ieri conc, oggi rece.

31 luglio 2005 § 9 commenti

ArteMoltoBuffa "stanotte/stamattina"

ArteMoltoBuffa cos’è? O meglio, chi è? ArteMoltoBuffa è il signor Alberto Muffato che, intrepido e coraggioso, ha rimescolato le lettere del suo nome e, un-due-tre oplà, cosa n’è uscito fuori?
Pop delicato e tranquillo, leggero, sognante.
Messo il disco nel lettore, la sensazione è quella di calma e pace, perché questa, sì, è musica leggera ma non siamo mica dalle parti di San Remo, grazie a Dio! Si potrebbero fare vari nomi, per far capire il tipo di musica suonata qui, potremmo dire Nick Drake, ma anche un pacifico Syd Barrett, ma perché poi?
Basti sapere che qui c’è una chitarra se non proprio acustica, elettrica e pulita, un basso, una batteria e dei gingilli elettronici e non. Alberto è un ventiseienne che passeggia dalle parti di Venezia, si guarda intorno e poi ci scrive su: dice che nella sua musica c’è un lato più oscuro proveniente da dentro (fantasie, ricordi) e un lato più luminoso proveniente da fuori (vita vissuta, esperienze).
Stanotte quindi, ma anche stamattina: il disco si apre proprio con il racconto di un sogno, pare di capire, siamo dalle parti dei college americani, c’è una principessa che una volta svegliati naturalmente non c’è più. Sì, perché in questo disco c’è tanto amore (ma, lo ripetiamo, non quello di San Remo!) perché un pop così bello non può che essere fatto della stessa materia dell’amore, forse amore infelice chissà: non stupisca una certa malinconia di fondo quindi, le parole qui cantate sono come lacrime d’inchiostro nero, lacrime a biro… queste sono canzoni scritte come un paio di scarpe nuove perché può darsi che aiutino a togliere il dolore… um-pah-pah… um-pah-pah…
Sì, perché la cosa bella di questo disco sono anche i testi, testi stralunati per titoli bizzarri, testi sghembi da canticchiare insieme al nostro: si narra di cose successe a lui, ma anche no, cose che potrebbero succedere anche a noi, ma anche no.
Onirico, lento, leggero, sbilenco, calmo, romantico… quanti aggettivi si possono usare per questo disco?
Bello e basta, crediamo possa bastare.

[(meno) mal(e) comune]

30 luglio 2005 § 10 commenti

Ci hanno preso davvero tutto, anche i Van Halen.
Ci sono rimasti (in realtà sono appena arrivati) gli OfflagaDiscoPax (Offlaga Disco Pax?), però.
Che ci cantano le canzoni socialiste, cioè… ci leggono i testi socialisti. Tutti vestiti di nero.
Storie quasi tutte vere, ammonisce dopo la sigla, il cantante Max che si aggrappa al microfono in modo pericolosamente simile a Ian Curtis. È così, inutile negarlo.
Ma lungi da me fare paragoni inutili, è il dj che mentre loro si preparano mette su proprio i Joy Division. Quando si finirà, di pensarla a questo modo?
Rapportare il presente al passato… è inevitabile.
 
Storie, si diceva. Il cantante non canta, narra.
Storie socialiste in salsa new wave di un tempo nemmeno tanto lontano poi, il luogo invece è abbastanza vicino: l’Emilia Romagna, la rossa Emilia Romagna.
Il marziale narratore urla nel microfono che nel suo quartiere il partito comunista prendeva il 74%, la democrazia cristiana il 6% e se ne fa vanto. E l’altro 20%, mi piacerebbe sapere a chi andava.
 
Ma stasera ho l’impressione che non sia serata. È la prima volta che li vedo, forse è un caso isolato, ma sul palco mi sembrano deboli. Non mi sembrano entusiasti, di esserci, qui e adesso. Sarà il caldo, la stanchezza magari, il viaggio.
 
