serata di fine estate, tra mimimmi buoni cattivi e cosìecosì.

30 agosto 2007 § 10 commenti

All’improvviso dalla galleria a un centinaio di metri dove stiamo mangiando la pizza, in piazza, in mezzo al traffico in pratica, esce una lunga di fila di ragazzi a torso nudo, ne saranno cinquanta, sessanta, molti sono rasati, quasi tutti abbronzati, alcuni hanno spranghe e bastoni in mano.

Probabilmente provengono dallo stadio San Paolo dove il Napoli ha appena vinto contro il Livorno, per fortuna, immagino cosa sarebbe successo se avesse perso.

I ragazzi camminano ordinati, e silenziosi, tra gli sguardi della gente che li osserva, chi divertito, chi spaventato; il primo pullman che arriva i ragazzi lo fermano, salgono tutti, senza biglietto superfluo dirlo, e si avviano, a casa. Stasera non c’è stata guerra.

Dopo un po’ una jeep dei carabinieri si avvia nella stessa direzione, tra le luminarie di Piedigrotta ancora spente.

Qualcuno dice che hanno preso una ragazza.

 

La pizza che mangiamo è incredibilmente salata, ma la mozzarella, originale di bufala, (in-)giustificato sovrapprezzo quindi, è buona.

Il mio amico venuto da Firenze, dov’è emigrato una decina d’anni fa (è quello che suonava con me) per ragioni di studio, e di vita, ha insistito per prendere anche della frittura mista, soprattutto arancini, come se a Firenze non ne facessero. Come se non gli bastasse già il puzzolente menù completamente intriso di olio che ci hanno portato, tanto unto che a strizzarlo veramente si intravedono goccioline.

Il cameriere così ci porta una frittura vecchia di almeno un paio di giorni, lo stesso cameriere (straniero?) che quando ci porta le birre ci chiede se è tutto okay, e nel farlo mi fa l’occhiolino, senza alcuna ragione apparente. L’amica che è con noi mi prende anche in giro perché io mi faccio tutto rosso.

Al momento del pagamento un altro cameriere ci fa il conto, al momento, a penna, 31 euro e 60, e non si degna nemmeno di portarci gli spiccioli di resto.

Mancia dovuta (quasi mille lire, eh) evidentemente, anche se mi ritrovo con il mal di pancia.

 

L’amica che ci accompagna quest’estate ha organizzato il cineforum estivo per conto del comune di Napoli, in villa comunale, accostando film commerciali a film più seri, grazie a dio.

Tutto gratuito e io ci sono andato soltanto un giorno, che vergogna.

Peccato essersi perso le quattro francesine scalze e seminude accorse a vedere la loro piccola Marie Antoinette, regina adolescente.

L’amica mi racconta anche di un signore lamentatosi con lei perché di 3 metri sopra il cielo non aveva capito nulla, e di una signora che quasi la picchiava perché non c’erano più posti a sedere per La ricerca della felicità. Muccino, Moccia, sempre lì siamo. Povera patria.

Il film di questa sera invece è Fascisti su Marte, simpatica satira guzzantiana sugli anni del regime in questione alla fantomatica conquista del pianeta rosso et bolscevico per antonomasia.

Divertente sì, ma mi aspettavo di meglio: seguire due ore di voce off credo che metta a dura prova l’attenzione di chiunque, e infatti molti (fascisti?) se ne vanno, mentre qua e là si sente pure odore di marijuana.

Un signore accanto a me è completamente crollato, dorme, piegato a portafoglio, davvero innaturalmente, fa quasi impressione.

La seconda parte del film comunque è nettamente superiore, più divertente, anche se non si capisce bene perché dal rosso d’epoca si passi bruscamente al colore (il passaggio dal rosso al bianco/nero si può relativamente capire invece), e dal muto si passi ai dialoghi.

Bello anche il cartone animato.

 

In villa poi scopro esserci pattinatori (con i mitici rollerblades!) che si danno da fare in una piccola pista di pattinaggio rotonda, dietro uno chalet. Hanno dei coni di gomma, grazie ai quali fanno slalom, acrobazie.

Tre di loro sono di colore, sono i più bravi. Caccio fuori la macchina e comincio a fotografare, un centinaio di fotografie. Sfocate, mosse, è notte e fotografo senza flash, mi piace l’effetto movimento, i pattinatori risultano come dei fantasmi.

