trappole.

20 maggio 2018 § Lascia un commento

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frittura.

17 maggio 2018 § Lascia un commento

vomito//bellezza

10 marzo 2018 § Lascia un commento

dalla nostra abbiamo la bellezza, solo questo conta.
grazie sufjan, per emozionarmi così.
piango.

“white noise, what an awful sound
blessed be the mystery of love”

jovanotti.

20 dicembre 2017 § 1 Commento

vecchiaia confermata, mi piace più il jovanotti cantautore dance che la nuova musica indiana (buona per sanremo, x factor o amici? a fabiofazio l’ardua sentenza). mi rassegno, ma senza hate, tranquillo. d’altronde lo seguo da bambino quando rappava in tivù con i mitici run dmc, e sentirlo adesso egregiamente prodotto dal salvatore rick rubin è davvero emozionante e commuovente. è difficile trovare una tale qualità, bisogna scavare assiduamente attraverso il piatto e grigio ciarpame propinatoci ogni giorno da media venduti e critici senza passione (a volte mi sento come una povera anatra ingozzata a forza). io scavo, e modestamente lo faccio anche per voi. quindi se siete interessati ad andare all’origine del genio e comprare questa preziosa reliquia dell’epoca che vede incredibili testi inventati (ben prima dei sigur ros!) su secche basi electro-avanguardistiche (produced by claudiocecchetto), scrivetemi in privato (tra l’altro ho letto che è stato proprio il magnifico lorenzo a rilanciare sul mercato le mitiche musicassette analogiche!). prezzo altissimo, ma solo perché è qui la festa. vogliate sempre bene alle vostre orecchie, jovanottiforpresident yO!

 

fil rouge.

21 gennaio 2017 § Lascia un commento

Fil Rouge significa letteralmente “filo rosso” e viene solitamente inteso col significato di “filo conduttore”. Il termine è utilizzato in diversi ambiti. Viene usato da Goethe nel suo famoso romanzo “Le affinità elettive”, riprendendo il concetto che Freud utilizzò per definire l’inconscio. La sua origine è marinaresca: per districare le gomene di una nave si seguiva un filo rosso che rendeva possibile separare l’una dall’altra le corde aggrovigliate.
Una leggenda di origine cinese racconta che tutti noi nasciamo con un filo rosso legato al mignolo della mano sinistra. Questo filo viene chiamato il filo rosso del destino. Esso ci lega alla persona a cui si è destinati, alla nostra metà, alla nostra anima gemella. Le anime prima o poi sono, quindi, destinate ad incontrarsi e ad unirsi. Non importa il tempo che dovrà passare, gli eventi della vita o lo spazio che separa le due anime, perché il filo che le unisce non si romperà mai e nessuna circostanza potrà impedire alle due metà di incontrarsi e alla fine unirsi. (http://filrouge-blog.blogspot.it/2010/12/il-fil-rouge.html?m=1)
fil-rouge-adriana-caccioppoli

camorra.

17 giugno 2016 § Lascia un commento

Questo è il camorristico biglietto trovato ieri notte sullo specchietto della mia macchina, e se non mi sento di schifare completamente a morte il merdoso parcheggiatore abusivo di turno è solo perché almeno è stato capace di scrivere in un italiano più o meno corretto (al di là del messaggio surreale e della mancanza di punteggiatura), di questo devo dargliene atto (e poi, di chi è la colpa?). Intanto, poco lontano c’è l’ottimo sindaco uscente in maniche di camicia che cerca di farsi rieleggere da un pubblico di ubriachi fuorisede ballando il reggae di Maradona (questo il livello, vota e fai votare il masaniello meno peggio); grottescamente comico il saluto finale inneggiante a Zulù&99posse, dato che di questi sul palco non c’è nemmeno l’ombra. Il limite orario fissato per la musica in piazza è passato da un pezzo, ma che fa, l’importante è divertirsi; a terra, lo testimoniano un tappeto di bottiglie rotte e la tradizione in completa involuzione (altrove non è così, ma siamo in pochi ad apprezzare). Va tutto bene turisti, prendeteci d’assalto, Napoli non cambierà.
camorra parcheggiatori   

Sun Kil Moon @ Roma, 08/06/2015; impressioni.

