PPP oggi andrebbe da Vespa e/o Costanzo?

19 novembre 2005 § 10 commenti

«Bisogna inventare nuove tecniche – che siano irriconoscibili – che non assomiglino a nessuna operazione precedente. Per evitare così la pueri­lità e il ridicolo. Costruirsi un mondo proprio, con cui non siano possibili confronti. Per cui non esista­no precedenti misure di giudizio. Le misure devono essere nuove, come la tecnica. Nessuno deve capi­re che l’autore non vale nulla, che è un essere anor­male, inferiore – che come un verme si contorce per sopravvivere. Nessuno deve coglierlo in fallo di ingenuità. Tutto deve presentarsi come perfetto, ba­sato su regole sconosciute, e quindi non giudicabili. Come un matto, sì, come un matto. Vetro su vetro, perché Pietro non è capace di correggere – ma nessuno se ne deve accorgere. Un segno dipinto su un vetro corregge senza sporcarlo un segno dipinto prima su un altro vetro. Ma tutti dovranno cre­dere che non si tratti del ripiego di un incapace, di un impotente: bensì che si tratti invece di una decisione, sicura, imperterrita, alta e quasi prepoten­te: una tecnica appena inventata e già insostitui­bile. Oppure cellophane o garza incollati su vetro, e tutto trasparente su un po’ di segni che per caso siano riusciti bene sopra un cartone, dopo mille prove penose e mille altri cartoni stracciati.
Nessuno deve sapere che un segno riesce bene per caso. Per caso, e tremando: e che appena un segno si presenta, per miracolo, riuscito bene, biso­gna subito proteggerlo e custodirlo come in una teca. Ma nessuno, nessuno deve accorgersene. L’au­tore è un povero tremante idiota. Una mezza calzetta. Vive nel caso e nel rischio, disonorato come un bambino. Ha ridotto la sua vita alla malinconia ridicola di chi vive degradato dall’impressione di qualcosa di perduto per sempre».
 
 
(Pier Paolo Pasolini, Teorema)
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estudando tom zé.

17 novembre 2005 § 6 commenti

«Io non amo molto usare la parola “sperimentale”, perché qui in Brasile questo termine ha perso ogni significato. E poi ci sono vari modi di sperimentare: alcuni innocui, altri radicali. Quello che faccio io è cercare di comporre in quella zona grigia in cui ciò che è già comunemente accettato come musica si confonde con ciò che invece è ancora considerato aberrazione. Questo mi pone costantemente lungo la lama di un rasoio: posso essere al contempo ridicolo e/o brillante».
 
 
 
Te lo sto spiegando per confonderti
Ti sto confondendo per chiarirtelo
Sto illuminando per poi accecare
Mi sto accecando per poter guidare

estudando tom zé.

17 novembre 2005 § 5 commenti

«Io non amo molto usare la parola “sperimentale”, perché qui in Brasile questo termine ha perso ogni significato. E poi ci sono vari modi di sperimentare: alcuni innocui, altri radicali. Quello che faccio io è cercare di comporre in quella zona grigia in cui ciò che è già comunemente accettato come musica si confonde con ciò che invece è ancora considerato aberrazione. Questo mi pone costantemente lungo la lama di un rasoio: posso essere al contempo ridicolo e/o brillante».
 
 
 
Te lo sto spiegando per confonderti
Ti sto confondendo per chiarirtelo
Sto illuminando per poi accecare
Mi sto accecando per poter guidare

riceviamo e pubblichiamo. (forza xabier!)

16 novembre 2005 § 2 commenti

Cara/o

un mese fa ha preso vita SOUNDMETAK, un’idea, un sogno, un altro modo per poter concretizzare quello che da sempre è il mio sentire la musica.

Racchiudere/conservare gli albori delle forme e tecniche musicali, per raggiungere le odierne espressioni d’avanguardia e le sperimentazioni artistiche contemporanee.

SOUNDMETAK è un negozio con un’attitudine artigianale nel proporre oggetti/articoli/strumenti ed iniziative.
La filosofia a cui si ispira è proprio quella dell’ ARTI-GIANO nel cui termine è intrinseca la doppia valenza delle due facce del dio "giano" (davanti/dietro).
[Il soggetto parte dalla grezza materia (natura: il legno, il metallo, etc) e attraverso la sua arte crea le condizioni per il futuro (l’opera stessa)]

In luogo, uno spazio dove poter custodire, tenere insieme (metak=covone di paglia) oggetti, articoli, strumenti al fine di condividerli con persone che intendono/sentono allo stesso modo la mia passione per la musica e l’arte in genere.