Ma spesso la macchina mi boicotta e non mette a fuoco, presumo per mancanza di luce.

Uno dei pattinatori, mentre si slaccia i pattini, mi chiede poi se sono giornalista, se fotografo per lavoro, perché nel caso è un problema, ma lo dice timidamente, sorridendo.

Io gli dico che magari qualcuno si comprasse le mie foto.

Ah, allora fotografi per imparare, mi chiede, sì, rispondo, fotografo per imparare, se mi dai la tua mail ti mando pure qualche foto magari.

Gli do una penna e questo ragazzo scrive la sua mail, scrive tenendo il pezzo di carta in verticale, ma seguendo il modo di scrivere occidentale: alla fine basta girare il foglio e il nome è esatto.

È una cosa affascinante.

Il ragazzo si chiama Sham, se ho capito bene, è dello Sri Lanka, e va a pattinare lì con i suoi amici quasi tutte le sere. Magari anche lui è lì per imparare, capita di cadere anche a lui infatti, anche se è davvero bravo. Parla bene l’italiano, ma gli altri pattinatori non sembrano dare molta confidenza a lui e ai suoi amici.

Mi chiede il mio nome dandomi del lei (sembro così vecchio? ispiro tanta soggezione?), mi domanda da dove vengo, chissà forse sperava davvero che potessi vendere le sue foto, dando qualcosa anche a lui.

Questi ragazzi di oggi.

 

 

Intanto domani ho un colloquio telefonico (e chi se lo immaginava potesse mai esistere una cosa del genere?!) da Monaco, con una multinazionale internettiana. Chissà.

In bocca al lupo a me.

(in che lingua sarà?)

 

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serata di fine estate, tra mimimmi buoni cattivi e cosìecosì.

30 agosto 2007 § 10 commenti

All’improvviso dalla galleria a un centinaio di metri dove stiamo mangiando la pizza, in piazza, in mezzo al traffico in pratica, esce una lunga di fila di ragazzi a torso nudo, ne saranno cinquanta, sessanta, molti sono rasati, quasi tutti abbronzati, alcuni hanno spranghe e bastoni in mano.

Probabilmente provengono dallo stadio San Paolo dove il Napoli ha appena vinto contro il Livorno, per fortuna, immagino cosa sarebbe successo se avesse perso.

I ragazzi camminano ordinati, e silenziosi, tra gli sguardi della gente che li osserva, chi divertito, chi spaventato; il primo pullman che arriva i ragazzi lo fermano, salgono tutti, senza biglietto superfluo dirlo, e si avviano, a casa. Stasera non c’è stata guerra.

Dopo un po’ una jeep dei carabinieri si avvia nella stessa direzione, tra le luminarie di Piedigrotta ancora spente.

Qualcuno dice che hanno preso una ragazza.

 

La pizza che mangiamo è incredibilmente salata, ma la mozzarella, originale di bufala, (in-)giustificato sovrapprezzo quindi, è buona.

Il mio amico venuto da Firenze, dov’è emigrato una decina d’anni fa (è quello che suonava con me) per ragioni di studio, e di vita, ha insistito per prendere anche della frittura mista, soprattutto arancini, come se a Firenze non ne facessero. Come se non gli bastasse già il puzzolente menù completamente intriso di olio che ci hanno portato, tanto unto che a strizzarlo veramente si intravedono goccioline.

Il cameriere così ci porta una frittura vecchia di almeno un paio di giorni, lo stesso cameriere (straniero?) che quando ci porta le birre ci chiede se è tutto okay, e nel farlo mi fa l’occhiolino, senza alcuna ragione apparente. L’amica che è con noi mi prende anche in giro perché io mi faccio tutto rosso.

Al momento del pagamento un altro cameriere ci fa il conto, al momento, a penna, 31 euro e 60, e non si degna nemmeno di portarci gli spiccioli di resto.

Mancia dovuta (quasi mille lire, eh) evidentemente, anche se mi ritrovo con il mal di pancia.

 

L’amica che ci accompagna quest’estate ha organizzato il cineforum estivo per conto del comune di Napoli, in villa comunale, accostando film commerciali a film più seri, grazie a dio.

Tutto gratuito e io ci sono andato soltanto un giorno, che vergogna.