Il suono è vuoto, i volumi troppo bassi. Il palco è troppo grande per loro. Il risultato è la dispersione più totale.
Il bassista, accasciato su uno sgabello, piegato sul suo moog di chissà quale anno e paese, sembra avere problemi tecnici, non sente quello che suona forse, appare scazzato; il chitarrista sembra non avere idea di cosa ci faccia lì, è a disagio e suona come se fosse costretto; la voce narrante, con tutto il suo bagaglio fisico di memorie (una ciabatta deFonseca, una vecchia macchina fotografica, una talpa di peluche, una foto del busto di Lenin) dà via gomme Cinnamon e wafer Tatranky nel bel mezzo delle canzoni e il suo sguardo è indignato. Ma non con noi, certo.
 
Prima che iniziasse il concerto gli avevo chiesto uno dei libretti ciclostilati, lì dove sono contenuti i testi socio-politici del gruppo (gruppo contrario alla democrazia nei sentimenti? Perché? O meglio, cosa vuol dire?), e lui mi fa segno di no con la mano, sorridendo timido, credeva volessi un Tatranky. Poi capisce e me lo dà, il libretto bianco degli Offlaga (che si è scoperto essere un paese… dell’Emilia?). Ecco, sì, forse (di sicuro) è solo timidezza. Ma poi un ragazzo gli urla “il tuo aspetto ordinario/mi suggerisce ascolti deplorevoli” e lui sorride ancora, lui e la sua mole massiccia, però questa volta mandando mentalmente affanculo il ragazzo penso.
 
(mi sa che sono stato l’unico a urlare “Julie’s Haircut” nel momento censurato dello sputtanamento dell’arrogante bottegaio testa di cazzo)
 
Ma i peggiori sono quei tizi che cantano i testi degli Offlaga insieme a Max, come se stesse parlando di loro, come se qui si trattasse delle canzoncine del Blasco nazionale. E invece c’è solo da ascoltare, e basta. State zitti, maledizione. Fatemi sentire la sua voce popolare. Ripetete a mente, se proprio dovete.
Quelli che si ammazzano per prendere una gomma da black panther o un wafer crollato miseramente sotto i colpi delle multinazionali anch’esso. Come se si trattasse di loro.
Ecco, un nuovo terrore, servirebbe per questa gente, sì.
Troppo cattivo?
Forse sì, ma il fatto è che con la musica non si scherza.
 
 
 
 
(Robespierre, richiesta a gran voce da me, viene recuperata all’ultimo momento, meno male, quando il tempo a disposizione era già scaduto, e allora le facce nervose degli ODP si distendono in un sorriso deluso, chissà perché, forse al di là di tutto gli sarebbe dispiaciuto non fare il loro cavallo di battaglia, un pezzo che più che memoria storica di certi anni ’80, è un vero e proprio inno alla nostalgia di un certo modo di vivere)
 
 
Comunque il mio feticismo musicale viene soddisfatto dal disco originale (con adesivo stampa) alfine comprato, dalla scaletta della serata e dal manifesto regalatomi gentilmente dal chitarrista (grazie). E poi il bottino comprende anche le fotocopie ciclostilate, ovvio.
 
E seppure un po’ con l’amaro in bocca – aspettavo di vederli da tanto tempo – il disco rimane disponibile a ripetuti ascolti.
Un disco pieno, potente.
 
Spero di poterli vedere ancora una volta.
 
 
 
 
 

4cd “nuovi” (ancora incellophanati, cioè) X 3euro = 12euri.

29 luglio 2005 § 5 commenti

scavare nei cartoni delle bancherelle sfigate ai festival fighetti fa bene.

john frusciante "shadows collide with people"

the pogues "rum sodomy & the lash"

the pogues "peace & love"

the stranglers "all twelve inches"

4cd “nuovi” (ancora incellophanati, cioè) X 3euro = 12euri.

29 luglio 2005 § 5 commenti

scavare nei cartoni delle bancherelle sfigate ai festival fighetti fa bene.

john frusciante "shadows collide with people"

the pogues "rum sodomy & the lash"

the pogues "peace & love"

the stranglers "all twelve inches"

Un povero cristo.

27 luglio 2005 § 2 commenti

jean menezes
Quello morto ammazzato a Londra.
Come reagirebbe uno di noi a 4-5 poliziotti in borghese che c’intimassero l’alt?
Qual è l’atteggiamento più appropriato?    
                                                                   mad bob
 
 
Il fatto è che in casi come questi è il panico a decidere.
O ti blocchi impietrito, o scappi guidato da un istinto di sopravvivenza che non ha capito tanto bene come vanno le cose oggidì, però.
 
