la parola che non c’è

25 settembre 2006 § 17 commenti

Questo è un film su una traduzione. Traduzione significa portare le cose da un posto all’altro, che siano parole o altro non fa differenza, fa lo stesso. La traduzione presuppone un uomo, o una donna, che si faccia carico di queste cose e che le porti, materialmente o mentalmente, dal posto d’origine al posto d’arrivo. Il traduttore in questione deve armarsi soprattutto di buona volontà, perché tradurre è un lavoro difficile che molto spesso può sfociare nel tradire, e cosa peggiore non può esserci per un traduttore: tradire il senso, il significato, l’essenza di una cosa, un concetto, una persona (Gesù Cristo fu tradotto nel giardino del Getsemani, e lì tradito).

(continua di là)

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la parola che non c’è

25 settembre 2006 § 17 commenti

Questo è un film su una traduzione. Traduzione significa portare le cose da un posto all’altro, che siano parole o altro non fa differenza, fa lo stesso. La traduzione presuppone un uomo, o una donna, che si faccia carico di queste cose e che le porti, materialmente o mentalmente, dal posto d’origine al posto d’arrivo. Il traduttore in questione deve armarsi soprattutto di buona volontà, perché tradurre è un lavoro difficile che molto spesso può sfociare nel tradire, e cosa peggiore non può esserci per un traduttore: tradire il senso, il significato, l’essenza di una cosa, un concetto, una persona (Gesù Cristo fu tradotto nel giardino del Getsemani, e lì tradito).

(continua di là)

chi vuole che le creda, signora albert. (the woman who was jt leroy)

19 settembre 2006 § 12 commenti

INTERVIEWER
Did you get in a lot of trouble as a kid?

LAURA ALBERT
Not so much before my parents were divorced. That happened the next year, when I was thirteen, and my world tipped upside down. I had this diary from when I was eleven, and it was just these normal entries about middle-school gossip, how I’m not popular, and then one day it’s, I think my parents might get divorced, it’s really scary, they’re fighting. Then the next entry is: Laura Albert died at birth and they put me in her body. I became really certain that I had died and they took Laura out of my body and they put an alien in. And I had all this evidence that showed that I was different, like my fingers are crooked and I have a point in my ear and all these things.
Things got more and more painful—there was intense violence in my household—and I stopped going to school. I dropped out of eighth grade. My mom had boyfriends who came to live with us and who were inappropriate with me. It was an ongoing cast of characters—an Indian called Strong Horse who had done time for murder, Stanley the manic depressive, Motorcycle Bob, and on and on. It was scary, but at the time I thought sex was an OK trade, because they were offering me things that i felt very hungry for: attention, validation, or a father figure.

INTERVIEWER
Had your father dropped out of the picture?

ALBERT
I would see him every now and then, but then I just stopped because it was too painful.

INTERVIEWER
What did you do all day when you weren’t going to school?

ALBERT
I stayed at home and called hotlines. I called any hotline that offered help for kids. I always called as a boy, telling stories. It’s not like I had the desire to be transgendered, but I wouldn’t pray at night for a normal, happy family, or even to be thin—I would pray, God, let me wake up as a boy. That was salvation for me. That was where the power lay, and that’s what I became.

attendiamo mappe dalla cracovia. (nel frattempo baciatevi baciatevi)

17 settembre 2006 § 14 commenti

L’altro giorno è stato un giorno strano. Ci ho messo due ore e mezza per fare circa venti chilometri. Dovevo andare a San Giorgio a Cremano (per il Kaleidoskope Festival 02), la strada pareva semplice, eppure a volte capitano cose strane, si continua a girare in tondo, sbagliare strada, svincolo. Non se ne capisce bene la ragione.

Un po’ come quella volta che andai a vedere Beck, anche lì fu incredibile, un incubo, sudori freddi. Continuavo a girare intorno, ero vicino, ma non ci arrivavo.

(A causa di ciò mi persi anche gli amati Raveonettes, ahimè.)

Ecco anche l’altro giorno è stato così, ma forse un po’ meglio fortunatamente.

Forse anche perché era giorno.

Comunque ho ufficialmente litigato con superstrade e uscite autostradali.

 

Parto di casa già con il mal di testa, sono le 16.40 circa, ma ho le mie indicazioni scritte, San Giorgio è vicino, non dovrebbe essere difficile ad arrivare. Quanto ci vorrà, mezz’ora al massimo.