Peccato essersi perso le quattro francesine scalze e seminude accorse a vedere la loro piccola Marie Antoinette, regina adolescente.

L’amica mi racconta anche di un signore lamentatosi con lei perché di 3 metri sopra il cielo non aveva capito nulla, e di una signora che quasi la picchiava perché non c’erano più posti a sedere per La ricerca della felicità. Muccino, Moccia, sempre lì siamo. Povera patria.

Il film di questa sera invece è Fascisti su Marte, simpatica satira guzzantiana sugli anni del regime in questione alla fantomatica conquista del pianeta rosso et bolscevico per antonomasia.

Divertente sì, ma mi aspettavo di meglio: seguire due ore di voce off credo che metta a dura prova l’attenzione di chiunque, e infatti molti (fascisti?) se ne vanno, mentre qua e là si sente pure odore di marijuana.

Un signore accanto a me è completamente crollato, dorme, piegato a portafoglio, davvero innaturalmente, fa quasi impressione.

La seconda parte del film comunque è nettamente superiore, più divertente, anche se non si capisce bene perché dal rosso d’epoca si passi bruscamente al colore (il passaggio dal rosso al bianco/nero si può relativamente capire invece), e dal muto si passi ai dialoghi.

Bello anche il cartone animato.

 

In villa poi scopro esserci pattinatori (con i mitici rollerblades!) che si danno da fare in una piccola pista di pattinaggio rotonda, dietro uno chalet. Hanno dei coni di gomma, grazie ai quali fanno slalom, acrobazie.

Tre di loro sono di colore, sono i più bravi. Caccio fuori la macchina e comincio a fotografare, un centinaio di fotografie. Sfocate, mosse, è notte e fotografo senza flash, mi piace l’effetto movimento, i pattinatori risultano come dei fantasmi.

Ma spesso la macchina mi boicotta e non mette a fuoco, presumo per mancanza di luce.

Uno dei pattinatori, mentre si slaccia i pattini, mi chiede poi se sono giornalista, se fotografo per lavoro, perché nel caso è un problema, ma lo dice timidamente, sorridendo.

Io gli dico che magari qualcuno si comprasse le mie foto.

Ah, allora fotografi per imparare, mi chiede, sì, rispondo, fotografo per imparare, se mi dai la tua mail ti mando pure qualche foto magari.

Gli do una penna e questo ragazzo scrive la sua mail, scrive tenendo il pezzo di carta in verticale, ma seguendo il modo di scrivere occidentale: alla fine basta girare il foglio e il nome è esatto.

È una cosa affascinante.

Il ragazzo si chiama Sham, se ho capito bene, è dello Sri Lanka, e va a pattinare lì con i suoi amici quasi tutte le sere. Magari anche lui è lì per imparare, capita di cadere anche a lui infatti, anche se è davvero bravo. Parla bene l’italiano, ma gli altri pattinatori non sembrano dare molta confidenza a lui e ai suoi amici.

Mi chiede il mio nome dandomi del lei (sembro così vecchio? ispiro tanta soggezione?), mi domanda da dove vengo, chissà forse sperava davvero che potessi vendere le sue foto, dando qualcosa anche a lui.

Questi ragazzi di oggi.

 

 

Intanto domani ho un colloquio telefonico (e chi se lo immaginava potesse mai esistere una cosa del genere?!) da Monaco, con una multinazionale internettiana. Chissà.

In bocca al lupo a me.

(in che lingua sarà?)

 

non è un paese per vecchi, ma nemmeno per giovani.

27 agosto 2007 § 2 commenti

Lo sceriffo Bell dell’ultimo romanzo di Cormac McCarthy (sentilo questo nome, è un sasso) non riesce a capacitarsi di come in questo mondo possano andare in giro ragazzi con i capelli verdi e l’osso al naso, se lo avesse mai detto a suo padre non ci avrebbe mai potuto credere. Eppure è così.

In questo mondo c’è gente che vende droga, e la cosa ancor più incredibile è che i ragazzini la comprano; e se quarant’anni fa il problema nelle scuole era qualcuno che masticava una gomma durante la lezione al giorno d’oggi i problemi si chiamano stupro e assassinio. Columbine sta lì a ricordarcelo.

