stella stellina la notte si avvicina.

28 febbraio 2006 § 3 commenti

Le stelle incorniciano un orizzonte troppo ampio, ma il cielo è buio, l’azzurro finito; vedi solo oscurità e paura in ciò che potrebbe essere bello. A volte la mente gioca brutta scherzi.
I pastelli a cera sarebbero quelli più adatti a disegnare una vita effettivamente sostenibile e vivibile, ma nell’era dei computer pennelli virtuali la fanno da padrone. Colori sfalsati, perché non esistono più pellicole. Eppure anche allora si interveniva sul negativo, ma non era la stessa cosa, l’intento era diverso. Passione, voglia di scoprire, di andare oltre; adesso è tutto molto più semplice, correzioni tutte uguali mirate all’omologazione, secondo un modello di mondo deciso da programmatori di computer troppo inquadrati, poco annoiati: il risultato è l’appiattimento come perfezione.
La miglioria è nell’occhio strabico di chi guarda, l’apprezzamento in quello invidioso di chi vede.
E la malattia del mondo moderno si rivela essere il sesso spinto dalla depressione, un contatto per non sentire il proprio corpo perdersi. Sì, è questo, non c’è altro. Ma nessuno ne è cosciente, l’orgasmo non lascia spazio al pensiero… è la petite mort. Ma fosse davvero così, sarebbe tutto molto più semplice. Niente più paure, solo certezze.

Indovina chi è Taylor Savvy. (The SpanKings@Napoli_10_02_2006)

25 febbraio 2006 § 6 commenti

 
Capita una sera che hai vinto un biglietto per andare a un concerto, Taylor Savvy si chiama l’artista, e allora ti scarichi un po’ il disco, per prepararti a quello che vedrai, e nel caso capire se vale la pena comprarselo poi originale, questo disco; e senti il disco, e allora pensi, sì, carino, roba electro, dance, però almeno non fredda, ma quasi festaiola, e allora al concerto ci vai, perché comunque bisogna vedere quanti più concerti è possibile, per cultura, ma tuttavia in cuor tuo speri che non sia l’ennesimo “concerto” con l’elettro-performer di turno dietro l’ennesimo cacchio di apple a controllarsi la posta mentre manda le basi senza nemmeno avere la decenza di fare qualche verso o che so io.
Poi arrivi al locale, che alle undici è ancora quasi vuoto purtroppo, e già inizi a pensare bene però, sorridi, perché non solo c’è una batteria bella che montata con tanto di pad elettronici, ma c’è anche lo spazio chitarrista con tutta una serie di pedali vintage pronti all’uso, e allora pensi, dai, speriamo bene.
 
 
Eppure chi si sarebbe mai immaginato un concerto come quello di ieri sera?
Neanche gli organizzatori, questo è certo, visto che l’hanno confermato loro stessi. No perché il concerto in questione era pubblicizzato a nome Taylor Savvy, appunto, un concerto dance, appunto, dove si sarebbe potuto – dovuto – ballare, appunto; ma poi quando ti ritrovi davanti due tizi che iniziano a suonare un rockabilly tanto sfrenato e furioso, sgangherato e cialtrone, che quasi nemmeno la Blues Explosion (quando era ancora a nome Jon Spencer sigh sob) dei grandiosi tempi di “Now I Got Worry” allora più di un dubbio ti viene; e poi quando vai a chiedere lumi all’organizzatore – ma dopo c’è un altro gruppo? – e scopri che ne sa quanto te – ci avevano parlato di “accenni” rockabilly, ma noi ci aspettavamo tutt’altro concerto –  cosa ti resta da fare?
 
 
Ti godi il concerto ecco quello che ti resta da fare, un concerto dove i due tizi nemmeno sanno dove stanno andando a parare probabilmente, parlottano e si guardano spesso per seguirsi a vicenda infatti, eppure continuano, come una locomotiva, chitarra-voce-batteria serve altro?
Non credo se ti accontenti di un divertimento puro e genuino, eppure più di una volta i due stupiscono, positivamente o negativamente sta a ognuno deciderlo poi, con inserti soul/funk/rap; addirittura a un certo punto metteranno su uno sfigatissimo karaoke, cantando su un cd che naturalmente e inevitabilmente risulterà danneggiato e quindi salterà, ma qual è il problema?
Si va avanti, anche se l’apatico pubblico è troppo svogliato per godersi tali chicche, si è in due a bordo palco a battere il piede e scuotere la testa, io e un altro; la tristezza infinita verrà raggiunta quando certi ragazzetti ventenni chiederanno a gran voce The Libertines, vabbè, chi cresce a mtv e radiodeejay non si merita concerti del genere.
Il concerto comunque scorre alla grande, nonostante la freddezza del pubblico, chissenefrega, e forse l’ampiezza del locale penalizza i due, ma ancora: chissenefrega? Fosse durato ancora di più, certo io non mi sarei lamentato.
 