E invece no.

Sbaglierò strada più volte, al primo svincolo mi fermerà la polizia, vedrò un incidente mortale di un motociclista, arriverò addirittura al centro di Napoli e poi tornerò indietro perché un simpatico benzinaio si rifiuta di darmi un’indicazione, pagherò circa 10euro di autostrada, di cui 3euro rubati da una fottuta macchinetta automatica.

Arrivato a San Giorgio (enorme! e chi se lo immaginava) girerò un po’ di volte per trovare parcheggio e finalmente arriverò in villa, dove scoprirò che la cosa era iniziata con qualche ora di ritardo (viva la napoletanità!); mi metto a sedere, saluto J., A..

A condurre l’intervista ai Matmos c’è P. N., il ragazzo con cui ho collaborato per il pezzo sul Neapolis, finalmente lo vedo, per scoprire che in realtà lo avevo già visto in disparate occasioni, anche all’università. Lui mi saluta, io vorrei pure presentarmi, ma non ne avrò l’occasione.

Nell’intervista vengono citati vari autori che non conosco, ma come al solito la mia mente vaga troppo per cogliere qualcosa d’interessante. Eppure di cose interessanti ce ne sono eccome, i Matmos sono delle persone molto intelligenti. Va bene, vorrà dire che cercherò di recuperare la videocassetta da A.

Comunque alla fine riesco a entrare gratis almeno, D. e G. decidono di non farmi pagare.

Visto che ho pagato quasi 10euro di autostrada direi che tutto torna, no?

 

Il concerto dei Matmos è un gran concerto. Loro sono in due ma sul palco vengono coadiuvati da una Zeena Parkins (camuffata da una parrucca nera, rispetto al suo live di poco precedente di cui poi si parlerà) e da un chitarrista di cui ignoro il nome. Uno dei Matmos, Drew il moro, si occupa del tappeto elettronico, beats&loops insomma, l’altro, il biondo Martin, produce musica concreta, maneggiando oggetti tra i più disparati da cui trae i suoni più vari.

I Matmos sono famosi proprio per questo in effetti, fare una musica che unisce l’elettronica a “rumori” presi dal vero; così, a seconda dei “rumori” sfruttati, ogni loro album sembra assomigliare a un concept: oggetti in sé, il mito del vecchio west, la medicina (la chirurgia plastica, l’eterno memento mori), la guerra civile americana, gli intellettuali di ogni tipo.

Il lato più spettacolare del loro concerto è proprio quello di Martin perché, sì, i Matmos dal vivo suonano, non mettono semplicemente le basi. E allora ecco Martin alle prese con un palloncino che si sgonfia, un tubo di plastica, del ghiaccio secco, dei petali (e anche dei mazzi) di rosa. Ogni cosa viene usata e reinventata allo scopo di creare musica.

Certo, probabilmente niente di originale, la musica concreta è una musica di futuristica memoria, quando i fischia(n)ti e rivoluzionari “intona-rumori” erano davvero qualcosa di straordinariamente mai visto et sentito, eppure i Matmos coinvolgono e stupiscono non solo un certo tipo di pubblico, ma anche quell’altro tipo, di pubblico.

Basti dire che al concerto è presente pure quel fighetto di Paolo Sorrentino, “appassionato di musica elettronica” si definisce, e questo appunto è tutto dire.

La scaletta del concerto attinge soprattutto al materiale più recente, ovvero vengono presentati e suonati pezzi presi soprattutto dall’ultimo disco dell’elettronico duo, disco titolato a seguito di una frase di Ludwig Wittgenstein, e le danze vengono aperte da uno scritto di Valerie Solanas provocatoriamente declamato da una rabbiosa Parkins.

È uno scritto contro l’uomo (inteso come genere maschile), di cui la frase più gentile è «L’uomo ha un cromosoma incompleto, è un aborto che cammina, quindi non serve a nulla», o qualcosa del genere.

Si passa poi ai più delicati, eppure possenti e voraci, mazzi di rose (di cui sopra) del filosofo austriaco, fino ad arrivare, attraverso ghiaccio e pezzi più vecchi suonati al triangolo, in una lontana terra burroughsiana, terra i cui ipnotici fumi d’oppio rischiano di stordire pesantemente.

Il concerto dura un’ora scarsa, ma l’impressione è stata quella di un lungo viaggio.