Cioè, però non c’è bisogno mica di leggere un romanzo per queste cose, basta aprire un giornale: proprio oggi capita che due ragazze della generazione kappa (povero vecchio Kafka, che si rivolta nella tomba) si truccano e si mettono in posa dopo che la cugina è stata assassinata. Giornalisti, prego, accomodatevi.

Certo quello incarnato dall’oscuro Chigurh nel romanzo di McCarthy è il male assoluto, un male che uccide così, senza ragione, anche – soprattutto, forse – se non è obbligato a farlo, un male che al massimo può concederti un testa o croce, ma a volte è proprio la banalità odierna del male a spaventare: un male che, se non assoluto, appunto agisce così, per noia, non giustificato nemmeno da un’eventuale scelta “morale” di vita (io sono il male e per questo uccido), perché il mondo dello spettacolo, no, non può essere una giustificazione, o una scelta, ma una semplice aberrazione mentale, nella sua assoluta stupidità.

E noi costretti a leggere di queste cose cosa possiamo fare, tentare di evitare, di girare lo sguardo magari, di vivere un’altra vita, ma come si fa se il mondo in cui si vive è questo.

La rassegnazione dello sceriffo Bell la dice lunga, non c’è morale o coraggio che tenga, non ce la si fa a vivere in un mondo così.

Un mondo dove si rapina perché non si ha niente da fare magari, è Ferragosto e tutti i tuoi amici sono al mare e tu no, astinente e drogato allo stesso tempo, sei restato nella città assolata e deserta perché non hai soldi. E allora rapini il primo che ti capita a tiro, dammi tutti i soldi, non ti faccio niente, non voglio nient’altro, e non gli lasci nemmeno i soldi del parcheggio (il colmo sarebbe stato trovare la multa, al ritorno, tu che prendi sempre la metro), come se questi venticinque euro e dispari di questa tua prima e maldestra rapina ti servissero veramente a qualcosa, oltre a regalarti un pensiero in più, se solo fossi capace di pensare.

E allora tu che puoi fare se non cercare di non far incazzare più di tanto uno così e poi andartene, ma non sulla sua stessa strada però, almeno questo. Pensi che magari avresti potuto fare pure altro, anche se aver tolto cento euro dal portafoglio prima di scendere è già tanto, perché non c’è niente di giusto nel dover cedere i propri soldi a un altro così, senza nemmeno la minaccia di una pistola. Se avessi avuto ancora la barba magari tutto questo non sarebbe successo, ti viene anche da pensare.

Ma in quello stesso momento non puoi far altro che minimizzare il danno, sperare che non ti rubi le macchine fotografiche che porti nello zaino, gli occhiali che ti nascondono il viso, o quello stupido cellulare che hai in tasca, in quel momento non puoi far altro che pensare che non sia costretto a scappare o fare chissàche. E allora è vigliaccheria questa, caro sceriffo Bell?

Probabilmente tu avresti capito, il mondo è allo sfascio, mi avresti semplicemente detto guardandomi con quei tuoi occhi tristi e offrendomi un caffè.

 

E allora in un mondo così il massimo che puoi fare è ritirarti nel tuo paradiso privato, al riparo dall’inferno del tuo scontento. Così la sera viaggi a lungo, su un tavolato deserto, manco fossi veramente un cowboy come Moss.

Le curve sono alte e numerose, la tua meta è un piccolo paesino sulla montagna, è lì che suona Vinicio: Calitri. Dopo tutto è ancora Ferragosto.

Lui è un grande artista, fa concerti ovunque e ben pagato, ma la sua grandezza sta nel tornare al paese d’origine, sempre e comunque. È lì solo che è possibile la sua vacanza.

E quest’anno l’occasione del ritorno è prendere la cittadinanza di questo paese (questo sì, un paese per vecchi), un paese a cui però lui già appartiene però, come coloro che gli hanno dato materialmente i natali attestano in platea.

Vinicio come si dice in questi casi non si risparmia, e il tutto senza bere né mangiare: legge, suona con la Banda della Posta, e con la banda dei ragazzi poi, e nessuno di loro ha i capelli verdi, o l’osso al naso, no.

Vinicio, vaccaro nell’anima anche lui, suona e canta canzoni di un tempo lontano, dedica le sue parole a un paese spazzato via dalla ferrovia, è la malinconia a prenderlo adesso, ma poi Vinicio ride, soprattutto, è felice, bambino gioioso, perché è lui il vero uomo vivo di questa serata: forse non sa davvero dove andare, ma che importa, questa sera è a casa.

