Al fato.

1 aprile 2017 § Lascia un commento

Per me tu sei sempre stato più reale di Dio.
Tu monti il palco per la tragedia,
tu conficchi i chiodi
davanti a una platea di pochi amici scelti.

Per pura cortesia hai storpiato una bella ragazzina,
investito un bambino con una motocicletta.
Esempi del genere, me ne vengono a milioni.
Lo stesso dicasi per il modo in cui noi due continuiamo a incontrarci.

La risposta forse ce l’ha
qualche distributore di cicche colorate a Chinatown,
una vecchia porta scricchiolante che si apre in un film dell’orrore,
un mazzo di carte che ho dimenticato in spiaggia.

La notte sento che ti rannicchi contro di me,
con il tuo fiato caldo, le tue mani fredde –
e io già simile a un vecchio pianoforte
che pende da una fune fuori da una finestra.

 Charles Simic

 

poesia.

17 febbraio 2017 § Lascia un commento

«Anche se è cattiva, la poesia è sempre meglio della vita. […] Che è l’uomo se non una piccola anima che regge in piedi un cadavere?». (Malcolm Lowry, Sotto il vulcano)

[Matthew McConaughey//True Detective]
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ironia.

7 febbraio 2017 § Lascia un commento

«Chiunque abbia l’eretica sfacciataggine di chiedere a un ironista che cosa sostiene veramente finisce per sembrare una persona isterica o pedante. E in questo sta l’oppressione dell’ironia istituzionalizzata, di una rivolta troppo riuscita; la capacità di interdire la domanda senza occuparsi del suo oggetto, nel momento in cui viene esercitata, non è altro che dittatura». (David Foster Wallace, E unibus pluram)

Se ho un vero nemico, un patriarca contro cui effettuare il mio parricidio, sono probabilmente Barth e Coover e Burroughs, e perfino Nabokov e Pynchon. Perché, anche se la loro consapevole letterarietà, la loro ironia e la loro anarchia erano al servizio di scopi validissimi ed erano indispensabili per quell’epoca, il loro assorbimento estetico da parte della cultura consumistica americana ha avuto conseguenze terrificanti per gli scrittori e per chiunque. Il mio saggio “E unibus pluram” parla proprio di quanto sia diventata velenosa l’ironia postmoderna.
L’ironia e il cinismo erano esattamente la reazione che ci voleva all’ipocrisia americana degli anni Cinquanta e Sessanta. È questo che rende i primi scrittori postmoderni dei grandissimi artisti. Il grosso merito dell’ironia è che spacca le cose a metà e va a guardarle dall’alto in basso, così da rivelarne i difetti, le ipocrisie e i doppioni. Il sarcasmo e l’ironia sono ottimi modi per strappare le maschere e mostrare la realtà sgradevole che c’è sotto. Il problema è che, una volta che le regole dell’arte sono state smantellate, e una volta che le sgradevoli realtà diagnosticate dall’ironia sono state rivelate in pieno, “a quel punto” che facciamo? […] A quanto pare, vogliamo solo continuare a mettere in ridicolo la realtà. L’ironia e il cinismo postmoderni diventano un fine a se stessi, una misura della sofisticatezza e della spregiudicatezza letteraria degli scrittori. Pochi artisti osano parlare dei modi in cui si possa tentare di aggiustare quello che non va, perché sembreranno sentimentali e ingenui agli smaliziati ironisti. L’ironia si è trasformata da un mezzo di liberazione in un mezzo di schiavitù.

interstizi.

