the nights i push play and sing myself to sleep.

31 marzo 2006 § Lascia un commento

available on request, we never say no, satisfaction guaranteed.

30 marzo 2006 § Lascia un commento

tentativo d’eclissi.

29 marzo 2006 § 2 commenti

syriana

19 marzo 2006 § 8 commenti

“Corruption charges… corruption? Corruption is government intrusion into market efficiencies in the form of regulation. That’s Milton Friedman. He got a goddamn Nobel Prize. We have laws against it precisely so we can get away with it. Corruption is our protection. Corruption keeps us safe and warm. Corruption is why you and I are prancing around in here instead of fighting over scraps of meat out in the street. Corruption… is why we win.”

take a walk on the wild side.

10 marzo 2006 § 17 commenti

no, niente.

9 marzo 2006 § 11 commenti

“Electricity comes from other planets”
 
(Lou Reed)
 
 
Ieri ho visto il concerto (ma sarebbe più corretto definirlo una performance tra musica e teatro, e lettura e videoarte) di Laurie Anderson, e chi c’era seduto proprio davanti a me?
Be’ avete indovinato, c’era proprio il mitico zio Lou, il fu eroinomane Reed. Ha calato la testa e ha dormito tutto il tempo, poveretto. D’altronde c’ha un’età (64 anni), e poi lo spettacolo della compagna non era certo facile da seguire. Tutto quel parlare, tutto quel dire sarebbe stato meglio ad affidarlo a un libro (credo io) e lasciare un po’ più di spazio alla musica: da brividi gli intermezzi al violino solista, molto belli i sottofondi elettronici (suonati dal vivo e non).
E così Lou Reed, uno dei grandi del velluto sotterraneo, s’è addormentato, proprio come fa mio padre ogni sera davanti alla tivvù. All’inizio pensavo che avesse chiuso gli occhi per sentire meglio la musica, ma poi s’è proprio abboccato… memore dei tempi da sballo di eroina? No, non stava per niente fatto.
E allora ho dato la colpa di tutta quella stanchezza al jet-lag… ma se qui è sera, là in America non dovrebbe essere mattina? Mah, dovrebbe essere stato sveglio quindi.
Però Lou sembrava in forma, nei suoi soliti jeans e in una felpa verde con cappuccio, uno strano disegno sulla schiena, sembrava una foglia di marijuana; Lou mi è apparso come un gigante, muscoloso, i riccioli, lo sguardo fiero, le spalle larghe, ma l’amico che era con me ha detto che – anzi – era molto basso. Sarà che io lo guardo con gli occhi dell’ammirazione.
È stato strano, ero come impietrito. Avrei potuto rubargli una foto a tradimento, complice la mia compatta digitale; avrei potuto superare i buttafuori facilmente forse, per uno stupidissimo autografo sul mio moleskine; avrei potuto vedere se la porta di dietro dei camerini era aperta, per stringergli la mano e mostrargli infantilmente la mia maglietta warhol/underground revisited comprata a Londra… ma non me la sono sentita, non ho fatto niente di tutto ciò, e a posteriori a cosa dare la colpa se non alla mia timidezza? Sì, mi sono sentito parecchio intimidito. A cosa sarebbe servita una stretta di mano, un autografo, una foto… io sempre in questo schifo rimango, lui se ne torna a New York, mica diventiamo amici o che. Tristezza.
 
Lo rivedrò stasera, settima fila regalata da amici per il mio compleanno, e naturalmente mica lui farà le canzoni vecchie, no, perché Lou fa quello che vuole, al massimo ci regalerà un duetto con Laurie, e allora sì, forse qui scatterò qualche stupida foto senza valore, perché troppo lontano, e non intimidito quindi; e domani cercherò di intrufolarmi al vernissage della sua mostra fotografica (29 scatti di New York direttamente da casa Reed), sempre qui a Napoli, e chissà, forse riuscirò ancora a vederlo, più vicino, e magari anche lì, in adorazione come me, ci saranno un paio delle Afterfour, perché tra altre ragazze radical-chic mi sembra di aver intravisto anche loro ieri, sì.
 
Comunque lo spettacolo di Laurie Anderson è stato bello sì, anche se la difficoltà data dal rincorrersi dell’inglese parlato con i sottotitoli in italiano (e viceversa) e la mia ormai continua mancanza di concentrazione mi rende difficile scrivere a vostro vantaggio una buona recensione della cosa; pensieri continui ed estemporanei mi distraggono dallo spettacolo e allo stesso tempo pensieri riguardo lo scrivere dello spettacolo in atto mi distraggono da quello che sta accadendo realmente. È proprio vero che la scrittura è una frusta con cui finisci per flagellare te stesso… lo scrisse Truman Capote; lo scrivere, il pensare a scrivere di un qualcosa che (inevitabilmente) finirà nel tentativo di non perderlo, ti distrae dalla vita vera.
E a questo punto riporto anche una nota simpatica riguardo ai Velvet Underground, a Andy Warhol e Capote: proprio l’altro ieri, sul satellite (of love?), m’è capitato di vedere un documentario sulla reunion del ’93 dei Velvet Underground, reunion a cui fui timidamente (e inconsapevolmente) presente in quel di Napoli con i mitici che facevano da supporto agli U2 (…) e reunion che purtroppo non ha avuto più seguito benché il documentario finisse proprio con Lou Reed il quale sentenziava che, dopo una pausa di 25 anni, non si sarebbero lasciati mai più.
Bene, si parlava dell’argentea Factory creata dall’artista imprenditore Warhol e si ricordava di come tutti fossero affascinati dal platinato Andy… be’, tutti tranne Bob Dylan che pare che una volta entrò alla Factory per dire poi: ok, vado a parlare con Capodi… sì il sottotitolo italiano diceva proprio così, Capodi, ma in realtà io credo si sarebbe dovuto scrivere “Capote”, no? È a Truman che ci si riferiva, no? Io penso di sì, la pronuncia corretta del suo cognome in effetti è “Capodi”, quindi nota di demerito per il traduttore… o magari lo sbaglio è clamorosamente mio ed è impossibile che Capote abbia mai frequentato la Factory, può essere. Che qualcuno vada a controllare su Wikipedia, su.
 