 

E poi un giorno ti svegli alle due del pomeriggio, e ti senti la testa come se avessi trincato vino tutta la notte precedente, la bocca impastata è proprio quella, mentre in realtà non hai fatto altro che divertirti, e ridere… ridere, quanto poco lo facciamo oggi.

C’è stato un tempo che davvero avresti bevuto tutta la notte, pazzo e felice, il tempo in cui attraversasti il confine con un sacchetto di marijuana nascosto tra la biancheria sporca, ma adesso sei grande e la tristezza di ciò ha preso anche te, una tristezza che alcuni chiamano maturità, ma dov’è la differenza?

Quella cosa che ti spinge a chiederti nel cuore della notte, o appena alzato, e adesso che faccio?

E così quando incontri qualcuno che quella tristezza dentro non ce l’ha, o l’ha superata, è come se te ne stupissi, e lo guardi, e un po’ di quella felicità ritorna da te, sotto forma di delirio, e gioia insensata.

Eugene Hütz è uno che è scappato di casa per via della nube tossica di Chernobyl, una fuga strana la sua, visto che a scappare con lui sono i suoi stessi genitori (li hai ringraziati abbastanza, Eugene?), accompagnandolo verso la sua nuova vita, una fuga strana, sì: New York è la sua nuova casa, la grande mela. Una mela che a morderla può rivelarsi rivelatrice come quella di Newton, o al curaro come quella di Turing, sta solo a noi deciderlo; e chi glielo avrebbe mai detto al giovane e bruttarello Eugene che un giorno, dopo aver lavato perfino vetri al semaforo ed essere stato ingiustamente in carcere (duri a morire, i pregiudizi), si sarebbe ritrovato alle tre e mezza del mattino in uno sperduto paese dell’Irpinia a scendere da un pullman con una bottiglia di vino in una mano e una chitarra nell’altra per poi intonare L’italiano di Toto Cutugno?

Nessuno, certo, avrebbe mai potuto dirglielo. Eppure è stato proprio così.

Il concerto era già finito da ore, ma lui ha preso la chitarra e sarebbe stato lì fino all’alba, amico tra gli amici, se solo non l’avessero spinto a forza sul tourbus, alla volta del prossimo incendio da appiccare. Perché è di questo che si parla quando si parla di un concerto dei Gogol Bordello: un fuoco folle e forse purificante, sicuramente pagano, dionisiaco.

Lo zingaro punk aveva bevuto molto, chiaro, ma non è questo il punto.

Il punto è che alla fine è questo che fa di te quello che sei, vivere.

 

 

 

«Sai quando sono lassù, quando non sono sulla Terra? Poco prima di lasciare questo posto del cavolo, ci scende addosso un velo di luce color angelo che poi scompare alle nostre spalle. E sai cos’è? È un’aureola. Non sto scherzando. Questo pianeta ha un’aureola, te lo garantisco, e questo significa che qui non può mai sbagliare nessuno. Quindi se una cosa ti sembra giusta, falla. Ok? Qualsiasi cosa che tu senta il bisogno di fare andrà bene».

 

(A.L. Kennedy, Stati di grazia)

 

 

non è un paese per vecchi, ma nemmeno per giovani.

27 agosto 2007 § 2 commenti

Lo sceriffo Bell dell’ultimo romanzo di Cormac McCarthy (sentilo questo nome, è un sasso) non riesce a capacitarsi di come in questo mondo possano andare in giro ragazzi con i capelli verdi e l’osso al naso, se lo avesse mai detto a suo padre non ci avrebbe mai potuto credere. Eppure è così.

In questo mondo c’è gente che vende droga, e la cosa ancor più incredibile è che i ragazzini la comprano; e se quarant’anni fa il problema nelle scuole era qualcuno che masticava una gomma durante la lezione al giorno d’oggi i problemi si chiamano stupro e assassinio. Columbine sta lì a ricordarcelo.

Cioè, però non c’è bisogno mica di leggere un romanzo per queste cose, basta aprire un giornale: proprio oggi capita che due ragazze della generazione kappa (povero vecchio Kafka, che si rivolta nella tomba) si truccano e si mettono in posa dopo che la cugina è stata assassinata. Giornalisti, prego, accomodatevi.