Nessuna foto è stata scattata, come se si fosse inchiodati alla sedia, troppo affascinati per fare anche solo un passo. È per questo che ci si affida alle parole, per ricordare.

Prima dei Matmos c’è stata Zeena Parkins, a riscaldare l’ambiente… o a raffreddarlo, dipende dai punti di vista. Zeena, le cui infinite collaborazioni vanno da Björk (ma anche gli stessi Matmos, del resto) fino alla Gioventù Sonica, è sola in scena, sola con la sua piccola arpa di produzione probabilmente artigianale, arpa su cui sono montati una serie di pick-up per chitarra e il cui suono viene riprocessato da una serie di effetti, non più solo per chitarra a questo punto.

Zeena pizzica le corde con le dita, talvolta le sfrega con una piccola catena, e ne tira fuori suoni aspri e ostici, ostici anche per l’orecchio più affinato e abituato a tali sonorità, sì.

In questi casi un grosso rischio è la noia, ma la Parkins è brava a non strafare e suona per non più di una mezz’oretta, senza cadere in quella che sarebbe poi sembrata una vuota masturbazione fine a se stessa. Di lì a poco raggiungerà poi i Matmos, di cui si è già scritto.

Ma prima ancora della Parkins c’era stato un trittico di gruppi napoletano (Ether – Kiò – Retina.it) che s’è diligentemente alternato sul palco, creando un flusso ben variato di corpi sonori elettronici.

Il corpo umano è quello che sta al centro del progetto Kiò infatti, non foss’altro perché in scena ci sono due attori, lo spiritato Michelangelo Dalisi e una da lontano irriconoscibile Monica Nappo, il cui canto notturno doppio risulta ben incorniciato dalle basi elettroniche amalgamate da Marco Messina, ex della posse più famosa di Napoli (e non solo).

Vengono declamati giornali, poesie, libri, parole… critiche e moderne.

A un certo punto il destino di una minestra di farro, da rigirare costantemente perché non si attacchi, si incontrerà/scontrerà con il destino della popolazione palestinese vessata dallo stato israeliano; il tutto mentre un maialino rosa fatto di peluche e plastica ci osserva appollaiato su una spia, facendo suo il nostro sguardo e ricambiandolo.

Signore e signori è questo, il mondo moderno.

Molto diversa – ma non per questo assolutamente disprezzabile – risulta invece l’offerta dei Retina.it (senza Marco Messina, e quindi non Resina) che propongono una musica elettronica serrata e tesa i cui veloci battiti sconfinano quasi nell’industrial, talvolta, e quella degli Ether, un trio che si fa apprezzare per atmosfere lounge (ma anche hip-hop) e allo stesso tempo inquietanti, quasi si stesse vedendo un film di David Lynch.

 

Naturalmente il concerto di Vinicio Capossela, due giorni prima, è stato molto diverso, e per atmosfera e per musica.

Un concerto partito male, con un Capossela scocciato che come un bambino capriccioso si lamenta dei tecnici che gli hanno rotto l’organetto Farfisa e la chitarra elettrica. Non riesce a suonare, si agita, va avanti e indietro, nervoso, e su e giù dal palco. Interromperà anche Lanterne Rosse, non si ricorda parole e/o musica, e gli spartiti non ne vogliono proprio sapere di stare fermi.

«Non c’è niente da ridere, ragazzi», sibila un Capossela fumante di rabbia a un pubblico divertito prima, ammutolito poi.

Va bene, si passa al prossimo pezzo. Corvo Torvo, e mai pezzo fu più appropriato.

A un tecnico che si avvicina per fissargli il microfono, Capossela gracchia e mulina le braccia come ali, impazzito, proprio come un corvo torvo. Non vorrei essergli stato vicino quel momento, sai l’umiliazione. Si sa come sono questi folletti pazzi.

Capossela si gratta di continuo, dev’essergli venuta la rabbia, nomina il nome di Cristo invano e fuma addirittura, cioè io non lo avevo mai visto fumare sul palco.

«Anche al vulcano lì di fronte gli piacerebbe fumare, sicuro», dice tirando una boccata con soddisfazione.

Vinicio stasera è quasi cattivo, rancoroso quando rifiuta applausi e cori, perché è lui la stella, e nessun altro, e quando ancora una volta interrompe un altro pezzo per ordinare di non fare foto.

«Affidatevi al ricordo, signori», dice severo.