25 gennaio 2017 § Lascia un commento

«Viviamo la nostra vita di tutti i giorni in uno scambio incessante con l’insieme di apparenze quotidiane che ci circondano: del tutto familiari, talora inaspettate, esse ci danno comunque conferma della nostra esistenza. Lo fanno perfino quando sono minacciose: la visione di una casa in fiamme, per esempio, o di un uomo che si avvicina a noi con un coltello tra i denti, continua a ricordarci (con urgenza) la nostra vita e la sua importanza. Quel che vediamo abitualmente ci conferma a noi stessi.
Tuttavia può accadere che, di colpo, inaspettatamente, e quasi sempre nella semioscurità fugace di uno sguardo, intravediamo un altro ordine visibile, che interseca il nostro pur non avendo a che fare con esso.
La velocità di una pellicola cinematografica è di venticinque fotogrammi al secondo. Dio solo sa quanti fotogrammi al secondo si alternino nel baluginio della nostra percezione quotidiana. Ma è come se, nei brevi istanti cui mi riferisco, d’un tratto e con qualche sconcerto, vedessimo tra due fotogrammi. Ci imbattiamo in una zona del visibile che non era destinata a noi. Forse era destinata agli uccelli notturni, alle renne, ai furetti, alle anguille, alle balene…
L’ordine visibile cui siamo abituati non è unico: coesiste con altri ordini. I racconti di fate, folletti, orchi sono un tentativo umano di venire a patti con questa coesistenza. I cacciatori ne sono costantemente coscienti e riescono dunque a leggere segni che noi non vediamo. I bambini lo avvertono intuitivamente, perché hanno l’abitudine di nascondersi dietro alle cose. Lì scoprono gli interstizi tra i diversi ordini del sensibile.
I cani, con le loro zampe scattanti, i nasi acuti e una memoria portentosa per i suoni, sono le naturali autorità di frontiera di questi interstizi. I loro occhi, il cui messaggio spesso ci confonde con la sua urgenza muta, percepiscono sia l’ordine umano sia gli altri ordini visibili. È per questo forse che, in tante occasioni e per ragioni diverse, addestriamo i cani a farci da guida.
Probabilmente è stato un cane a guidare il grande fotografo finlandese verso il momento e il luogo in cui scattare queste fotografie. In ognuna di queste immagini l’ordine umano, ancora visibile, ha tuttavia perso la sua centralità e sta scivolando via. Gli interstizi sono aperti.
Il risultato è inquietante: c’è più solitudine, più dolore, più desolazione. Nello stesso tempo, c’è un’attesa che non sperimentavo dall’infanzia, da quando parlavo con i cani, ascoltavo i loro segreti e li tenevo per me».
(John Berger, “Aprire un cancello” da Perché guardiamo gli animali?)

(foto di Pentti Sammallahti)
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silenzio.

20 gennaio 2017 § Lascia un commento

Un film molto complicato, complesso e filosofico, la cui spiritualità è insita nel tema, forse troppo verboso e non del tutto riuscito, ma sicuramente affascinante, anche dal punto di vista visivo. Nonostante l’ambientazione i temi toccati sono attualissimi, e non solo per quanto riguarda la religione: se a “cristianesimo” si sostituisce la parola “democrazia”, il senso si espande: con quale diritto si pretende di portare la “verità” a un altro popolo con un suo mondo peculiare e una propria storia? Un film potente, sicuramente da rivedere e meditare, approfondire magari dialogo per dialogo, con la giusta lentezza, perché se davvero vuoi capire la Parola devi essere capace di comprendere prima il Silenzio.

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I dati essenziali.

24 novembre 2016 § Lascia un commento

Etelberto si iscrisse alla Facoltà di Comunicazione. Là apprese che ogni soggetto giornalistico ben redatto deve rispondere alle seguenti domande: Chi? Che cosa? Dove? Come? Quando? Perché?
Si lasciò prendere a tal punto dall’oggettività e dalla portata della formula che da allora in poi, a qualsiasi proposito e persino senza nessun proposito, si sorprendeva a chiedere a se stesso chi, che cosa, dove, come, quando, perché.
Meditando per ore e ore, concluse che non solo la notizia, ma tutta la vita terrestre deve essere considerata alla luce dei sei dati, e questi dati sono quelli dell’avventura umana. La filosofia non pretende altro se non di trovare il “perché” del che cosa, e questa chiave continua ad essere sconosciuta. Il “come” tarda a essere chiarito totalmente, appaiono dubbi sul “quando”, e molte volte diventa impossibile appurare “chi” è chi. Stiamo sempre a interrogare Dio, i laboratori, il vento.
Etelberto si mise a guardare il mondo come una notizia mal redatta, che il copydesk non ha avuto il tempo di riformulare, o non ha voluto, o non ha saputo. Desistette dal diplomarsi in Comunicazione. Oggi ha un allevamento di trote, che gli rende buon denaro. È fornitore esclusivo di ristoranti a cinque stelle.

(Carlos Drummond De Andrade, Racconti plausibili)

selvaggi.

19 novembre 2016 § Lascia un commento

«Che importa lo specchio se si può essere sempre giovani attraverso le metamorfosi? Bisogna rubare tempo perché è in gioco l’esistenza, leggere per vivere vuol dire attingere quell’energia che fa essere la realtà diversa da una prigione, e dobbiamo diventare lettori selvaggi proprio ora che non abbiamo tempo. In fretta, prima che sia tardi. Lentamente, perché il desiderio brucia lungo. I tempi sono adatti? I tempi sono inclementi come sempre lo sono stati». (Giuseppe Montesano, Lettori selvaggi)

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