Certo quello incarnato dall’oscuro Chigurh nel romanzo di McCarthy è il male assoluto, un male che uccide così, senza ragione, anche – soprattutto, forse – se non è obbligato a farlo, un male che al massimo può concederti un testa o croce, ma a volte è proprio la banalità odierna del male a spaventare: un male che, se non assoluto, appunto agisce così, per noia, non giustificato nemmeno da un’eventuale scelta “morale” di vita (io sono il male e per questo uccido), perché il mondo dello spettacolo, no, non può essere una giustificazione, o una scelta, ma una semplice aberrazione mentale, nella sua assoluta stupidità.

E noi costretti a leggere di queste cose cosa possiamo fare, tentare di evitare, di girare lo sguardo magari, di vivere un’altra vita, ma come si fa se il mondo in cui si vive è questo.

La rassegnazione dello sceriffo Bell la dice lunga, non c’è morale o coraggio che tenga, non ce la si fa a vivere in un mondo così.

Un mondo dove si rapina perché non si ha niente da fare magari, è Ferragosto e tutti i tuoi amici sono al mare e tu no, astinente e drogato allo stesso tempo, sei restato nella città assolata e deserta perché non hai soldi. E allora rapini il primo che ti capita a tiro, dammi tutti i soldi, non ti faccio niente, non voglio nient’altro, e non gli lasci nemmeno i soldi del parcheggio (il colmo sarebbe stato trovare la multa, al ritorno, tu che prendi sempre la metro), come se questi venticinque euro e dispari di questa tua prima e maldestra rapina ti servissero veramente a qualcosa, oltre a regalarti un pensiero in più, se solo fossi capace di pensare.

E allora tu che puoi fare se non cercare di non far incazzare più di tanto uno così e poi andartene, ma non sulla sua stessa strada però, almeno questo. Pensi che magari avresti potuto fare pure altro, anche se aver tolto cento euro dal portafoglio prima di scendere è già tanto, perché non c’è niente di giusto nel dover cedere i propri soldi a un altro così, senza nemmeno la minaccia di una pistola. Se avessi avuto ancora la barba magari tutto questo non sarebbe successo, ti viene anche da pensare.

Ma in quello stesso momento non puoi far altro che minimizzare il danno, sperare che non ti rubi le macchine fotografiche che porti nello zaino, gli occhiali che ti nascondono il viso, o quello stupido cellulare che hai in tasca, in quel momento non puoi far altro che pensare che non sia costretto a scappare o fare chissàche. E allora è vigliaccheria questa, caro sceriffo Bell?

Probabilmente tu avresti capito, il mondo è allo sfascio, mi avresti semplicemente detto guardandomi con quei tuoi occhi tristi e offrendomi un caffè.

 

E allora in un mondo così il massimo che puoi fare è ritirarti nel tuo paradiso privato, al riparo dall’inferno del tuo scontento. Così la sera viaggi a lungo, su un tavolato deserto, manco fossi veramente un cowboy come Moss.

Le curve sono alte e numerose, la tua meta è un piccolo paesino sulla montagna, è lì che suona Vinicio: Calitri. Dopo tutto è ancora Ferragosto.

Lui è un grande artista, fa concerti ovunque e ben pagato, ma la sua grandezza sta nel tornare al paese d’origine, sempre e comunque. È lì solo che è possibile la sua vacanza.

E quest’anno l’occasione del ritorno è prendere la cittadinanza di questo paese (questo sì, un paese per vecchi), un paese a cui però lui già appartiene però, come coloro che gli hanno dato materialmente i natali attestano in platea.

Vinicio come si dice in questi casi non si risparmia, e il tutto senza bere né mangiare: legge, suona con la Banda della Posta, e con la banda dei ragazzi poi, e nessuno di loro ha i capelli verdi, o l’osso al naso, no.

Vinicio, vaccaro nell’anima anche lui, suona e canta canzoni di un tempo lontano, dedica le sue parole a un paese spazzato via dalla ferrovia, è la malinconia a prenderlo adesso, ma poi Vinicio ride, soprattutto, è felice, bambino gioioso, perché è lui il vero uomo vivo di questa serata: forse non sa davvero dove andare, ma che importa, questa sera è a casa.