 
Però a fine concerto, un dubbio permane: che fine ha fatto Taylor Savvy?
Sarà il batterista nerd, magrissimo e quasi sosia sputato del mitico regista John Waters con aggiunta di cravatta e guanti borchiati o, al contrario, il chitarrista in scarpe da ginnastica e nero giubbotto di pelle, basette e capelli rock’n’roll alla Elvis Presley?
E così, per sciogliere l’enigma kaisersosiano, ti avvicini al batterista, l’unico a uscire sul palco dopo, e mentre gli chiedi se ha un disco da venderti – perché siete stati grandi – e purtroppo non ce l’hanno, gli dici anche che mica te lo aspettavi un concerto così, che avevi sentito il disco e tutto questo rock’n’roll non l’avevi mica notato, ma è stato molto meglio così comunque, e lui, I’m Taylor Savvy!, dice, ridendo dispettoso… ma poi vai su googleimmagini e scopri che il vero Taylor Savvy è il chitarrista, lo stesso che aveva presentato una canzone del concerto come una scritta dal suo caro amico Taylor Savvy!??!?!?
 
 
Ma alla fine, cosa cambia?
Signore e signori, questi erano The SpanKings (che sta per “le sculacciate”, come ha premura di illustrarci il batterista) ebbene sì, ecco il nome del gruppo (disco in uscita a maggio, teneteli a portata d’orecchio!), e probabilmente loro sono stati molto ma molto meglio di questo fantomatico Taylor Savvy, lasciatemelo dire, scusate.
 
 
 
Rock’n’Roll!!!
 

Indovina chi è Taylor Savvy. (The SpanKings@Napoli_10_02_2006)

25 febbraio 2006 § 6 commenti

 
Capita una sera che hai vinto un biglietto per andare a un concerto, Taylor Savvy si chiama l’artista, e allora ti scarichi un po’ il disco, per prepararti a quello che vedrai, e nel caso capire se vale la pena comprarselo poi originale, questo disco; e senti il disco, e allora pensi, sì, carino, roba electro, dance, però almeno non fredda, ma quasi festaiola, e allora al concerto ci vai, perché comunque bisogna vedere quanti più concerti è possibile, per cultura, ma tuttavia in cuor tuo speri che non sia l’ennesimo “concerto” con l’elettro-performer di turno dietro l’ennesimo cacchio di apple a controllarsi la posta mentre manda le basi senza nemmeno avere la decenza di fare qualche verso o che so io.
Poi arrivi al locale, che alle undici è ancora quasi vuoto purtroppo, e già inizi a pensare bene però, sorridi, perché non solo c’è una batteria bella che montata con tanto di pad elettronici, ma c’è anche lo spazio chitarrista con tutta una serie di pedali vintage pronti all’uso, e allora pensi, dai, speriamo bene.
 
 
Eppure chi si sarebbe mai immaginato un concerto come quello di ieri sera?
Neanche gli organizzatori, questo è certo, visto che l’hanno confermato loro stessi. No perché il concerto in questione era pubblicizzato a nome Taylor Savvy, appunto, un concerto dance, appunto, dove si sarebbe potuto – dovuto – ballare, appunto; ma poi quando ti ritrovi davanti due tizi che iniziano a suonare un rockabilly tanto sfrenato e furioso, sgangherato e cialtrone, che quasi nemmeno la Blues Explosion (quando era ancora a nome Jon Spencer sigh sob) dei grandiosi tempi di “Now I Got Worry” allora più di un dubbio ti viene; e poi quando vai a chiedere lumi all’organizzatore – ma dopo c’è un altro gruppo? – e scopri che ne sa quanto te – ci avevano parlato di “accenni” rockabilly, ma noi ci aspettavamo tutt’altro concerto –  cosa ti resta da fare?
 
 
Ti godi il concerto ecco quello che ti resta da fare, un concerto dove i due tizi nemmeno sanno dove stanno andando a parare probabilmente, parlottano e si guardano spesso per seguirsi a vicenda infatti, eppure continuano, come una locomotiva, chitarra-voce-batteria serve altro?
Non credo se ti accontenti di un divertimento puro e genuino, eppure più di una volta i due stupiscono, positivamente o negativamente sta a ognuno deciderlo poi, con inserti soul/funk/rap; addirittura a un certo punto metteranno su uno sfigatissimo karaoke, cantando su un cd che naturalmente e inevitabilmente risulterà danneggiato e quindi salterà, ma qual è il problema?
Si va avanti, anche se l’apatico pubblico è troppo svogliato per godersi tali chicche, si è in due a bordo palco a battere il piede e scuotere la testa, io e un altro; la tristezza infinita verrà raggiunta quando certi ragazzetti ventenni chiederanno a gran voce The Libertines, vabbè, chi cresce a mtv e radiodeejay non si merita concerti del genere.
Il concerto comunque scorre alla grande, nonostante la freddezza del pubblico, chissenefrega, e forse l’ampiezza del locale penalizza i due, ma ancora: chissenefrega? Fosse durato ancora di più, certo io non mi sarei lamentato.
 
