cose da ricordare del 2011; un elenco estemporaneo et speciale. (addio splinder, è stato bello!)

31 gennaio 2012 § 2 commenti

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raccontami notturni, al chiarore della luna.

20 giugno 2010 § Lascia un commento

Lo spettacolo Nuits de Pleine Lune, messo in scena dalla compagnia franco-italiana A.R.I.A. fondata e diretta da Robin Renucci, è probabilmente uno degli spettacoli più suggestivi di questa terza edizione del Napoli Teatro Festival Italia. Suggestivo perché suggestiva è la location in cui si svolge: il Rione Terra, in quel di Pozzuoli, una sorta di antico agglomerato di case e negozi, borgo antico e ormai disabitato che rappresenta una delle ricchezze più belle di Napoli. Appunto, questo spettacolo è site specific e si nutre di e cambia forma  a seconda del posto in cui si svolge. In questo caso, posto migliore non poteva essere scelto.
Lo spettacolo inizia che è già notte (niente luna piena, però) e, dopo una breve presentazione, ecco che comincia la promenade. Gli attori, sette in tutto, sono già insieme a noi che camminano e ci accompagnano, cantano e sussurrano cose segrete all’orecchio: Chi non ha paura o è uno sciocco o è disperato, ci avverte una ragazza dopo averci preso sotto braccio. Un altro ragazzo si guarda intorno furtivo, un donnone dal viso vissuto ci canta all’orecchio di cose sconosciute e lontane. Entrati nel cuore del borgo attraverso un portone, capiamo subito il perché il pubblico è stato dotato di torcia elettrica: dentro è buio pesto. Le mura trasudano umidità, e la strada che facciamo si perde in varie profondità, fortuna che a guidarci e mostrarci dove andare è un canto valorizzato dalla cassa acustica naturale del luogo in cui ci troviamo.
La prima storia narrataci è uno dei più famosi racconti di Edgar Allan Poe, Il cuore rivelatore: storia di un assassinio, il cui artefice finisce per impazzire e consegnarsi alla polizia. Notevole il gioco di richiami degli attori che, nascosti nel buio e illuminati/oscurati a piacere dalle torce in dotazione, spuntano furtivi alle spalle del pubblico, prendono e si passano la parola, sottolineando (grazie anche a un battere incessante di tamburi) la tensione e l’orrore della storia gotica.
Per la seconda storia il pubblico viene invitato a continuare a sprofondare nel budello dei vicoli bui, fino ad arrivare a una sorta di grotta, lì dove una vecchia piange il figlio morto. Un uomo che legge, la vecchia che piange, e un’altra donna ci narrano la storia diUna vendetta, di Guy de Maupassant. È qui che, forse ancora di più, la lingua di questo spettacolo si fa lingua del mistero: soprattutto per quegli spettatori che non parlano la lingua di Maupassant, il francese; infatti l’uomo che legge non parla italiano. Neanche le altre due donne lo parlano, eppure qualcosa si riesce a capire: parlano còrso, ed è incredibile come questa lingua meticcia (che a tratti sembra quasi di fantasia) risuoni affascinante all’orecchio. Parole marine e sotterranee che raccontano una storia fatta di carne e di sangue: la vecchia addestra la propria cagna ad azzannare l’assassino del figlio morto.
Infine, siamo alla terza storia, si ritorna a guardare le stelle: il pubblico viene fatto accomodare su panche di legno all’aperto e assiste alla rappresentazione di una novella di Luigi Pirandello, La casa del Granella. Storia dal tono grottesco in cui si parla di fantasmi, argomento così incredibile che quasi anche la Legge, ma ci fu cosa più razionale, ci crede. Un avvocato prende a cuore il caso di una famiglia che abbandona la casa per via di presenze spettrali. La storia procede su toni surreali e quasi umoristici, la parlata si fa anche napoletana (Michelangelo Dalisi, è l’attore) in omaggio a Eduardo de Filippo, ma a un certo punto tutto si fa ombra: non si capisce se la casa sia davvero stregata, o si tratti solo di un raggiro del padrone. Il pubblico quindi va via, portandosi un po’ del mistero vissuto con sé.

dei ghiacciati canti.

24 aprile 2008 § 3 commenti

la solitudine è la condizione necessaria per essere liberi.

