Canzoni di un clown. (Devendra Banhart & The Grogs – Roma, 19/6/2010)

30 giugno 2010 § 1 Commento

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando il buon Devendra Banhart era così squattrinato da registrare estemporaneamente le proprie canzoni sulle segreterie telefoniche dei propri amici, adesso è una rockstar affermata: il Devendra con i capelli corti e sbarbato viene intervistato dai magazine più alla moda ed è fidanzato addirittura con l’adorabile Natalie Portman (e se c’è una cosa che proprio non possiamo perdonargli è questa: come ha potuto rubarcela?).
Eppure in questa uggiosa serata romana, che è lì lì per minacciare temporali, Devendra esce sul palco puntualmente e senza clamore, timidamente, insieme a tutto il gruppo (The Grogs), al buio e quasi defilato: quasi non si riconosce con il nuovo look, la camicia a scacchi addosso, curvo su se stesso, il tazzone di tè (o quel che è) in mano. Dov’è andato a finire l’hippie freak figlio delle stelle e dell’India più multicolore?
Stasera Devendra sembra quasi triste, mesto, però ricorda che è lì per noi, per farci divertire, e quasi si costringe a dei piccoli balletti, per tirarsi/ci su di morale. Attacca a cantare e le nuove canzoni non sono certo quelle del Devendra che fu, la band accompagna la sua voce con tocchi di quel rock seventies che a tratti sembra quasi anonimo, un inizio di concerto non così eccitante insomma, e questo lo si legge anche negli occhi delle molte ragazze sotto il palco, che quasi stentano a riconoscere il proprio beniamino (anche se il video di Foolin’, le avrebbe già dovuto mettere in guardia: Devendra soffre per amore). Tuttavia il tutto si mantiene sempre di qualche spanna al di sopra della media, non foss’altro per il carisma appunto dell’autore: a volte, durante certe canzoni parlate, sembra quasi di sentire un Lou Reed dalle influenze latine.
Ma poi, tempo una ventina di minuti, ed ecco comparire il Devendra che piace a noi: la band si ritira dietro le quinte e sul palco c’è solo lui, nudo con chitarra acustica, i pezzi sono quelli dei primi album (The Body Breaks, Little Yellow Spider, A Sight To Behold), cala il silenzio e sono subito brividi. Devendra è a suo agio, gioca a fare il bluesman, canta e modula la voce, fa le smorfie, fa il pagliaccio. Sempre da solo, va al piano e canta ancora senza altro accompagnamento che se stesso, un paio di canzoni (I Remember, The First Song For B), mentre si gira a guardare dietro (chissà, forse tra le ombre c’è la sua Natalie), è così sincero che quasi gli scende la lacrima, anzi forse si commuove davvero. Ricordate che i pagliacci sono le persone più tristi del mondo.
Dopo questo non così breve intermezzo in solitaria, la band ritorna sul palco e il concerto si fa più psichedelico, in un paio di occasioni (Seahorse) così duro da ricordare addirittura i primi Black Sabbath (!!!), Devendra è molto più sciolto adesso, balla e ride, sembra aver esorcizzato/dimenticato il dolore che si porta(va) dentro. Accenna aneddoti, tenta anche con l’italiano (tu mi piaci, mi piaci molto), sorride, e si avvicina al pubblico. Sotto i mocassini Devendra indossa un calzino scuro e uno arcobaleno, e forse lui è proprio così, un arcobaleno che a volte si incupisce: d’altronde basta ascoltare la sua musica per capirlo.
E prima della fine non mancano certo altre sorprese, dopo aver eseguito una delle canzoni più funk di tutto il suo repertorio, «una canzone che parla di San Francisco e dei Roxy Music» (16th & Valencia Roxy Music), Devendra ricorda di quando adolescente comprò la sua prima macchina ed eccolo scatenarsi su un pezzo trash proveniente direttamente dagli anni ‘80 (Tell It To My Heart, di Taylor Dayne), con tutti i colori e gli eccessi dell’epoca. Gli ottanta non moriranno proprio mai, se anche un fricchettone come Devendra se li ricorda.
Il concerto finisce poi così, continuando con i pezzi più movimentati e danzerecci (Foolin’, Lover, Carmensita, I Feel Just Like A Child) del repertorio banhartiano, con un Devendra sciamanico a petto nudo, tra Jim Morrison e Iggy Pop, una testa di toro tatuata sul torace, ispanico e indiano allo stesso tempo, che canta e ride, forse perché almeno per queste paio di orette è riuscito a dimenticare, insieme a noi, quella mestizia che sembrava attanagliarlo a inizio concerto.
Ma la pioggia che ha minacciato tutta la sera di cadere si concretizza ormai in diluvio, non c’è nemmeno il tempo di un ultimo saluto, peccato, alla prossima caro Devendra, torna, il piacere sarà reciproco, noi torneremo ad applaudirti.

