la zona grigia.

17 luglio 2007 § 8 commenti

«Io non amo molto usare la parola “sperimentale”, perché qui in Brasile questo termine ha perso ogni significato. E poi ci sono vari modi di sperimentare: alcuni innocui, altri radicali. Quello che faccio io è cercare di comporre in quella zona grigia in cui ciò che è già comunemente accettato come musica si confonde con ciò che invece è ancora considerato aberrazione. Questo mi pone costantemente lungo la lama di un rasoio: posso essere al contempo ridicolo e/o brillante».

 

(tom zé)

fino a quando puoi continuare a chiamarti giovane sonico.

13 luglio 2007 § 16 commenti

Be’, alla fine ci sono andato.

A vedere i Sonici per la sesta volta, nell’anfiteatro romano di Ostia Antica, di nuovo, i Sonici performanti DayDream Nation per intero… quando li avevo già visti fare la stessa cosa poco più di un mese fa al Primavera Sound di Barcellona (prima mondiale tra l’altro, Lee Ranaldo disse che certe canzoni non le suonavano da 18 anni). Ma quello era un concerto grande, il tipo di concerti che adesso è difficile che mi emozioni, mancava l’intimità e mi sono dovuto addirittura mettere dei pezzetti di carta a mo’ di tappo nelle orecchie, per evitare che le chitarre soniche mi sfondassero i timpani. Ero in prima fila.

A Ostia in realtà li avevo già visti, stesso teatro antico, la seconda volta che li ho visti, se non sbaglio, con loro che suonavano musiche da Goodbye 20th Century (album mai sentito, talaltro) con l’aiuto di un percussionista aggiunto e quell’eclettico genietto di Jim O’Rourke. O Jim se n’era già andato? O ancora doveva entrare? Boh, la memoria mi fa cilecca.

Comunque quel concerto fu molto bello, anche grazie alla location (ecco perché ci sono tornato), atmosferico, ambient, chitarre perlopiù pulite, pezzi sconosciuti… però poi nei bis suonarono Schizophrenia e anche se quel pezzo non lo conoscevo ancora ricordo che quell’attacco mi colpì molto, e adesso ogni volta che lo sento mi ricordo di quel momento e mi vengono i brividi.

Leggetevelo, il testo di Schizophrenia.

 

La prima volta sonica invece fu a Jesolo, Beach Bum Festival, con amici guidai una notte intera solo per vedere i Sonici, cioè, per vedere principalmente loro: 900km in una notte, ecco, queste sono cose che fai solo quando sei veramente giovane, e non ti metti lì a pensare quanto sia stupido spendere così tanto (in soldi, tempo e fatica) per andare a vedere un concerto. Poi ti fai grande e credi che d’altronde i concerti, la musica, non siano altro che una cosa da ragazzi e che adesso non c’è più tempo, perché adesso bisogna lavorare e farsi una vita. Ieri a Ostia c’era una ragazzo che ha urlato tutto il tempo improperi contro il pubblico pagante e seduto, siete delle merde alzatevi io vengo da Salerno tutto da solo qui ci sono i Sonic Youth alzatevi lote, come se loro non avessero il diritto di stare seduti e godersi lo spettacolo come meglio credessero senza che qualche imbecille gli andasse addosso dicendo addio addirittura alle scarpe volate sul palco. Nemmeno i giovani sonici di oggi sono più quelli di una volta.

Io comunque anche ieri ero in prima fila, attaccato alla transenna, è per questo che sono riuscito a toccare la chitarra di Thurston Moore (mio eroe!), è stato tranquillo, perché la prima fila è tranquilla, basta essere muniti di zaino con dentro giubbino che attutisca i colpi alla schiena, giovani pischelli che non siete altro. Inoltre nella tasca del giubbino è dove va nascosta la macchina fotografica per evitare che te la sequestri il servizio d’ordine: vedete, vi svelo i segreti di un concertista esperto.