Poi si parte in direzione della signora Luna (via Mosca, naturalmente: «Adesso faccio un pezzo techno-porno», ci avverte il nostro simpatico astronauta post-sovietico e posticcio), e il concerto comincia a riprendersi, a carburare come una vecchia volvo, e vedere Vinicio finalmente sorridere felice e fare il pagliaccio è impagabile. Deve essere l’alcool biondo, bevuto in quantità, a sciogliere Vinicio, e a renderlo il peronista convinto e buffone che è, e poi il calore del pubblico, certo.

La bolgia si scatenerà (infine) durante la marcia verso il camposanto infatti, così come è lecito che sia, e nessuno riuscirà più a mantenersi seduto e a rimanere lontano dall’uomo vivo e buffamente benedicente.

Beata gioventù!

I concerti di Vinicio sono sempre così, partono epici e lenti, e poi il delirio.

Il vero Vinicio è quello dei bis, quello ormai completamente ciucco di birra e di chissà cos’altro e totalmente gioioso, quello che canta Che Cossè l’Amor senza mai ricordarsi – e dico mai – le parole, quello che si mette a suonare pezzi popolari virandoli mariachi anche se forse li ha provati solo una volta prima, quello che si versa liquidi non ben identificati in testa, quello che finisce all’1.35 circa con l’inno alcolico ai musicisti da bar, ma invitando sempre tutti a guidare con prudenza, premuroso, alla volta di Ciccillo naturalmente.

Questa sera ho visto un Vinicio strano e magnifico che prima si è negato e poi si è dato tutto, con perle quasi mai suonate, conscio che il destino crudele è sempre dietro l’angolo, pronto a ghermirti e prenderti per sempre, così come s’è preso Leandro Misuriello, il povero bassista di Carmen Consoli (che avrebbe dovuto suonare la sera stessa in altro loco, ma sempre a Caserta) a cui un serio e commosso Capossela ha dedicato in fine il concerto tutto.

 

Ancora più diverso è stato il concerto di Paolo Conte, i biglietti per il quale li si è dovuti conquistare con grinta e decisione.

Ambientato nella magnifica cornice dell’Arena Flegrea (si dice sempre così, ma quanto scomode sono quelle gradinate!) il concerto è stato inevitabilmente un po’ “freddino”, vista la distanza tra pubblico e musicisti. Ma le canzoni sono belle lo stesso, e l’acustica è perfetta (anche questo si dice sempre, e in effetti è proprio così).

Paolo Conte ci accompagna per un’oretta e mezza in un mondo – il mondo di Razmataz – fatto di jazz e di anni ’20, quando le donne ballavano freneticamente balli luccicanti di lustrini e di paillettes, e gli uomini erano gentiluomini duri ma gentili. All’incontrè oggi viviamo in un mondo dove gli avvocati la fanno da padrone, e le parole d’amore sono scritte a macchina. Il passo è quindi claudicante, e non si ha nemmeno più voglia di andare al cine (za-za-za-za-za-zà).

Dove sono andate a finire le nuvole?

Che voglia di piangere ho.

 

Ma, in verità vi dico, il concerto che avrei voluto vedere più di tutti è quello dei Tv On The Radio; anche se il loro secondo disco mi ha deluso abbastanza, il primo (Desperate Youth, Blood Thirsty Babes… che titolo!!!) rimane comunque un capolavoro.

Non ci sono potuto andare, perché a Roma erano il giorno del matrimonio di D., e per Bologna non ho trovato nessuno.

Così sono andato in Puglia per questo matrimonio, due giorni, e tra viaggio e regalo non voglio nemmeno scrivere quanto ho speso perché me lo voglio proprio scordare, cosa non si fa per gli amici eh.

Io mi sono perso un concerto a cui tenevo molto (che dico molto, moltissimo!) e ho speso una barca di soldi, fesso che sono.

Che poi Vinicio lo continua a ripetere: «La vita è bellissima… e poi ti sposi!».

Quanta ragione che c’hai caro Vinicio, maestro di vita!

Quest’anno sono al quarto matrimonio, ne sono in vista altri due e già non mi sento tanto bene.

Che cazzo vi sposate a fare tutti? …Sìsì, tutta invidia la mia.

Poi dice che uno inizia a soffrire di solitudine, con tutti questi amici che si sposano.

