gioventù sonica.

29 settembre 2005 § 12 commenti

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gioventù sonica.

29 settembre 2005 § 12 commenti

un regalo assai gradito.

28 settembre 2005 § 2 commenti

Surprisingly when I put on one of his early records strangely I find I know all the lyrics and remember the repetitive listening sessions, painting in my bedroom, getting stoned and feeling my own teenage hormone driven desolation row. Meanwhile the sun was shining brightly outside in our the clean and well landscaped West L.A. neighborhood. Hippie phrases like, "Be Free", "Life’s a Groove" and "Turn On, Tune In, Drop Out" were all easier said then done, especially if you were fifteen or sixteen and weren’t quite sure about anything in yr life, much less the cultural evolution. That’s why Bob Dylan was such a comfort. He was on the outside looking all around. Not really a joiner, more a poet. Maybe also, depressive and little passive aggressive? Huh what do you think?

infine.

27 settembre 2005 § 1 Commento

La giornata finisce con una visita alla Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo, tra una marea di adolescenti vocianti e artisti della vecchia guardia che ci provano con quelli della nuova, e la visione casalinga del magnifico Chinatown di Polanski, dove uno spiritato Roman taglia il naso al detective Nicholson.
 

e poi.

27 settembre 2005 § Lascia un commento

Ci proteggiamo
in modo indifeso. Attorcigliamo il significato
intorno al significato e guardiamo nelle lontananze
del nostro occhio. Ciò che non c’è
ci appartiene. Siamo proprio vicini.
 
Lo scrive Peter Waterhouse, sulla quarta della sua raccolta poetica “Fiori”, comprata a 1 euro su una bancarella, sulla fiducia per la collana Donzelli.
Quella collana color avorio, con quegli strani segni in copertina.
Waterhouse anche lui nato tedesco e adottato americano, come scopro in seguito.
   Così lontano, così vicino.

I luoghi vuoti dell’anima di Wenders.

27 settembre 2005 § 8 commenti

I jeans di Wim Wenders sono rotti proprio nello stesso punto in cui (si) sono rotti i miei, allo stesso modo. Nello stesso punto e allo stesso modo di chiunque compri un paio di Levi’s e li lasci così come li ha comprati, in verità. È che li fanno molto lunghi e allora se a uno non piace tagliarli e fare delle pieghe molto ordinate, col tempo finiranno per rovinarsi a causa del logorio dovuto al troppo camminare. Vanno sotto le scarpe, e sono pure un po’ fastidiosi. Però sono belli così. La cosa strana è che i jeans di Wenders sembrano abbastanza nuovi, mica come i miei.
Io poi ho finito per tagliare i pezzi di jeans in più, erano diventati abbastanza anti-estetici e comunque rischiavo di inciamparci, chissà se lui lo farà. Adesso il mio jeans è tutto sfrangiato, sfilacciato.
Anche le sue Converse blu sono proprio come le mie, ma anche queste sono molto più nuove.
 
Wenders è venuto qui a Napoli a ritirare il Premium Extraordinarium degli Annali dell’Architettura e a presentare, incidentalmente, il suo ultimo film: “Don’t come Knocking” (Non bussare alla mia porta). La locandina del film illustra, come nei quadri di Hopper, una scena metropolitana il cui protagonista è un unico lonesome cowboy; il mio amico fotografo insiste a dire che si tratta di una foto “polarizzata”, ma a me sembra proprio un quadro.
Wenders dice che con questo film voleva catturare quel senso di estraniamento e solitudine che ha sempre trovato in Hopper, ma non ci riusciva, non riusciva a capire come fare. In realtà lui non dice “senso di estraniamento e solitudine”, mi pare, usa un’altra parola che non riesco a ricordare.
La locandina esprime molto bene questo senso di [immaginare qui la parola che non riesco a ricordare], a mio parere: nell’economia dell’immagine il cowboy è posizionato centralmente, appoggiato di schiena contro un palo della luce il cappello calato sul viso, e tutto intorno a lui è il vuoto.
Cioè, i palazzi ci sono pure, c’è anche un bar, ma il paesaggio (il landscape) è completamente vuoto.
Il segreto di questo sentimento è che nei quadri di Hopper non c’è mai separazione tra interno ed esterno: sui vetri dipinti non ci sono mai riflessi, fateci caso, è vero.
Così ha scoperto Wenders a cui, grazie al suo direttore della fotografia, è bastato usare un filtro “polarizzatore” (e qui torniamo al discorso del mio amico) piuttosto che distruggere tutte le finestre presenti nel film.
 
Un film che parla di vuoti, di luoghi: la storia della più grande città fantasma degli Stati Uniti probabilmente, che prima non era altro che la più grande città degli Stati Uniti. Ecco, il vuoto. Libertà, o inquietudine? Horror vacui, o horror pleni?
A ognuno la sua risposta.
 