Ieri poi c’era anche un’altra che urlava, una tizia sulla trentina che dava dei ridicoli a quelli del servizio d’ordine perché s’erano messi i guanti di lattice come precauzione per non toccare la gente: Prima che vi beccate l’AIDS vi hanno già menato, urlava la tizia con il suo aristocratico accento romano invece di godersi il concerto. Alla signorina in questione forse è sfuggito che magari anche qualcuno del pubblico non avrebbe gradito il contatto coi buttafuori, eh.

In autogrill, ancora, cameriere e avventori litigano per mancata cortesia da ambedue le parti, e un tizio dice bugie alla moglie con l’amante che dorme in macchina.

Insomma, la gente è pazza.

 

Ma tornando a noi, il tour di Jesolo era quello di A Thousand Leaves, forse l’ultimo bell’album inciso dai Sonici (anche se l’ultimo che ho comprato è Murray Street, e non è certo da buttare), Sonici partiti letteralmente daccapo visto che nel tour precedente avevano subito il furto di due tir con tutta la strumentazione/attrezzatura, tra cui chitarre frutto di anni e anni di modifiche. Roba da ammazzarsi.

Si ricordano ancora accorati appelli di Lee su vari newsgroup alla ricerca del materiale scomparso.

(e tu, avresti comprato una chitarra sonica per poi restituirla?)

In quel concerto io ero al centro, il posto peggiore in pratica, perché è lì che si sviluppa il pogo, e non hai nessun appiglio, a meno che non ti aggrappi agli altri o inizi a pogare anche tu, certo. Ma non me ne fregava nulla perché sul palco c’erano i Sonici, le luci erano violacee, le sonorità pulite e psichedeliche.

Fu come essere rapiti da un vortice.

Alla fine Thurston si mise a giocare con una radiolina giocattolo e mandò la chitarra in feedback, e io nella mia innocenza giovanile me ne stupii. Comunque quel concerto mi sconvolse abbastanza.

Mi ricordo che dopo mi addormentai addirittura sul prato, perché avevo visto i Sonici, e degli altri chi se ne importava.

 

Poi, dopo aver detto addio al ventesimo secolo, venne il tour di Murray Street, appunto, e qui c’era anche Jim O’Rourke, sono sicuro. Si era a Valle Giulia, Roma, e lui e Thurston arrivarono a bordo di una Panda nera, che fighi. Salutai anche Thurston, che in quella Panda ci stava appena.

Steve Shelley poco prima del concerto uscì a controllare il prezzo delle magliette false, per regolarsi di conseguenza riguardo il prezzo delle magliette originali. Le magliette false le facciamo solo in Italia?

A Ostia per una maglietta falsa volevano 15 euro, quando prima te la cavavi anche con diecimila lire.

La gente è davvero impazzita, ve l’ho detto.

Anche quel concerto lo vidi in prima fila e ho anche delle foto analogiche abbastanza buone che stanno lì a dimostrarlo. Dormii a casa di un’amica e il giorno dopo partii per Arezzo con mio fratello e degli amici che m’erano venuti a prendere a Roma; i Sonici avrebbero suonato il giorno dopo ad Arezzo Wave. Fantasticai addirittura di farmi dare un passaggio direttamente da loro. Ah, beata gioventù.

Quel concerto lo vidi da più lontano, perché arrivare in prima fila a concerti così grandi è davvero una faticaccia e poi ero stato in prima fila giusto il giorno prima quindi non faceva niente.

Comunque vedere, anche da lontano, Kim Gordon che si dimena sulle note di Drunken Butterfly è una cosa che proprio non si dimentica. E anche il campeggio del fu Arezzo Wave è una cosa che non ti dimentichi per tutta la vita: se sei sopravvissuto a quel campeggio allora puoi sopravvivere davvero a tutto. Ricordo che c’era una punkabbestia che se andava in giro nuda e completamente strafatta a chiedere di essere scopata. Vabbè.

 

E poi eccoci qui, ai giorni nostri, con la tournè che i nostri eroi, seguendo un’odierna moda comune, hanno dedicato alla completa riproposizione di un loro vecchio album: DayDream Nation, appunto.

