne sono costantemente coscienti e riescono dunque a leggere segni che noi non vediamo. I bambini lo avvertono intuitivamente, perché hanno l’abitudine di nascondersi dietro alle cose. Lì scoprono gli interstizi tra i diversi ordini del sensibile.
I cani, con le loro zampe scattanti, i nasi acuti e una memoria portentosa per i suoni, sono le naturali autorità di frontiera di questi interstizi. I loro occhi, il cui messaggio spesso ci confonde con la sua urgenza muta, percepiscono sia l’ordine umano sia gli altri ordini visibili. È per questo forse che, in tante occasioni e per ragioni diverse, addestriamo i cani a farci da guida.
Probabilmente è stato un cane a guidare il grande fotografo finlandese verso il momento e il luogo in cui scattare queste fotografie. In ognuna di queste immagini l’ordine umano, ancora visibile, ha tuttavia perso la sua centralità e sta scivolando via. Gli interstizi sono aperti.
Il risultato è inquietante: c’è più solitudine, più dolore, più desolazione. Nello stesso tempo, c’è un’attesa che non sperimentavo dall’infanzia, da quando parlavo con i cani, ascoltavo i loro segreti e li tenevo per me».
(John Berger, “Aprire un cancello” da Perché guardiamo gli animali?)

(foto di Pentti Sammallahti)
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