In questo spazio/contenitore Soundmetak diviene anche propulsore di idee a carattere artistico/culturale: installazioni, performance, concerti, seminari ……

Qui sotto troverai i primi appuntamenti fissati (ogni performance avrà luogo attorno alle ore 18.30)

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sabato 19 novembre

Cristiano Calcagnile (drums & percussion, objects, voice)
Xabier Iriondo (table guitar, objects, sampler processing)
Materico.
Percorso caotico e ipnotico attraverso l’influenza, ideologica ed emozionale, dei colori costituenti la luce.
Conflitti e paralleli, sinuose curve e spigolosi angoli di frequenze, coscienza, gesti e opinioni.
La ricerca, l’assenza arbitraria e la legittima in/coerenza …….. l’abitare nella luce.

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sabato 26 novembre

Claudio Rocchetti (giradischi, elettronica)
Xabier Iriondo (grammofoni, elettronica)

…… da confermare!

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sabato 3 dicembre ……… all’interno di "Razzolando per Milano – tra tre luoghi e molte idee"
Polvere (Mattia Coletti – Xabier Iriondo) racchiude due forme equidistanti e convergenti.
Chitarre acustiche ed elettriche, percussioni e suoni trovati si amalgamano e fondono con  trattamenti elettronici in un paesaggio sonoro libero e senza  confini.
L’azione elettroacustica istintiva e primitiva viene elaborata elettronicamente in tempo reale diventando il veicolo per traghettare due attitudini distinte ed agli opposti verso una forma musicale propria.

Torchiera – Soundmetak – Durchblick
http://www.trok.it
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ciao

Xabier Iriondo

http://www.xabieririondo.com
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SOUNDMETAK
p.le Segrino, 1
20159 Milano
Italy

+39 0245493391
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La famiglia Akron e il cugino secco da Langhorne. (Napoli, 7/11/2005)

13 novembre 2005 § 3 commenti

Certo dalla Akron/Family un concerto così non te lo saresti proprio aspettato… cioè, senti il disco che è così dolce e delicato, diciamo un qualcosa che pur partendo dal pop dei Radiohead e dal folk del compianto Nick Drake si spinge oltre verso nuove ricche soluzioni sonore, e allora di conseguenza ti aspetti un concerto tranquillo che quasi hai paura di addormentarti. E invece…
Invece cavoli, questi qua con quell’aria da nerd teneroni tutti casa e chiesa (vedrete poi perché) con i giocattolini sul palco e le barbe di chi o si annoia troppo o è troppo ozioso anche per radersi fanno un casino della madonna. Cioè, di concerti rumorosi ne abbiamo visti eccome, eppure questo è un concerto che spiazza davvero: le chitarre, come i loro padroni, sembrano deboli e indifese ma quello che ne esce fuori è incredibile.
 
Il materiale presentato a Napoli, oltre a recuperare canzoni dall’album di debutto (omonimo, e più soft), attinge soprattutto dal recentissimo split (omonimo anche questo, ma più hard) con gli Angels of Light di Michael Gira («Già ce l’ho», dico a fine concerto al barbuto occhialuto e lui, di rimando: «You got it off the Internet, uh?»), il mood è quello: suoni acustici che mischiandosi a scorie noize più che elettroniche vanno a formare compatti muri di suono dall’attitudine completamente free e psichedelica.
Questo gli Akron lo mettono subito in chiaro, al secondo pezzo – sebbene seduti – sono già lì a grattugiare come dannati su basso e chitarre fino ad arrivare a dilatazioni massime dov’è il rumore a farla da padrone, un rumore organizzato e preciso da cui ecco stagliarsi in alto voci pure e cristalline come quelle degli angeli: permettetemi di dire che questa è pura bellezza.
 