 
Però a fine concerto, un dubbio permane: che fine ha fatto Taylor Savvy?
Sarà il batterista nerd, magrissimo e quasi sosia sputato del mitico regista John Waters con aggiunta di cravatta e guanti borchiati o, al contrario, il chitarrista in scarpe da ginnastica e nero giubbotto di pelle, basette e capelli rock’n’roll alla Elvis Presley?
E così, per sciogliere l’enigma kaisersosiano, ti avvicini al batterista, l’unico a uscire sul palco dopo, e mentre gli chiedi se ha un disco da venderti – perché siete stati grandi – e purtroppo non ce l’hanno, gli dici anche che mica te lo aspettavi un concerto così, che avevi sentito il disco e tutto questo rock’n’roll non l’avevi mica notato, ma è stato molto meglio così comunque, e lui, I’m Taylor Savvy!, dice, ridendo dispettoso… ma poi vai su googleimmagini e scopri che il vero Taylor Savvy è il chitarrista, lo stesso che aveva presentato una canzone del concerto come una scritta dal suo caro amico Taylor Savvy!??!?!?
 
 
Ma alla fine, cosa cambia?
Signore e signori, questi erano The SpanKings (che sta per “le sculacciate”, come ha premura di illustrarci il batterista) ebbene sì, ecco il nome del gruppo (disco in uscita a maggio, teneteli a portata d’orecchio!), e probabilmente loro sono stati molto ma molto meglio di questo fantomatico Taylor Savvy, lasciatemelo dire, scusate.
 
 
 
Rock’n’Roll!!!
 

soft silly music by a meaningful magical two-headed boy.

17 febbraio 2006 § 14 commenti

È stato ristampato dalla Domino l’album capolavoro dei Neutral Milk Hotel “In The Aeroplane Over The Sea”, uscito nel 1998 era da parecchio ormai introvabile. Voi non dovete mica ascoltarlo perché io penso che sia un disco bellissimo ma, semplicemente, ascoltatelo se pensate che il vostro cuore possa ancora emozionarsi con un disco, di questi tempi di plastica e marketting (sic).
È un po’ come se Syd Barrett l’avesse fatta finita con gli acidi e, scopertosi fervente cristiano, avesse ricominciato a suonare insieme ai Beatles di Sgt. Pepper ma senza megaproduzione e virati folk, però.
 
Se poi siete di quelli che vi servono pareri più autorevoli” di quello di un umile blogger, eccovi serviti con quelli riportati sulla retrocopertina del disco in questione:
 
“When I first started driving, In The Aeroplane Over The Sea was the only cassette I had in my Ford Fiesta for two years. It is amazing. Friendships can be gauged on the mutual love of Neutral Milk Hotel.”
Bob Hardy, Franz Ferdinand
 
In The Aeroplane Over The Sea is one of the most completely inspiring rock records I’ve ever heard… everytime I finish to listening to it I feel like I’ve lived through something I’ll never quite understand, something really big.”
Ben Reed Parry, The Arcade Fire
 
In The Aeroplane Over The Sea is absolutely the most inspiring album, lirycally, that I have ever heard. The first time I heard King Of Carrot Flowers I had intense goosebumps. Jeff Mangum’s lyrics are the closest anyone has ever come to putting my dreams into music. I don’t know what else to say, other than this is the one album I would take on a deserted island if I had only one choice.”
Boom Bip
 
“One of the few ‘indie’ rock records that I would consider to be a classic. Lyrically – complex and gruesome. Musically – simple and sweet melodic. It gets under your skin and stays there permanently. A devastating record from beginning to end.”
********** 10 stars
Andy Broder, Fog
 
 
Canzoni consigliate: tutte.
 
 
And one day we will die
And our ashes will fly from the aeroplane over the sea
But for now we are young
Let us lay in the sun
And count every beautiful thing we can see
Love to be
In the arms of all I’m keeping here with me

As we would lay and learn what each other’s bodies were for
And this is the room
One afternoon I knew I could love you
And from above you how I sank into your soul
Into that secret place where no one dares to go

Goldaline my dear
We will fold and freeze together
Far away from here
There is sun and spring and green forever
But now we move to feel
For ourselves inside some stranger’s stomach
Place your body here
Let your skin begin to blend itself with mine

 

battaglia nel cielo

15 febbraio 2006 § 3 commenti

Un film per pochi spettatori disposti a indugiare con lo sguardo su un’umanità derelitta, ma anche grottesca, un’umanità quasi mai “bella”, talvolta meschina, squallida, ma pur sempre tenera e vera in fine…

il paradosso di san valentino.

14 febbraio 2006 § 2 commenti

per quelli che possono festeggiarlo non dovrebbe essere necessario festeggiarlo. 
"autoportrait au nu mort" (man ray)

all i need is love and music.

12 febbraio 2006 § 1 Commento

you can never get lost/when you've nowhere to go

Dove sono?

Stai visualizzando gli archivi per febbraio, 2006 su granelli.