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Canzoni di un clown. (Devendra Banhart & The Grogs – Roma, 19/6/2010)

30 giugno 2010 § 1 Commento

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando il buon Devendra Banhart era così squattrinato da registrare estemporaneamente le proprie canzoni sulle segreterie telefoniche dei propri amici, adesso è una rockstar affermata: il Devendra con i capelli corti e sbarbato viene intervistato dai magazine più alla moda ed è fidanzato addirittura con l’adorabile Natalie Portman (e se c’è una cosa che proprio non possiamo perdonargli è questa: come ha potuto rubarcela?).
Eppure in questa uggiosa serata romana, che è lì lì per minacciare temporali, Devendra esce sul palco puntualmente e senza clamore, timidamente, insieme a tutto il gruppo (The Grogs), al buio e quasi defilato: quasi non si riconosce con il nuovo look, la camicia a scacchi addosso, curvo su se stesso, il tazzone di tè (o quel che è) in mano. Dov’è andato a finire l’hippie freak figlio delle stelle e dell’India più multicolore?
Stasera Devendra sembra quasi triste, mesto, però ricorda che è lì per noi, per farci divertire, e quasi si costringe a dei piccoli balletti, per tirarsi/ci su di morale. Attacca a cantare e le nuove canzoni non sono certo quelle del Devendra che fu, la band accompagna la sua voce con tocchi di quel rock seventies che a tratti sembra quasi anonimo, un inizio di concerto non così eccitante insomma, e questo lo si legge anche negli occhi delle molte ragazze sotto il palco, che quasi stentano a riconoscere il proprio beniamino (anche se il video di Foolin’, le avrebbe già dovuto mettere in guardia: Devendra soffre per amore). Tuttavia il tutto si mantiene sempre di qualche spanna al di sopra della media, non foss’altro per il carisma appunto dell’autore: a volte, durante certe canzoni parlate, sembra quasi di sentire un Lou Reed dalle influenze latine.
Ma poi, tempo una ventina di minuti, ed ecco comparire il Devendra che piace a noi: la band si ritira dietro le quinte e sul palco c’è solo lui, nudo con chitarra acustica, i pezzi sono quelli dei primi album (The Body Breaks, Little Yellow Spider, A Sight To Behold), cala il silenzio e sono subito brividi. Devendra è a suo agio, gioca a fare il bluesman, canta e modula la voce, fa le smorfie, fa il pagliaccio. Sempre da solo, va al piano e canta ancora senza altro accompagnamento che se stesso, un paio di canzoni (I Remember, The First Song For B), mentre si gira a guardare dietro (chissà, forse tra le ombre c’è la sua Natalie), è così sincero che quasi gli scende la lacrima, anzi forse si commuove davvero. Ricordate che i pagliacci sono le persone più tristi del mondo.
Dopo questo non così breve intermezzo in solitaria, la band ritorna sul palco e il concerto si fa più psichedelico, in un paio di occasioni (Seahorse) così duro da ricordare addirittura i primi Black Sabbath (!!!), Devendra è molto più sciolto adesso, balla e ride, sembra aver esorcizzato/dimenticato il dolore che si porta(va) dentro. Accenna aneddoti, tenta anche con l’italiano (tu mi piaci, mi piaci molto), sorride, e si avvicina al pubblico. Sotto i mocassini Devendra indossa un calzino scuro e uno arcobaleno, e forse lui è proprio così, un arcobaleno che a volte si incupisce: d’altronde basta ascoltare la sua musica per capirlo.
E prima della fine non mancano certo altre sorprese, dopo aver eseguito una delle canzoni più funk di tutto il suo repertorio, «una canzone che parla di San Francisco e dei Roxy Music» (16th & Valencia Roxy Music), Devendra ricorda di quando adolescente comprò la sua prima macchina ed eccolo scatenarsi su un pezzo trash proveniente direttamente dagli anni ‘80 (Tell It To My Heart, di Taylor Dayne), con tutti i colori e gli eccessi dell’epoca. Gli ottanta non moriranno proprio mai, se anche un fricchettone come Devendra se li ricorda.
Il concerto finisce poi così, continuando con i pezzi più movimentati e danzerecci (Foolin’, Lover, Carmensita, I Feel Just Like A Child) del repertorio banhartiano, con un Devendra sciamanico a petto nudo, tra Jim Morrison e Iggy Pop, una testa di toro tatuata sul torace, ispanico e indiano allo stesso tempo, che canta e ride, forse perché almeno per queste paio di orette è riuscito a dimenticare, insieme a noi, quella mestizia che sembrava attanagliarlo a inizio concerto.
Ma la pioggia che ha minacciato tutta la sera di cadere si concretizza ormai in diluvio, non c’è nemmeno il tempo di un ultimo saluto, peccato, alla prossima caro Devendra, torna, il piacere sarà reciproco, noi torneremo ad applaudirti.

l’anno scorso a cairenbad, più o meno a quest’ora, un tir mi investiva, lasciandomi illeso.

