Arto Lindsay, uno sperimentatore giramondo al Pomigliano Jazz. (Pomigliano d’Arco, 17 luglio 2010)

23 dicembre 2010 § Lascia un commento

Quest’anno il Pomigliano Jazz ancora una volta si è reso protagonista di un colpaccio non indifferente, portando sul palco un progetto che a parole, e quindi a fatti, si è rivelato piuttosto interessante: Da Napoli a Bahia, progetto che ha visto protagonisti Maurizio Martusciello (in arte Martux_M), Raiz, il percussionista Marivaldo, ma soprattutto Arto Lindsay, che dall’avanguardia statunitense (DNA, Lounge Lizards) è approdato qui a Napoli passando per il Brazil, tutti loro accompagnati dall’Orchestra Napoletana di Jazz diretta da Mario Raja.
La nostra curiosità era già stata sollecitata in conferenza stampa, e non poco: anche se Arto non ha potuto essere presente causa disguidi aerei (in volo da due giorni, il giramondo!), Martux_M ci ha rivelato che Lindsay è un appassionato conoscitore della musica e della lingua napoletana, e che sul palco si sarebbe cimentato proprio con alcune canzoni napoletane, ma rilette alla sua maniera, ovviamente. Infatti il progetto in questione è nato soprattutto dalle menti di Martusciello e Lindsay, e lo stesso Lindsay ha voluto poi coinvolgere anche Raiz, molto apprezzato per la sua voce.
Subito ci si è resi conto di quello a cui avremmo assistito quando Arto, arrivato sul palco tutto dinoccolato, si è inserito nell’Orchestra (che ha esordito con Zeza) con gli stridenti e nervosi suoni della sua chitarra, cominciando poi a dirigere la stessa a gesti e a sguardi, e portando tutti a una sorta di improvvisazione collettiva (come ci ha confermato la scaletta recuperata successivamente). Il concerto è continuato poi ondeggiando tra Napoli e Bahia, come da titolo. Arto, insieme all’orchestra, ha eseguito il Canto delle lavandaie del Vomero, la melodia napoletana più antica (1200) di cui si abbia traccia, Accarezzame (cantato addirittura in napoletano!), O meu lugar di Arlindo Cruz, e il suo Illuminated, dividendosi equamente tra melodia e avanguardia, tradizione e sperimentazione, cantando con quella sua voce soffusa e stonata al punto giusto, sorridendo a tutti. A Raiz invece è toccato cantare Let’s Get It On, di Marvin Gaye, e Sanacore, dei “suoi” AlmaMegretta; mentre Martux_M, coadiuvato da Lanvideosource e Kocleo, ha accompagnato l’Orchestra e i cantanti per tutto il concerto, diventando protagonista in un paio di occasioni (ArtoxElectroperc). Saltati purtroppo, per motivi di tempo, i bis (e chissà cosa avrebbe combinato il nostro Arto su Tammurriata Nera!?).
 
A fine concerto, grazie a Umberto Di Micco dell’ufficio stampa del Pomigliano Jazz, abbiamo avuto l’opportunità di fare una veloce, ma densa, chiacchierata con il signor Lindsay, rivelatosi (ma c’era da dubitarne?) assai umile e affabile (ha perfino insistito a voler parlare italiano).
Per inquadrare il personaggio, conviene forse partire dallo scambio finale di battute in cui alla domanda se oggigiorno sia preferibile vivere a New York o in Brasile, Arto, senza alcuna esitazione, risponde: in Brasile!
New York è stata tutto, una città piena di musica, arte, energia, spiega Arto, ma questo quando lui viveva lì, ovvero trent’anni fa: oggi New York è una città che è troppo uguale a se stessa, una città che – sembra suggerire Arto – è quasi diventata un cliché: ecco perché adesso lui vive in Brasile.
Un paese che non solo continua a produrre ancora musica (che guarda sia al passato che al futuro) ma che si avvia a diventare grande, come d’altronde si augura anche un artista come Caetano Veloso, musicista ma soprattutto brasiliano, in un’intervista rilasciata proprio negli stessi giorni dell’esibizione di Lindsay. In verità, Lindsay sembra andarci più cauto riguardo al “sognatore” Caetano, ma sicuramente il fatto che adesso lui preferisca vivere in Brasile è più che una risposta (d’altronde la stessa musica di Arto oggi è più bossa nova che new wave).
A proposito di Caetano Veloso, Lindsay ha prodotto uno dei suoi dischi più importanti e famosi, ovvero O Estrangeiro, e questo ci dà l’opportunità di chiedergli cosa significhi per lui lavorare da produttore.
Il dovere fondamentale di un produttore, ci dice Lindsay, è quello di permettere di fare al musicista per cui lavora il miglior disco possibile, in quel momento: cercare di tirare fuori la parte migliore dell’artista, dandogli nuovi occhi, e nuovi orecchi. Certo, a volte c’è anche lo scontro, e allora il buon Arto confessa tra le risate che si limita a un fa un po’ quello che ti pare.
Lo scontro, anzi l’incontro/scontro, sembra essere un elemento costante della carriera Lindsay. Nella sua musica si incontrano e scontrano continuamente America e Brasile, armonia e rumore, tradizione e sperimentazione. A questo processo Lindsay dà il nome di  frizione, ed è la cosa che più gli piace fare: per lui unire materiali così diversi è semplicemente un gioco, un gioco che diventa ancora più bello quando queste due forze contrastanti riescono ad assimilarsi e a diventare qualcosa di compiuto, nella forma e nella sostanza.
La personalità di Lindsay è complessa, in lui vivono più anime, come si evince dalla buffa lista che ci propina, quando gli chiediamo cosa Arto Lindsay abbia “mangiato” per diventare l’uomo/musicista colto che è oggi: Greta Garbo e John Cage (sono tutti e due interessati al silenzio), musica soul e Duchamp… e via così.
Ma non c’è da stupirsi, considerando quello che il musicista Lindsay ha suonato a Pomigliano: si può mai immaginare qualcosa di più contrastante, e opposto, di un antico canto napoletano accompagnato da una chitarra che spara fuori rumori?
Eppure è successo, l’avanguardia a volte non è altro che (far) ri-suonare/trasportare la tradizione nel futuro, pare che questa cosa si chiami post-modernità, e se, come diceva Oswald de Andrade esponendo il concetto di “cannibalismo culturale”, noi siamo quello che mangiamo, allora ben venga un musicista come Lindsay: saremo ben lieti di contemplarlo nella nostra dieta mediterranea.
Buon appetito!

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