Il tizio è scappato, e gli è andata male.
 
 
Repubblica di ieri, vignetta.
sicurezza e libertà

25 luglio 2005 § 8 commenti

iPod myself to sleep.
Ieri, la prima volta da quando ho preso l’iPod, mi sono messo a sentire musica prima di dormire. Così, per addormentarmi. La luce dell’iPod è come un fuoco nella stanza scura, riscalda; e allora stai lì a cercare, e cambi continuamente album, canzone, artista. Capita, quando hai troppe cose che già ti risuonano in testa per conto proprio, e finisci per non finire di ascoltare mai nulla. La luce dell’iPod è una luce potente, neon/ata, una luce che illumina tutta la stanza, potresti azzardarti addirittura a leggere, sotto le coperte, al buio, di nascosto. Però non leggi, ascolti.
ipod age
 
 
Kraftwerk.

È il primo gruppo che metto su, reminiscenze recenti dal concerto napoletano. È il live che sta girando appunto, pezzi da tutto il mondo. Londra, Mosca, Varsavia, Parigi, Berlino, Budapest e altri nomi più difficili da pronunciare. C’è anche Tokyo, i Kraftwerk cantano anche in giapponese? Così pare: il pezzo in questione sarebbe Dentaku. Al Gran Teatro di Roma l’anno scorso cantavano: sono il piccolo operatore del mio piccolo calcolatore – premi un tasto ed esce la melodia, o qualcosa del genere. È buffo, ma è fantastico. Musica elettronica, musica fredda; per certi tizi di scarsi ascolti l’equivalenza è più che giusta. Per taluni questa non è musica, per me è roba che può avvicinare all’estasi. Mai sentita musica più gioiosa di questa (o giocosa, come mi suggerisce giustamente il correttore automatico di quel farabutto pianificatore linguistico di word); le canzoni fabbricate elettricamente sono veramente semplici, basta prestarci un attimo d’attenzione: una voce, una batteria elettronica, un basso, degli archi digitali(zzati). Il tutto potrebbe essere registrato con un semplicissimo 4 piste: 4 piste, 4 uomini, 4 laptop neri (no mac!). Dischi usciti, nati, con la tec(h)nologia semplice degli anni ’70 (quando ancora potevi crederci, nella tecnologia, e c’era un barlume di speranza), eppure noi siamo ancora qui a sentirli, come suonano. E che suoni.

space age
 
 
E dal vivo, poi.
Alieni scesi in terra, dei. Immobili, le immagini scorrono dietro. Autobahn. Prima visive, poi sonore. O è il contrario? Autobahn, ovvero l’ottimismo del viaggio, che riporta alla memoria incipit che sono come un infarto (lacrime lacrime non ce n’è mai abbastanza…), e un gruppetto di nichilisti di lebowskiana memoria. E poi Vitamin, Computer World, The Man-Machine, Neon Lights, Radioactivity, Tour de France, Home Computer, Numbers. Tutti i classici futuristi(ci), tutti i video retrò.
 
E poi The Robots, il primo bis.

È il momento di verità del concerto: We Are The Robots. Cos’è la vita, di questi tempi?

robots
 
 
4 manichini elettronici o, meglio, 4 automi che (s)ballano senza nemmeno sfiorare il laptop, avrebbero potuto fare tutto il concerto così. E invece erano lì, umani (?) vestiti di nero con cravatta illuminata eventualmente di rosso, a premere bottoni o controllare semplicemente la posta. Ma un mio amico ha detto che suonavano tutto, ha studiato i movimenti delle mani. Io ci credo.
It’s more fun to compute.
 
E alla fine, vestiti loro stessi di matrice, verde brillante. Music-Non-Stop.
E vorresti davvero che non finisse mai, che continuasse così per tutta la notte.
Che poi io avrei voluto vederli alla fine degli anni ‘70, ma ve l’immaginate la gente che ha sentito queste cose negli anni ‘70? Ve lo immaginate l’impatto? O sono scoppiati definitivamente, o adesso sono tutti ingegneri aerospaziali.
Il problema del mondo moderno è che non ti stupisci più di niente.
E allora finisce che vai a vederti un gruppo di 60enni, e ti ascolti dischi incisi trent’anni fa.
Voglio dire, la Storia.
E ti emozioni.
 