11 dicembre 2007 § 6 commenti

Nei Voom Portraits di Robert Wilson c’è pace. È affascinante guardare queste persone per minuti, per ore magari, spiare il loro essere a fondo, se possibile: la definizione dell’immagine è tale da dare una precisa sensazione di profondità.

Dita Von Teese sembra di averla proprio lì davanti a te, dondolante seminuda e bianca su sfondo azzurro, seduta su un’altalena che sembra pendere da qualche nuvola: la sua espressione rapita ci dice che quei rombi aerei sono per lei orgasmo: il suo respiro si fa più affannoso, c’è un impercettibile movimento della mano sinistra, le unghie ovviamente laccate di rosso acceso. Un rombo di qualche aereo lontano e i suoi occhi si fanno liquidi, adoranti, remissivi.

Chi non si muove proprio è il ballerino russo Baryshnikov: la sua marmorea interpretazione del San Sebastiano è impressionante: le sue gambe sono di pietra, i suoi occhi di ghiaccio.

A completare la trinità (s)consacrata il vecchio scrittore cinese sul cui viso di calce appare la scritta: la solitudine è una condizione necessaria della libertà.

E poi, continuando per nicchie, ecco l’uomo vestito di bianco sul cui viso vanno a posarsi farfalle, una bellissima Isabelle Huppert che si muta in Greta Garbo, il non-morto sulla porta dell’inferno, il sardonico cannibale; e, ancora, Johnny Depp (che imita una foto di Man Ray), J.T. Leroy (la sua immagine mediatica almeno), Brad Pitt (blu, in mutande).

Gli animali (dei rospi il cui gracidio elettronico inganna anche un gattino vero, dei gufi bianchi, un’istrice) mi proiettano subito indietro nel tempo, invece, quando il veggente P.K. Dick immaginava un futuro in cui avere un animale domestico sarebbe stato un sogno, prima, e una ricchezza, poi, fisica e spirituale. Chissà se guardare questi animali all’infinito sarà poi la stessa cosa. Sembrano intrappolati, lì dentro, nella televisione, ma così vivi.

A differenza loro le persone sembrano che ci siano entrate volontariamente, lì dentro, per vivere una vita immobile, ed eterna. Mi chiedo se si parlino tra loro, se si scrutino; forse è possibile, questo allestimento presuppone il dialogo.

Sono ritratti creati da Robert Wilson, questi, piccoli sketch teatrali/televisivi ad alta definizione, con musiche originali di gente come Lou Reed, o Tom Waits.

 

In confronto la video-arte di Lorenzo Scotto di Luzio è gioco per bambini, marachella; anche se le espressioni del viso stressate/congelate dal flash di una macchina fotografica e montate in rapida successione su suonerie di cellulari sono notevoli.

 

Poi c’è la mostra di Luciano Fabro, la sua ultima decisa/allestita da lui medesimo, dato che è morto poco prima dell’inagurazione. È una mostra fatta di vuoti e silenzi, ma anche di specchi e parole.

C’è una guida che spiega tutto, e anche di più, ma io non sento quasi niente, perso in riflessi(oni), come quasi sempre.

A un certo punto è possibile decidere di entrare sotto/dentro un cubo, per estraniarsi.

 

 

 

Altre cose che mi hanno colpito:

 

          il signore mitico che vende libri su una bancarella (che bancarella non è, ma solo un pezzo di muro) e, novello intellettuale, dà consigli, a me, su cosa comprare, sa addirittura se un libro è vecchio o nuovo ed è così gentile da spostare i libri per lasciarmi meglio vedere i titoli e da offrirsi di ordinare i libri che cerco;

 

          la famiglia rom che vive nel vicolo stretto accanto al M.A.D.R.E., in un basso, e sta facendo pulizia; Campo ROM, campo nomadi…, grida quindi ridendo una ragazza al mio indirizzo appena li vedo, mentre un bambino, forse suo figlio, gioca con la guardia del museo;

 

          le suonerie che si sentono la mattina tardi nella metro di Scampia: tutte canzoni di neomelodici in pratica.

 

 

Cosa che mi ha reso felice:

 

– aver comprato Nel Niente sotto il Sole – Grand Tour 2006 (cd+dvd) di Vinicio Capossela a 10euro. Dio benedica le bancarelle!

   

 

la solitudine è la condizione necessaria per essere liberi.