Wenders dice che lui si sente libero a viaggiare, a stare in luoghi diversi, la sua casa d’origine gli è data dalla lingua madre (il tedesco), ma la sua vera casa è sulla strada e proprio per questo, aggiunge, lui soffre di nostalgia di casa (homesick, usa questo vocabolo) ovunque: è perché è la sua casa a essere ovunque.
Può sembrare un discorso contraddittorio, però è un discorso che fila molto bene invero.
Tokyo, San Francisco, Berlino, Lisbona… sei stato ovunque, e ovunque senti nostalgia di questi luoghi. A 28 anni, che lui aveva già girato 3-4 film, rimase folgorato da un film di Ozu, “Viaggio a Tokyo”, quindi si procurò tutti i film di Ozu disponibili in America, e poi partì per andare a vedere tutti gli altri, certo… andò proprio a Tokyo.
Chi ha bisogno della lingua, quando hai immagini così potenti.
Invece probabilmente noi, al giorno d’oggi, accenderemmo il computer e via a scaricare l’intera filmografia di Wim Wenders (che io giusto quei 3-4 film avrò visto, poi).
Altro che viaggiare.
 
Parla pure di questo Wenders, dei computer e del digitale, rispondendo a un ragazzo di Scienze della Comunicazione (la laurea barzelletta dei giorni nostri, ahimè) che gli chiedeva dei digital landscapes. Dice che il fatto che un ragazzo passi tutto il tempo davanti al computer, usufruendo sempre di un’esperienza mediata, digitale, falsata, piuttosto che di un’esperienza reale, lo inquieta e lo intristisce.
Al cinema, il primo uso del digitale è stato quello di riprodurre esplosioni e violenza, e questo può sembrare pure un discorso retorico e moralista, ma non lo è, perché è un discorso sincero.
Wenders dice che quando, come tutti noi, ha visto crollare le torri gemelle in televisione, gli sono tornate subito alla mente le immagini di tutti i film (quattro, cinque) in cui aveva visto il World Trade Center distrutto… e infatti quanti di noi, mentre vedevano quello che è successo l’11 settembre 2001, hanno pensato “È come un film?” Quanti lo hanno scritto?
Il digitale finisce per rendere irreale ciò che è reale, e viceversa.
 
Altre domande riguardano soprattutto l’architettura e l’anima dei luoghi, visto che a invitare Wenders è stata proprio la Facoltà di Architettura di Napoli dell’Università Federico II (“Federico Fellini? Ma non capisco quel ‘Secondo’… Lui è unico!”, chiede un sorridente Wenders per rompere il ghiaccio), e Wenders ribadisce il suo amore per luoghi aperti e architetture vuote… Spazi ampi che nascano all’interno di una città e la rendano libera, a questo dovrebbero pensare gli architetti di oggi.
 
Suggestiva la risposta data riguardo al suo rapporto con la musica, anche qui torna il concetto di “vuoto”: per Wenders la musica è il vuoto tra gli elementi, la libertà desiderata tra le righe, il vento che soffia tra gli spazi lasciati tra le immagini.
E suggestivi sono anche i ricordi d’infanzia (“When I was a little boy…”, la formula – quasi magica, per i mondi che dischiude – usata per cominciare un paio di risposte) del Wenders bambino: una nonna senza la possibilità di una vita autonoma dato che era costretta a leggere per lui di continuo, un padre che riempiva casa di riviste d’architettura perché il suo sogno era costruire una casa tutta per loro. 
 
I baroni dell’intellighenzia locale si distinguono per domande stupide e senza né capo né coda tra cui c’è una domanda (che sicuramente resterà negli annali dell’università napoletana) sulle aquile come immagine topica della filmografia wendersiana, domanda alla quale uno stupito e divertito Wenders non può far altro che rispondere “Dove ha visto tutte queste aquile?!” scatenando l’ilarità generale (così si fa!); ma il migliore è sicuramente il “magnifico” rettore Trombetti (niente scherzi, si chiama proprio così) che invita a una maggiore sintesi non solo per quanto riguarda le domande ma anche per le risposte (!!!), intimando al regista di rispondere in modo cumulativo a più domande: complimenti per l’educazione!
 
La classe, e la disponibilità, di  Wenders sta nel darsi, umile e modesto, per oltre due ore, in modo generoso, tentando di rispondere anche alle domande più insensate (che ne può sapere lui dei problemi socio-politici di Napoli?), e fregandosene dei tempi imposti dal “magnifico” a cui manda anche un’ironica frecciatina, magnifico rettore che alla fine avrà anche la faccia tosta di dire che “Il signor Wenders è stanco, bisogna finire”, quando in realtà Wenders avrebbe continuato più che volentieri, visto che ha firmato autografi per più di un’ora, facendo anche dei disegnini meritatissimi a chi gli presentava il proprio blocchetto di schizzi che un curioso Wenders non mancava di sfogliare.
 
Il mio feticismo viene soddisfatto, invece, da un semplice autografo (sicuramente ispiratore per gli anni a venire), ma con il mio nome però, tant’è.
La prossima volta sarà meglio portarsi un quadernetto personale quindi, ma più che altro per prendere appunti però… ché le cose interessanti di cui ha parlato il regista tedesco sono state davvero tante.
 
Questo è il semplice risultato della mia limitata memoria.
Impressioni, niente di più.
 
 
[Con me c’era anche Marilou (infastidita da tutti i cameraman presenti), che chissà cosa scriverà (se scriverà)]

solitudine.

25 settembre 2005 § 2 commenti

Dove sono?

Stai visualizzando gli archivi per settembre, 2005 su granelli.