A un certo punto te li ritrovi proprio davanti a te, questi quattro americani, a cinque centimetri di distanza, e anche se un attimo prima sei lì che bestemmi che ancora devi comprarti una macchinetta digitale decente, basta poco a dimenticare tutto: sembra di stare davanti a un fuoco di campo (e non manca nemmeno l’effetto sonoro adatto) e loro come bravi chierichetti cantano e suonano proprio le canzoni di chiesa e un po’ ti viene da ridere, perché davanti ai papa boys che puoi fare se non ridere, ma poi – lo ripeto – ti rendi conto della bellezza della cosa.
La stessa risata nervosa ti prende anche quando dopo una rumorosa – nonché spaziale – cavalcata elettrica («Adesso andiamo nel futuro», ripetono claudicanti ma all’unisono i quattro campagnoli dell’apocalisse acustica) che dura poco meno di un quarto d’ora i musicisti si fermano e rimangono immobili, l’aria satura di un silenzio assordante che attimo dopo attimo si allarga fino a uno forse anche due minuti… ché il pubblico intero è così spiazzato che non osa nemmeno l’applauso, forse è spaventato, ma forse più di tutto è semplicemente estasiato: è una cosa così bella questa che devi stare zitto e basta, e godertela.
E poi – meno male – è il bassista a prendere la parola, e a chiedere vi facciamo un’altra canzone? Possiamo? Ma ne avreste potuto fare anche altre dieci per quanto ci riguarda, cari campagnoli cristiani, ma purtroppo qui a Napoli c’è chi pensa a chiudere la baracca quanto prima e ad andare a letto (troppo) presto… peccato.

Menzione particolare anche per il supporter della serata: l’alcolico Langhorne Slim, un pazzo scatenato che, accompagnato da batterista e contrabbassista, propone un blues’n’roll tanto deragliante e sgangherato quanto trascinante e sincero che davvero si sarebbe dovuto ballare tutta la sera, come infatti lo stesso secco farà a fine set prodigandosi in scherzose flessioni e balletti assortiti… un grandissimo davvero!
I coretti e gli urli da cowboy si sono sprecati, e chi scrive non vi nasconde che gli è venuto da pensare che da un momento all’altro si sarebbe potuta benissimo materializzare qualche vacca proprio lì davanti ai suoi occhi e lui non se ne sarebbe per niente meravigliato. Yppiiee!!

un’orchestra di giocattoli.

11 novembre 2005 § 7 commenti

groovy lounge music!!!

blessed, not lucky. (the evens@napoli_4/11/2005)

9 novembre 2005 § 6 commenti

La sala in cui si tiene il concerto è davvero strana, stretta e lunga. La stranezza è data dal fatto che è che prima qui proiettavano film, cioè è un ex-cinema, e l’effetto straniante è forte perché non solo le poltroncine viola sono rimaste al loro posto, ma anche lo schermo è ancora lì, in attesa che un qualche film gli dia di nuovo vita. È che qui, oltre a tenere concerti per pochi eletti, continueranno a proiettare cinema, assicurano gli organizzatori.
Così sedersi in prima fila (vicino a un tizio che per tutto il concerto leggerà i testi delle canzoni sul libretto!) non solo è strano ma anche scomodo, ché lo schermo incombente e il palchetto creano un certo senso di claustrofobia completato anche dal pubblico che man mano si fa sempre più numeroso.
 
Ma stasera, claustrofobia o no, sedersi in prima fila è d’obbligo, signore e signori a Napoli è di scena la leggenda: Ian MacKaye e Amy Farina. E se non sapete chi è Ian è meglio che vi fermiate pure qui allora… anzi no, andate pure avanti ché è capace che impariate qualcosa di buono.
Ian MacKaye è voce e chitarrista dei mitici Fugazi, una band che ha fatto la storia di una certa musica indipendente americana, ma Ian è anche co-fondatore dell’etichetta discografica Dischord che da poco meno di trent’anni sforna (bellissimi) dischi che vende a prezzo bassissimo in totale autonomia.
Ian MacKaye è uno straight edge convinto: non beve, non fuma, non si droga e fa sesso solo per amore; e come se non bastasse è anche un super-vegano, cioè non mangia nessun cibo di derivazione animale e neanche certi tipi di verdure… insomma è quasi peggio di un cattolico praticante, semmai esiste un cattolico praticante!
Gira voce che Ian, oltre a voler suonare sul presto (alle 21!! orario davvero improponibile per il pubblico napoletano!!!) abbia preteso di suonare in un posto dove non fossero serviti alcolici, dove il pubblico fosse sobrio e consapevole cioè, e questo faceva presagire un tipo un po’ rompipalle che male si sarebbe adattato a questa caotica città… Ma così non è stato, anzi: Ian si è rivelata una persona tranquillissima e disponibile, aperta al dialogo con il pubblico, e non malignate dicendo che se non avesse chiacchierato così tanto il concerto sarebbe durato una mezz’ora scarsa.
Chi se lo sarebbe mai aspettato di suonare in un ex-cinema (addirittura ex-chiesa NATO, una ventina d’anni fa) situato in un semi-scantinato con Napoli di fuori, esordisce lo stesso Ian a proposito della strana venue dove ha la ventura di suonare.
 