Dello spettacolo di Laurie Anderson, “The End Of The Moon” (il satellite dell’amore, again), vi basti sapere che è il risultato di una specie di contratto con la NASA: un giorno qualcuno da lì l’ha chiamata e le ha chiesto se voleva essere la prima artista “in residence” della NASA, lei ha chiesto cosa doveva fare, loro hanno risposto che mica lo sapevano. Poi la nostra Laurie se n’è andata un po’ in giro per le installazioni spaziali della NASA, cioè non è che se n’è andata in giro per la galassia, ma si è limitata a visitare vari osservatori spaziali, laboratori, uffici e via così. Dopo un po’ le hanno detto che lei sarebbe stata anche l’ultima artista “in residence” della NASA, e poi le hanno chiesto cosa aveva imparato da questa esperienza. Lei a quel punto – giustamente – s’è sentita gravare da una grossa responsabilità e s’è messa al lavoro.
Una poltrona, delle candele, dell’incenso, un computer, un violino, un piccolo videoproiettore con immagine fissa sulla luna, tanti fogli, delle parole… ecco cosa aveva ricavato da quell’esperienza durata tre anni.
 
 
E fu così che noi vedemmo tutto quella sera.
La storiella del suo cane che portato a spasso sulle montagne rocciose si accorse che il pericolo poteva venire anche dall’alto, avvoltoi che giravano in circolo proprio sulla povera Lolabelle, un po’ come la presa di coscienza globale post-11 settembre, tutti a guardare a naso in su che nessuno aereo venisse a rovinare sul nostro grattacielo preferito; e poi come una sensazione di riuscire ad annusare l’odore della luce talvolta, la luce di una galassia (ma in questo mondo ritoccato dal photoshop quali sono i veri colori della bellezza?) lontana, non tutto quello che viene dall’alt(r)o è male (ma è vero che ci furono esplosioni atomiche sul lato oscuro della luna?); e poi la coscienza di come lo spazio-tempo sia così infinito in rapporto a noi, che a finire ci vuole lo spazio di un attimo… Ma il difficile sta nell’iniziare, no? La paura ti prende sempre all’inizio, Laurie dice che non esiste nessuno che balbetti alla fine… no? In un modo o nell’altro, poi tutto va.
Come parlare un perfetto italiano, anche se sei americana.
E poi tanti tanti tanti altri sogni a gravità zero che andranno tutti perduti come lacrime, questo si sa… nello spazio. Buonanotte.
 
 
          

i love you but i’ve chosen darkness.

7 marzo 2006 § 5 commenti

Sullo sfondo completamente nero c’è un cuore blu, incastonata nel quale c’è una croce: questa la copertina del debutto dei I Love You But I’ve Chosen Darkness, nome stupendo nella sua oscura drammaticità. Un gruppo di Austin (Texas) che fa della canzone emozionale il proprio credo, ma senza rimanere ferma a fin troppo moderne e scontate chitarre rock si spinge più in là, però all’indietro, fino ad arrivare a certa scura new wave anni ’80.
Batteria effettata e bassi profondi che fanno tanto Joy Division, un afflato lirico alla Morrissey, chitarre che ora sembrano quelle dei My Bloody Valentine e subito dopo (perché no) quelle post-rock dei Karate (o dei Mogwai), senza poi dimenticare The Cure quando si vanno ad accordare a quelle riconoscibilissime orchestrazioni d’archi, addirittura in alcune aperture strumentali si ascoltano sonorità per cui si potrebbe fare il nome dei vecchi U2.
 
Questi sono I Love You But I’ve Chosen Darkness, un ep omonimo di cinque canzoni uscito nel 2003, l’album chiamato Fear Is On Our Side in uscita oggi per la Secretly Canadian.
Il nome scelto, le parole usate, l’iconografia, lasciano immaginare testi che parlano di cuori spezzati e dolore, cos’altro. D’altronde la copertina dice tutto, appunto, un cuore blu dove il simbolo femminile va a incastrarsi come una spina.
 
Intendiamoci, niente di estremamente nuovo sul fronte musicale, eppure scommetto che di questo gruppo se ne parlerà molto nel 2006…

Dove sono?

Stai visualizzando gli archivi per marzo, 2006 su granelli.