Le canzoni dei Kraftwerk, non so perché, ma mi danno un forte senso di deja-vù, come se le avessi già sentite, sì, ma dove? Quando? Possibile che abbia già vissuto trentanni fa?
Sono canzoni che ti riportano indietro nel tempo, a quando tutto era molto più semplice (4 piste, ricordatevelo, home-made, segnatevi anche questo).
Se mai semplicità c’è stata.
 
 
Neapolis.
E poi i Battles, ovvero quando l’avanguardia chitarristica di un nerd chiamato Ian Williams (Don Caballero, Storm and Stress, tanto per) ti prende per mano e dice: ehi, sono tua amica, balli con me? E tu così timido con le ragazze che fanno solo per guardarti (l’ubriachezza per sconfiggere la timidezza molesta… sarà un reato?), ti attacchi alle transenne e ti scuoti di dosso tutti in problemi, quelli che hai e pure quelli che non c’hai. Immensi.
E gli LCD Soundsystem ovvero, direttamente da New York, l’estasi dionisiaca fatta concerto: un groove pazzesco che ha sfrenato pure me (incredibile!) in un pogo co’ certi pischelletti de roma: guarda in alto, chiudi gli occhi, balla, sbattiti, fatti, crepa. Segui il ritmo, ascolta nel profondo. Chiudi gli occhi. Segui il ritmo.
E "Fuck the Terrorists!", ha urlato poi il cantante dei Kasabian agli sparuti spettatori rimasti, più o meno verso le due. Ma chi sono i terroristi?
Nessuno che si chieda il perché di tutto questo, tutti lì subito pronti a dire "non vinceranno", "li fermeremo", "non possiamo vivere nel terrore". Tutti uguali. Eppure c’è gente che vive nel terrore da quando è nata.
Dite direttamente "adesso prepariamo le bombe", e basta.
È più onesto, se onestà può esserci in questi fatti.
(I Kasabian sono un gruppo che suona quello che i Primal Scream e gli Stone Roses suonavano all’inizio degli anni ’90, e ho detto tutto. Ritiratevi, o almeno cambiate droghe.)
E Tori Amos, seduta tra un piano e un organo, si muove lasciva, sexy, ma non volgare. Purple Rain. Ma è dura seguirla nel suo viaggio.
E infine c’è lui, Mr. Nick Cave, un grande, l’uomo che ha l’apocalisse che gli scorre nelle vene. Tutti i classici, pure lui. Red Right Hand, Henry Lee, Tupelo, Stagger Lee. Da paura. L’apocalisse, ve l’ho già detto.
bloody cave '81
 
 
Se iniziassi a drogarmi oggi, sarei ancora in tempo ad assomigliare – almeno lontanamente –  a come è adesso lui, a 50 anni? Ché sarò pure gggiovane, ma per un po’ di pogo mi fa male tutto. Che scuorno.
Appunto: chi ha bisogno di Blixa "edifici nuovi che crollano" Bargeld quando sul palco c’è uno come Warren Ellis, ovvero un incrocio tra Jimi Hendrix e Thurston Moore (a proposito sul palco con il signor Nicola Caverna c’era anche il primissimo batterista della Gioventù Sonica, Jim Sclavunos, e poi il bassista Martin P. Casey) che suona il violino? Ma non voglio sminuirlo con paragoni stupidi, andate e ascoltate i suoi dischi (gruppo: Dirty Three).
 
warren_upwarren_downwarren_handwarren_foot
 
 
Che poi a un certo punto è salito sul palco (il pubblico premeva contro i buttafuori e saltava il fossato dell’arena a pie’ pari!) un imbecille che un altro po’ e si metteva a suonare il piano insieme a Cave, il quale appunto gli ha gettato contro malamente il microfono come a dire: tiè, canta tu allora. Dove sono i buttafuori quando ne hai bisogno? Dovevano abbatterlo. 
 