11 dicembre 2007 § 5 commenti

Nei Voom Portraits di Robert Wilson c’è pace. È affascinante guardare queste persone per minuti, per ore magari, spiare il loro essere a fondo, se possibile: la definizione dell’immagine è tale da dare una precisa sensazione di profondità.

Dita Von Teese sembra di averla proprio lì davanti a te, dondolante seminuda e bianca su sfondo azzurro, seduta su un’altalena che sembra pendere da qualche nuvola: la sua espressione rapita ci dice che quei rombi aerei sono per lei orgasmo: il suo respiro si fa più affannoso, c’è un impercettibile movimento della mano sinistra, le unghie ovviamente laccate di rosso acceso. Un rombo di qualche aereo lontano e i suoi occhi si fanno liquidi, adoranti, remissivi.

Chi non si muove proprio è il ballerino russo Baryshnikov: la sua marmorea interpretazione del San Sebastiano è impressionante: le sue gambe sono di pietra, i suoi occhi di ghiaccio.

A completare la trinità (s)consacrata il vecchio scrittore cinese sul cui viso di calce appare la scritta: la solitudine è una condizione necessaria della libertà.

E poi, continuando per nicchie, ecco l’uomo vestito di bianco sul cui viso vanno a posarsi farfalle, una bellissima Isabelle Huppert che si muta in Greta Garbo, il non-morto sulla porta dell’inferno, il sardonico cannibale; e, ancora, Johnny Depp (che imita una foto di Man Ray), J.T. Leroy (la sua immagine mediatica almeno), Brad Pitt (blu, in mutande).

Gli animali (dei rospi il cui gracidio elettronico inganna anche un gattino vero, dei gufi bianchi, un’istrice) mi proiettano subito indietro nel tempo, invece, quando il veggente P.K. Dick immaginava un futuro in cui avere un animale domestico sarebbe stato un sogno, prima, e una ricchezza, poi, fisica e spirituale. Chissà se guardare questi animali all’infinito sarà poi la stessa cosa. Sembrano intrappolati, lì dentro, nella televisione, ma così vivi.

A differenza loro le persone sembrano che ci siano entrate volontariamente, lì dentro, per vivere una vita immobile, ed eterna. Mi chiedo se si parlino tra loro, se si scrutino; forse è possibile, questo allestimento presuppone il dialogo.

Sono ritratti creati da Robert Wilson, questi, piccoli sketch teatrali/televisivi ad alta definizione, con musiche originali di gente come Lou Reed, o Tom Waits.

 

In confronto la video-arte di Lorenzo Scotto di Luzio è gioco per bambini, marachella; anche se le espressioni del viso stressate/congelate dal flash di una macchina fotografica e montate in rapida successione su suonerie di cellulari sono notevoli.

 

Poi c’è la mostra di Luciano Fabro, la sua ultima decisa/allestita da lui medesimo, dato che è morto poco prima dell’inagurazione. È una mostra fatta di vuoti e silenzi, ma anche di specchi e parole.

C’è una guida che spiega tutto, e anche di più, ma io non sento quasi niente, perso in riflessi(oni), come quasi sempre.

A un certo punto è possibile decidere di entrare sotto/dentro un cubo, per estraniarsi.

 

 

 

Altre cose che mi hanno colpito:

 

          il signore mitico che vende libri su una bancarella (che bancarella non è, ma solo un pezzo di muro) e, novello intellettuale, dà consigli, a me, su cosa comprare, sa addirittura se un libro è vecchio o nuovo ed è così gentile da spostare i libri per lasciarmi meglio vedere i titoli e da offrirsi di ordinare i libri che cerco;

 

          la famiglia rom che vive nel vicolo stretto accanto al M.A.D.R.E., in un basso, e sta facendo pulizia; Campo ROM, campo nomadi…, grida quindi ridendo una ragazza al mio indirizzo appena li vedo, mentre un bambino, forse suo figlio, gioca con la guardia del museo;

 

          le suonerie che si sentono la mattina tardi nella metro di Scampia: tutte canzoni di neomelodici in pratica.

 

 

Cosa che mi ha reso felice:

 

– aver comprato Nel Niente sotto il Sole – Grand Tour 2006 (cd+dvd) di Vinicio Capossela a 10euro. Dio benedica le bancarelle!

   

 

ritratti voom. (prologo)

26 novembre 2007 § 3 commenti

http://www.voom.tv/robert_wilson/remote/VOOMPlayerRW.swf

colorismo.

22 ottobre 2007 § 18 commenti

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