Il progetto presentato a Napoli si chiama The Evens (letteralmente: I Regolari), in cui oltre a Ian milita appunto Amy Farina sua compagna di vita e sorella del ben più famoso karateka Geoff: due voci, una batteria, una chitarra baritono (corde più robuste, e meno male!) e un mixer è tutto ciò che serve stasera.
Immaginate un po’ i Fugazi acustici e rallentati e con qualche melodia vocale in più e non sarete poi tanto lontani dalla musica contenuta nel disco (omonimo) d’esordio: una musica che dal vivo diventa ancora più profonda, nervosa, tesa.
Sì perché uno come Ian il punk-rock ce l’ha nel sangue, le urla gli escono dal profondo dell’anima e non puoi non riconoscere certi toni fugaziani nel suo cantato “regolare”, il suono della chitarra sarà pure pulito, ma la forza con cui Ian suona ti prende dentro e anzi tu che sei seduto a dieci centimetri ti ritieni assai fortunato che non stia suonando una chitarra elettrica; mentre il drumming (e il cantato, anche se puro)di Amy sembra svogliato e impreciso, ma questo è il modo giusto di suonare questa musica: secco, definito, punk appunto.
 
Perché, insegna Ian, punk-rock non è un modo di vestirsi, punk-rock non significa suonare veloce, punk-rock non è nemmeno una cresta in testa: punk-rock è liberazione. La musica era qui prima del linguaggio, la musica è una cosa seria, continua Ian, e poi dice che la cosa più bella di un concerto è quando il pubblico canta insieme alla band, quando si canta tutti insieme, è un senso di comunione che esprime un’energia incredibile: ecco perché stasera Ian vuole cantare con noi, e non certo O sole mio come un tipico napoletano propone.
Ian inizia a darci lezioni di canto, non dovete essere imbarazzati dice, quelli più pazzi siamo noi, sul palco e con le luci puntate addosso, imbarazziamoci tutti insieme allora… Ian ci insegna le strofe e di lì a poco tutti a cantare (the police will not be excused/the police will not behave) ed è bellissimo.
 
Questo è un concerto politico non solo nella forma, ma anche nel contenuto: Ian non manca di accennare agli imbecilli massimi Bush e Berlusconi (assholes in the castles, li definisce: stupidi incapaci di vivere tra la gente comune) che fanno fin troppo bene il loro lavoro ma che ben presto se ne torneranno a casa, perché la gente ha il potere e ce la farà, rimetterà tutto apposto, ci vorrà del tempo ma è sempre stato così, ci assicura Ian.
 
A fine concerto i cd da vendere finiscono davvero in un battibaleno e io non so come ma in tasca mi ritrovo due cd al prezzo di uno, forse un regalo involontario di Ian (mi ha chiamato brother!) quando gli porgo il mio blocchetto per gli autografi di rito… scusa Ian, comunque il cd in più l’ho già regalato al mio fido compagno di concerti Alfredo! E poi trovo a terra anche cinque euro, due cd al prezzo di cinque euro, faccio proprio schifo vabbè. Mi dovrei quasi vergognare di averti stretto la mano?
 
Ian ha detto che a stare qui a Napoli, a suonare davanti a noi, loro non sono stati fortunati (lucky) ma benedetti (blessed), ma la verità è che stasera siamo stati noi a essere blessed not lucky.
Adesso ti aspettiamo con i Fugazi, Ian; torna ti prego, ché nel 1988 si era ancora troppo bambini per entrare al Tien-A-Ment… Anche se quel «We are not playing at the moment» detto a mezza-voce in risposta alla mia domanda a proposito di ciò non fa sperare in nulla di buono, purtroppo.
 

Dove sono?

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