VB66, ovvero una moltitudine di ragazze morte dipinte di nero. (Vanessa Beecroft, Mercato Ittico di Napoli, 15/2/2010)

20 febbraio 2010 § Lascia un commento

vanessa beecroft VB66 (foto di federica rispoli)Sono solo gli occhi a mantenere ancora vive queste ragazze, gli occhi e i capelli, capelli che potrebbero anche essere finti, però. Il bianco della pupilla risalta sul nero del corpo, nero che nasconde anche il respiro, ed è l’occhio appunto a rimanere l’unica cosa mobile, viva, di un corpo nudo eppur mai così nascosto.

Entrare nel Mercato Ittico di Napoli progettato da Luigi Cosenza alle ore 18.30 di lunedì 15 febbraio 2010 significa prendere parte, seppur distaccati, all’ultima performance/scultura di Vanessa Beecroft, ovvero VB66, secondo le iniziali dell’artista e il numero progressivo che indica la performance.

Cinquanta ragazze esposte su banchi di marmo che la mattina presto ospitano ben altre mercanzie, insieme a un numero imprecisato di calchi e frammenti di corpi, neri, tutti neri, e la differenza tra ciò che ha un’anima e ciò che è inanimato quasi non si nota.

Appunto il colore dominante è il nero, colore richiesto anche dalla stessa artista come “codice” d’abbigliamento, e tutto si fa così funereo: si è così vicini a queste modelle, eppure così lontani, le si guarda e non si sa cosa si sta guardando: un corpo, un colore, un’opera, un significante.

Il richiamo all’arte classica è inevitabile, sono le stesse modelle che, probabilmente su richiesta dell’artista stessa, assumono pose che rimandano ai dipinti più  famosi: ecco quindi una venere, una primavera, una grazia. Il colore e la postura ricordano anche certe statue classiche, oppure corpi morti sotto una colata di lava.

Queste ragazze si muovono con lentezza, una fin troppo studiata lentezza forse, senza mai guardare il pubblico, o almeno così dovrebbe essere. Lo sguardo è fisso, vuoto, a volte la sensazione è quella di una preda presa in trappola.

A un certo punto una delle ragazze scende e si allontana dalla sua posizione, e quasi inciampando si avvia sul retro dell’enorme padiglione. Un malore, oppure un semplice bisogno fisiologico.

Il calore, soprattutto accanto a certe bocche spara-caldo, è quasi insopportabile, e allo stesso tempo il freddo dà la pelle d’oca; la luce, proveniente da una sorta di luminosa mongolfiera rovesciata adagiata contro il soffitto, è bianca ai limiti dell’accecante.

Il pubblico, numeroso, gira intorno all’installazione formicolante e vociante e, a dispetto del divieto di riprese foto e video, fotografa incessantemente secondo le più diverse angolature, con telefonini, macchinette compatte o fotocamere professionali. Poi ci sono i fotografi accreditati, e quelli artistici, con tanto di banco ottico addirittura (affinché si possa vedere fino all’ultimo pelo pubico, come nota tristemente divertito uno spettatore).

Contro questa mancanza di rispetto le ragazze non possono dire nulla e sottostanno a questo rito stancante e alienante, guardate e scrutate al limite del ginecologico (cosa si aspettavano?), e se non si può parlare di pornografia in assoluto è solo perché non c’è azione. Eppure la sensazione di “donna oggetto” è inevitabile, il disagio è forte, anche da parte dello spettatore calato in contesto così straniante.

Cosa si dovrebbe guardare in una “performance” come questa, dov’è il significato?

Giovani donne che non sono state nemmeno pagate si espongono al pubblico come carne in vendita per protesta contro il corpo della donna così mercificato al giorno d’oggi?

Il cortocircuito è davvero forte quando ci si rende conto che foto e video di tutto ciò verranno messe in vendita a solo vantaggio dell’artista. Naturalmente tutto questo è Arte, bellezza.

 

La giovane artista dai capelli lunghi e rossi sorride ai flash dei fotografi, mentre alle sue spalle una massa informe di donne finte e donne vere, al confine tra la vita e la morte, giace immobile guardando fissa davanti a sé; negli occhi di queste ragazze pare quasi di leggere rassegnazione, paura, soggetti e allo stesso tempo vittime di uno sguardo alienato che posto davanti a tale nudo vuoto non sa più nemmeno cos’è, il desiderio.

Il buffet è servito, lo spettacolo può continuare.

Dove sono?

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