23 giugno 2010 § 2 commenti

l’anno scorso a cairenbad, più o meno a quest’ora, un tir mi investiva, lasciandomi illeso.

23 giugno 2010 § 2 commenti

raccontami notturni, al chiarore della luna.

20 giugno 2010 § Lascia un commento

Lo spettacolo Nuits de Pleine Lune, messo in scena dalla compagnia franco-italiana A.R.I.A. fondata e diretta da Robin Renucci, è probabilmente uno degli spettacoli più suggestivi di questa terza edizione del Napoli Teatro Festival Italia. Suggestivo perché suggestiva è la location in cui si svolge: il Rione Terra, in quel di Pozzuoli, una sorta di antico agglomerato di case e negozi, borgo antico e ormai disabitato che rappresenta una delle ricchezze più belle di Napoli. Appunto, questo spettacolo è site specific e si nutre di e cambia forma  a seconda del posto in cui si svolge. In questo caso, posto migliore non poteva essere scelto.
Lo spettacolo inizia che è già notte (niente luna piena, però) e, dopo una breve presentazione, ecco che comincia la promenade. Gli attori, sette in tutto, sono già insieme a noi che camminano e ci accompagnano, cantano e sussurrano cose segrete all’orecchio: Chi non ha paura o è uno sciocco o è disperato, ci avverte una ragazza dopo averci preso sotto braccio. Un altro ragazzo si guarda intorno furtivo, un donnone dal viso vissuto ci canta all’orecchio di cose sconosciute e lontane. Entrati nel cuore del borgo attraverso un portone, capiamo subito il perché il pubblico è stato dotato di torcia elettrica: dentro è buio pesto. Le mura trasudano umidità, e la strada che facciamo si perde in varie profondità, fortuna che a guidarci e mostrarci dove andare è un canto valorizzato dalla cassa acustica naturale del luogo in cui ci troviamo.
La prima storia narrataci è uno dei più famosi racconti di Edgar Allan Poe, Il cuore rivelatore: storia di un assassinio, il cui artefice finisce per impazzire e consegnarsi alla polizia. Notevole il gioco di richiami degli attori che, nascosti nel buio e illuminati/oscurati a piacere dalle torce in dotazione, spuntano furtivi alle spalle del pubblico, prendono e si passano la parola, sottolineando (grazie anche a un battere incessante di tamburi) la tensione e l’orrore della storia gotica.
Per la seconda storia il pubblico viene invitato a continuare a sprofondare nel budello dei vicoli bui, fino ad arrivare a una sorta di grotta, lì dove una vecchia piange il figlio morto. Un uomo che legge, la vecchia che piange, e un’altra donna ci narrano la storia diUna vendetta, di Guy de Maupassant. È qui che, forse ancora di più, la lingua di questo spettacolo si fa lingua del mistero: soprattutto per quegli spettatori che non parlano la lingua di Maupassant, il francese; infatti l’uomo che legge non parla italiano. Neanche le altre due donne lo parlano, eppure qualcosa si riesce a capire: parlano còrso, ed è incredibile come questa lingua meticcia (che a tratti sembra quasi di fantasia) risuoni affascinante all’orecchio. Parole marine e sotterranee che raccontano una storia fatta di carne e di sangue: la vecchia addestra la propria cagna ad azzannare l’assassino del figlio morto.
Infine, siamo alla terza storia, si ritorna a guardare le stelle: il pubblico viene fatto accomodare su panche di legno all’aperto e assiste alla rappresentazione di una novella di Luigi Pirandello, La casa del Granella. Storia dal tono grottesco in cui si parla di fantasmi, argomento così incredibile che quasi anche la Legge, ma ci fu cosa più razionale, ci crede. Un avvocato prende a cuore il caso di una famiglia che abbandona la casa per via di presenze spettrali. La storia procede su toni surreali e quasi umoristici, la parlata si fa anche napoletana (Michelangelo Dalisi, è l’attore) in omaggio a Eduardo de Filippo, ma a un certo punto tutto si fa ombra: non si capisce se la casa sia davvero stregata, o si tratti solo di un raggiro del padrone. Il pubblico quindi va via, portandosi un po’ del mistero vissuto con sé.

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