Questi amici che sembrano degli adolescenti, per come ancora parlano delle donne, delle ragazze, questi ricchi amici berlusconiani che mettono in mostra lo scontrino di ogni cosa comprata, questi amici carabinieri dentro (e anche fuori) che ti classificano come «eversivo» o, peggio (per loro), «nannimoretti», solo perché ti sei fatto crescere la barba (che manco a farlo apposta è uscita pure rossiccia!).

Al giorno d’oggi uno non è nemmeno libero di farsi crescere la barba.

 

D’altronde Vinicio ha detto pure un’altra cosa riguardo ai matrimoni, qualcosa che aveva a che fare con la falsa testimonianza, ma non ricordo bene, però poi ha continuato parlando di riso, quello da matrimonio e quello vero, riso che non ammuffisce mai… mah, chissà cosa voleva dire.

Non ricordo e perciò mi fermo qui.

 

 

 

 

 

p.s.: Ma quindi la notte bianca di Roma consiste nel camminare a vuoto per ore facendosi largo tra migliaia di persone?

Bastava dirlo subito che la commozione sarebbe arrivata solo con il Vinicio finale che ovunque protegge e all’alba vincerà.

caspita. (this heaven gives me migraine)

12 settembre 2006 § 7 commenti

dai new order ai gang of four, passando per aphex twin, per ritornare poi di nuovo ai new order.

di bene in meglio.

stati di agitazione animale. (per finta)

9 settembre 2006 § 14 commenti

Capita un giorno che  vai a prendere i biglietti di Paolo Conte e ti ritrovi con un sacco di gente e il tuo numero è 665, bene. Tipico napoletano. Nello stesso giorno napoletano ci sarà anche un (falso) allarme bomba in cui ci sono gli artificieri che fanno scoppiare un sacchetto della munnezza che contiene un panino (bomba?). Povero panino.

 

prova a entrarci. (se ti pare)Il giorno prima invece vai al MADRE, per la prima volta, a vedere l’Arte Moderna.

Qualcosa d’interessante c’è, per il resto è la solita Arte Moderna.

Al MADRE lavora M. che mi fa da guida per un po’, al piano dov’è di guardia. Sa un sacco di cose, e mi chiedo chi gliele dica queste cose ai critici (d’arte).

A me sembra che ci sia molta più arte nel palazzo cadente di fianco al MADRE, lo si intravede dalle finestre. È bellissimo, completamente abbandonato, in rovina. Ma pare che adesso lo stiano restaurando/ristrutturando. Mi piacerebbe entrarci prima che lo riaggiustino del tutto, e fotografarlo. Per adesso mi sono dovuto accontentare di fotografarlo dalle finestre, appunto.

Al MADRE c’è la mostra di Kounellis e relative putrelle, che pure è interessante, però poveri uccellini e pappagallo prigionieri! Come mai gli animalisti non dicono niente?

Inoltre manca il violoncellista musicante, e una lampada a olio in una delle opere.

Impressionante il profondo buco blu prussia, dà le vertigini.

Per quanto riguarda le altre opere, sulla pecora (in realtà è un agnello, con tutte le implicazioni cristologiche che ciò comporta) di Damien Hirst si sono formate delle bollicine di condensa e purtroppo manca  la visione superiore quindi.

Damien Hirst è un’artista che prende gli animali morti e li mette in mostra sotto formaldeide, a volte li taglia a fette. Fico.

Anni fa c’è stata una personale completa di Damien Hirst a Napoli, ma io non ci andai per stupidi scrupoli di coscienza. A quella mostra c’era anche una testa di mucca in putrefazione con tanto di mosche ronzanti in giro.

 

Mentre ero al MADRE – incredibile – mi squilla il telefono per un’offerta di lavoro, un numero romano, io naturalmente da cittadino civile non rispondo, essendo in un museo. Ma non rispondo più per paura del numero sconosciuto, eh. Che era un’offerta di lavoro lo scoprirò solo da un successivo sms, sms che mi porterà anche a una perquisizione da parte della DIGOS, infatti guarda un po’ chi c’è lo stesso giorno di visita al MADRE: il presidente Napolitano, evviva!

Il fatto è che il messaggio m’era arrivato monco e aspettavo la seconda metà, sulla soglia, il mio cellulare naturalmente non prendeva bene infatti.

Quelli mi hanno visto armeggiare con il cellulare e si sono impressionati.

 

 

 

(ero felice a girare per la città, con la mia macchina fotografica al collo e il taccuino in tasca)

la rosa ha i denti nella bocca di una bestia.

7 settembre 2006 § 10 commenti

Dove sono?

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