Manuel Agnelli è un bambino viziato invece, dobbiamo farci sempre riconoscere noi italiani.
Gli Afterhours dovevano suonare sul palco medio, verso le 20-21. Agnelli è arrivato a Napoli e ha detto che loro non ci suonavano lì. Volevano suonare di più, più tardi, e sul palco grande, l’arena. Dov’era già tutto pronto per i Kraftwerk.
Agnelli ha detto che loro sono importanti in Italia e non si meritavano palco piccolo e set da tre/4 d’ora. Io dico che se sei bravo suoni e stai zitto, e dimostri così la tua bravura, non facendo i capricci. Pensa ai fan che sono venuti lì per te cazzo, e non all’eventuale attacco alla tua "dignità d’artista". Se non è egocentrismo, presunzione e infantilismo questo, allora cosa lo è?
In definitiva sui giovani d’oggi ci scatarrerà pure su, ma a quanto pare neanche i quarantenni di oggi stanno tanto bene.
Perché devo suonare prima? Voglio suonare più tardi e sul palco grande… gnè gnè gnè.
Patetico. E lo dice un (vecchio) fan degli After, che gli After se li sarà visti una trentina di volte e continua a seguirli (ma più interessante la carriera del grande Xabier Iriondo però), eh.
Mentre i gruppi summenzionati hanno suonato tutti sul palchetto tanto vituperato dall’insicuro Agnelli. Noi italiani ci dobbiamo far sempre riconoscere, sì. Pizza, mafia e mandolino, eh sì.
 
(il primo giorno del festival la pizzetta margherita costava 4, il secondo giorno mezza pizzetta si pagava 2,5 euro… no comment)
 
E i Marlene Kuntz, invece? Ritiratevi pure voi!
 
 
Parole.
E capita pure che le parole finiscono. La mente si svuota, e non sai più cosa dire. Non ti vengono più parole. Come se non esistessero più. E quel poco che viene sembra piatto e stupido. Davvero strano, dove sono andate a finire… le parole? È come una malattia. A parlare niente, a scrivere men che meno.
Traduzione deve pur significare questo: capire come dire. Ma bisogna rifletterci sopra, prima? Pensare cosa dire?
Quando ero piccolo, oltre a chiedermi la storia di tutti quelli che incontravo per strada  e a chiedermi cosa ci fosse mai lassù – di notte – in cielo, mi chiedevo pure come riuscivo a dire quello che dicevo – a parlare – senza che pensare. Perciò adesso (ci) penso sempre, forse troppo. O forse troppo poco. Sicuramente nel modo sbagliato, finisco per non parlare più.
 
E allora penso che la verità sta nel fluire del pensiero nella parola (scritta), ma prendere la penna in mano si fa più che difficile però, e allora penso anche che questa parola elettronica potrebbe essere un buon – un nuovo – inizio, chissà. Ma non ci giurerei.
Scrivere è pur sempre faticoso.
 
 
Dormire.
L’iPod è pronto, io quasi. Non v’è traccia di sonno, ché a stare davanti al pc il cervello si eccita (fisiologicamente, non necessariamente intellettualmente), gli occhi pure. Ma come fai a dormire con i Kraftwerk, è per questo che li ho anticipati accompagnandoli a questa scrittura notturna.
Tra poco, di nascosto, ascolterò qualcosa di più calmo, sognante, è quello che ci vuole.
 
(satie)
 
Ieri la colonna sonora di Mysterious Skin mi ha svegliato sussultando, una traccia rippata male saltava, e danneggiava i miei so(g)n(n)i, leggetelo come vi pare, io so solo che mi sono svegliato e ho dovuto spegnere l’iPod, dovendo annullare il programma di sonno elettronico auto-indotto.
C’è musica diversa, stasera. Anche se il sonno cuffiato rimane difficoltoso, perché le orecchie chiedono indipendenza. Il cervello pure, gli occhi cercano immagini. Dormire diventa complicato, e a svegliarsi ci si può svegliare con il mal di testa.
 
(yesterday i woke up/sucking a lemon)
 
But iPod myself to sleep, yeah.
ipod kitty
 
 
 
Neon lights
Shimmering neon lights
And at the fall of night
This city’s made of light
    

Dove sono?

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