Cazzo, ma il mio preferito è il “commerciale” Dirty, l’album che contiene la canzona sonica più bella di sempre: Theresa’s Sound World. Riuscirò mai a sentirla dal vivo? Difficilmente si raggiungerà più una tale perfetta armonia tra distorsione e pulizia. E che dire di Purr? E Sugar Kane? E Wish Fulfillment?

La copertina poi? È da anni che ne cerco una maglietta.

Insomma, avete capito.

Comunque di Barcellona già ho detto, e anche di ieri non c’è poi molto da dire.

L’esecuzione dell’album è pedissequa e fedele, i Sonici si prendono poche libertà e quindi non ci sono molte sorprese.

Anche i bis (supportati da Mark Ibold) non forniscono brividi supplementari, dato che i pezzi sono quelli dei due album più recenti, album che mi sono quasi sconosciuti. Però qualche atmosfera free e qualche fraseggio sghembo emozionano, bisogna ammetterlo.

Thurston sembra essere quello che si diverte di più, si sbatte, alza la chitarra al cielo, la struscia contro il pavimento, storce i piedi, fa il metallazzo. Ha delle nike argentate e un jeans stracciato, gli occhiali da nerd, sì, lui è proprio rimasto un giovane sonico. Anche qui ha una radiolina con cui giocare che alla bisogna (providence) diventa anche mangiacassette; Thurston gira su vari canali per poi posizionare la frequenza su un canale morto: rumore bianco, that’s it. Perché è lì che non si prova più dolore, come ci insegna il caro Christopher Boone.

Ma secondo voi Thurston e Kim scopano ancora?

Kim è così austera, non è più l’adolescente introversa che si nascondeva sotto un cappuccio dei primi album. Le gambe sono muscolose, lo sguardo duro, il viso rugoso. Eppure anche qui non perde occasione di ballare. Forse è un po’ sgraziata, ma è cosa da dire questa riguardo la frontwoman di un gruppo che ha fatto delle dissonanze la propria bandiera?

Lei a suo modo rimane sensuale, e ha una gran voce.

Lee è quello con gli ampli dipinti, il beat del gruppo; ieri vendevano anche i suoi diari dei primi anni sonici. Lee canta spesso, e i suoi decisi ricami chitarristici fanno da contraltare alle spericolatezze di Thurston. A un certo punto imbraccia pure una chitarra acustica, e quasi non ci credo, voglio dire, una chitarra acustica a un concerto della Gioventù Sonica!?! Roba da non credersi.

Steve invece è quello più giovane, ma mi chiedo lo stesso come faccia a battere sui tamburi così per due ore. A lui l’ho rivisto anche ultimamente, accompagnava le spettrali canzoni suonate da una chitarra da due dollari. Quando gli ho detto che una volta ci avevo parlato per telefono perché Thurston mi aveva chiamato per complimentarsi riguardo un demo che gli avevo spedito, mi ha guardato ed è rimasto un po’ stupito, deve essere stato davvero buono, ha detto, perché non è una cosa che facciamo con tutti.

 

Come non vi ho mai raccontato del giorno che mi telefonò Thurston?

È una cosa che racconto proprio a tutti, capite.

È che tanto tempo fa avevo un gruppo, o una band, se vogliamo fare gli internazionali.

Io ci suonavo una rossa guitarra elettrica, e poi c’era il bassista e il batterista, che poi era (è) mio fratello.

Non è che avevamo proprio delle canzoni, ma ci mettevano in saletta (ah, i tempi della saletta sperduta in mezzo alla campagna, finita saccheggiata dai ladri) e suonavamo. Rumori, improvvisazioni, sperimentazioni, cose così. Più o meno ci divertivamo e i nostri sabati passavano così.

E poi un giorno scoprii che il bassista se ne sarebbe andato a Firenze a studiare psicologia (a proposito, questo lunedì si laurea alfine), e che quindi probabilmente il gruppo, quel gruppo fatto di chimiche alchemiche, non sarebbe esistito più.