12 giugno 2015 § Lascia un commento

steve shelley drumstickE così, invece che nell’Auditorium del Primavera, Mark Kozelek/Sun Kil Moon finisco per vedermelo nell’Auditorium di Roma. Il palco sembra diviso in due parti, da una parte Kozelek, dall’altra la band, che per questa sera conta addirittura gente come Steve Shelley (Sonic Youth) e Neil Halstead (Slowdive); c’è poca luce, e spesso Kozelek cerca proprio il buio, vaga per il palco, canta e si nasconde lì dove non può essere visto, come cercando qualcosa, o qualcuno, che non c’è più. Da quel poco che lo conosco mi sembra che le canzoni di Kozelek narrino di cose e persone che non ci sono più, infatti, soprattutto quelle del penultimo Benji, e nonostante questa sera si presentino sotto una veste più elettrica, l’intensità resta, così come l’emozione, grazie a una voce unica. Ma stasera Kozelek è di poche parole, non dice quasi niente, non lasciandosi andare alle solite polemiche che circondano il personaggio; sembra aver alzato un po’ il gomito, il corpulento Mark, almeno questa è l’impressione quando biascica qualcosa, però sul palco beve solo acqua. A un certo punto una canzone non riesce a ingranare, il riff gli esce troppo metallico, troppo alla Scorpions, sottolinea, così fa ripetere l’attacco più di una volta ai batteristi. Quasi gli scappa da ridere, quando sembra volersi giustificare con la band, umilmente, voi siete okay, sono io che non riesco a cantare su questo groove; Steve tu ci hai pure suonato, su questo disco. Ma non fa niente che non tutto fili liscio, per la perfezione – semmai esista – abbiamo i dischi, e poi la chitarra (e la voce, talvolta) di Halstead rendono il tutto ancora più magico, se possibile. Verso la fine del concerto, Kozelek sembra essersi sciolto abbastanza da scambiare qualche chiacchiera col pubblico; si complimenta con noi, per quanto siamo stati educati e silenziosi. È emozionato, si sente goffo, però non può far a meno di notare, con un certo deluso rammarico, quanto nella prima fila ci siano solo uomini in scarpe da tennis, niente ragazze. È che il tempo passa, caro Mark, non sono più quei giorni di quando avevi la fila di groupie fuori dal locale; certe cose non tornano più, e lo sai bene. A fine concerto, non avrei certo pensato sarebbe uscito di nuovo sul palco, considerata la sua fama da misantropo, e invece eccolo lì, a firmare tranquillamente biglietti. Appare pallido e stanco, Mark, assonnato, e quando mi avvicino per farmi firmare la scaletta fortunosamente agguantata, emozionato come non mi capitava da tempo, lui la prende e la guarda, fa uno scarabocchio, sembra stia per ridarmela, ma invece mi chiede chi me l’ha data, senza nemmeno guardarmi, e poi se ne va senza restituirmela, è roba sua, farfuglia. Presumo che con una ragazza non si sarebbe comportato così, io sono solo uno di quei tizi a caccia di un autografo. Non so se mettermi a ridere o incazzarmi, sono piuttosto perplesso, davvero; anche quando lo racconto agli altri, quasi non ci credono. Il buon Steve certo non ha avuto problemi a regalarmi una sua bacchetta usata, e scambiare quattro chiacchiere, cordiale e tranquillo. La gioventù sonica è tutta un’altra storia, evidentemente. Pazienza. L’ultima immagine che ho di Kozelek è lui che esce dall’Auditorium con quattro, cinque, mazzi di chiavi in mano, per farci cosa, proprio non so. Vorrei chiedergli perché si è ripreso la scaletta, quanto può mai valere per lui, è solo un pezzo di carta, in fondo, e di certo non gli avrei rubato un verso o un’accordatura, ma ho paura di prendermi un pugno in faccia, e quindi non mi azzardo. Chissà, magari un giorno una canzone racconterà di questa sera in cui un maledetto italiano ha cercato di rubargli la scaletta, e spiegherà anche il mistero delle chiavi. E così niente, me ne torno a casa, consapevole che è davvero difficile capire un uomo, nonostante, e forse soprattutto per, la bellezza delle cose che scrive.

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