Poi mio fratello si fidanzò e così davvero il gruppo finì.

Si parlò di cassette spedite su e giù per l’Italia, ma non se n’è mai fatto nulla.

Adesso con questo amico e un altro capita che ogni tanto ci vediamo per la cosiddetta serata F.A.C. dove l’acronimo sta per “Fake American Club”, ovvero il club dei finti americani nato da una mia idea: vediamo uno stupido film commerciale (possibilmente un’americanata, appunto), ci ingozziamo al Burger King o al McDonald, giochiamo a bowling. Viva Lebowski for ever, insomma.

Comunque di lì a poco io smisi anche di suonare la chitarra, io, che avevo appena comprato un mostro di amplificatore, forse perché il computer prese a mangiarsi la mia vita e/o forse perché dopo un po’ tutto mi annoia.

Però con quel gruppo avevamo fatte cose belle, e se avessimo continuato chissà dove saremmo arrivati. Perché anche se talvolta sopravviene la noia, certe esplosioni è davvero belle guardarle.

E così cominciai a sentire tutte le varie cassette registrate, prove e provini, e a scegliere le più belle, di quelle esplosioni. Cominciai a legarle l’un l’altra, queste cose, copiaincolla, ma senza pc perché, sapete, i masterizzatori non esistevano ancora.

Tanto è vero che quella spedita a Thurston fu una cassetta, una di quelle mitiche da novanta minuti, con tanto di copertina disegnata da me, a pennarello. Ci scrissi sopra anche indirizzo e telefono, forse anche l’e-mail, ma mai a pensare che qualcuno mi avrebbe chiamato. E invece.

Una sera arriva questa telefonata, mio padre risponde e, Lucio, vedi c’è uno che parla inglese che ti vuole.

Hallo, Lucio… Lucio… I’m Thurston, I am listening to your cassette… (mi fece sentire che effettivamente stava proprio ascoltando la mia cassetta) It’s cool.

Io sconvolto. Thurston Moore… Are you Thurston Moore? Yeah, you like it… cominciai a dire in un improbabile inglese, e giù a dire stupidaggini, tutto rosso in faccia.

Thurston poi mi passò anche Steve, e un po’ parlai anche con lui. Erano nel loro studio a Hoboken, New Jersey, lì dove avevo spedito la cassetta che adesso stavano ascoltando.

Thurston mi chiese anche dove abitavo, e se volevo andare a vederli a Barcellona (da un certo punto di vista quest’anno un cerchio s’è chiuso), perché loro avrebbero suonato lì, e se volevo, sì, potevo andarli a vedere. Io confusissimo dissi di no, in un attimo pensai che dovevo prendere l’aereo, non sapevo come arrivare, non sapevo che fare, sarei dovuto andare lì da solo, e insomma mille paranoie così.

Ero giovane e fesso allora, così come oggi sono grande e fesso.

Che poi non capii se mi stava invitando a stare da loro o solo a vedere il concerto.

O magari a fargli da supporto con il gruppo? Ma il nostro gruppo già non esisteva più.

Comunque lui non insistette più di tanto e prima di salutarmi disse solo: Take it easy, Lucio.

Attaccato il telefono andai in bagno e stetti mezzora a ridere da solo davanti allo specchio.

Fu davvero fantastico.

 

 

Dopo quella telefonata per un po’ ripresi anche a suonarla, la chitarra, scrissi pure un’altra lettera a Thurston, ma non mi ha mai risposto.

 

Mi chiedo perché quando comincio a fare “bene” le cose finisce che le abbandono sempre.

imperfetto.

8 luglio 2007 § 6 commenti

ogni tanto lo assaliva un’immensa tristezza.

le discariche abusive ormai ce le abbiamo in testa, diceva.

bisognerebbe andarsene, pensava.

 

ma gli sembrava di aver bruciato tutte le sue possibilità.

bruciate, come un nero sacchetto della spazzatura.

mondo verde

5 luglio 2007 § 7 commenti

mondo verde

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