 

E poi un giorno ti svegli alle due del pomeriggio, e ti senti la testa come se avessi trincato vino tutta la notte precedente, la bocca impastata è proprio quella, mentre in realtà non hai fatto altro che divertirti, e ridere… ridere, quanto poco lo facciamo oggi.

C’è stato un tempo che davvero avresti bevuto tutta la notte, pazzo e felice, il tempo in cui attraversasti il confine con un sacchetto di marijuana nascosto tra la biancheria sporca, ma adesso sei grande e la tristezza di ciò ha preso anche te, una tristezza che alcuni chiamano maturità, ma dov’è la differenza?

Quella cosa che ti spinge a chiederti nel cuore della notte, o appena alzato, e adesso che faccio?

E così quando incontri qualcuno che quella tristezza dentro non ce l’ha, o l’ha superata, è come se te ne stupissi, e lo guardi, e un po’ di quella felicità ritorna da te, sotto forma di delirio, e gioia insensata.

Eugene Hütz è uno che è scappato di casa per via della nube tossica di Chernobyl, una fuga strana la sua, visto che a scappare con lui sono i suoi stessi genitori (li hai ringraziati abbastanza, Eugene?), accompagnandolo verso la sua nuova vita, una fuga strana, sì: New York è la sua nuova casa, la grande mela. Una mela che a morderla può rivelarsi rivelatrice come quella di Newton, o al curaro come quella di Turing, sta solo a noi deciderlo; e chi glielo avrebbe mai detto al giovane e bruttarello Eugene che un giorno, dopo aver lavato perfino vetri al semaforo ed essere stato ingiustamente in carcere (duri a morire, i pregiudizi), si sarebbe ritrovato alle tre e mezza del mattino in uno sperduto paese dell’Irpinia a scendere da un pullman con una bottiglia di vino in una mano e una chitarra nell’altra per poi intonare L’italiano di Toto Cutugno?

Nessuno, certo, avrebbe mai potuto dirglielo. Eppure è stato proprio così.

Il concerto era già finito da ore, ma lui ha preso la chitarra e sarebbe stato lì fino all’alba, amico tra gli amici, se solo non l’avessero spinto a forza sul tourbus, alla volta del prossimo incendio da appiccare. Perché è di questo che si parla quando si parla di un concerto dei Gogol Bordello: un fuoco folle e forse purificante, sicuramente pagano, dionisiaco.

Lo zingaro punk aveva bevuto molto, chiaro, ma non è questo il punto.

Il punto è che alla fine è questo che fa di te quello che sei, vivere.

 

 

 

«Sai quando sono lassù, quando non sono sulla Terra? Poco prima di lasciare questo posto del cavolo, ci scende addosso un velo di luce color angelo che poi scompare alle nostre spalle. E sai cos’è? È un’aureola. Non sto scherzando. Questo pianeta ha un’aureola, te lo garantisco, e questo significa che qui non può mai sbagliare nessuno. Quindi se una cosa ti sembra giusta, falla. Ok? Qualsiasi cosa che tu senta il bisogno di fare andrà bene».

 

(A.L. Kennedy, Stati di grazia)

 

 

Della serie “facciamoci del male”: Ma una città come Napoli davvero si merita un festival musicale? (Neapolis, 27-28/07/07)

13 agosto 2007 § 9 commenti

emanuel (i'm from barcelona)Il concerto degli I’m From Barcelona del 27 luglio 2007, Napoli, in occasione della decima edizione del Neapolis Festival, rimarrà nella storia di questa disgraziata città, è meglio metterlo in chiaro da subito, a scanso di equivoci.

Ma evidentemente un gruppo così è troppo per una città come questa che ha le antenne drizzate solo per l’ennesima new sensation sanremese di turno: all’entrata, nel pomeriggio, una ragazza ci avvisa che ragazzi, è tutto chiuso, stanno montando ancora tutto, i Tiromancino suonano alle nove e mezza…(AAARGHHH)

Un segno che non lasciava presagire niente di buono, non c’è che dire.

Bisognava dirlo all’accorta ragazza che a noi del corpulento Tiromancino non frega proprio nulla di nulla ma poi si è pensato: a ognuno il suo.

Degli I’m From Barcelona, si diceva… Immaginate un pigiama party dove tutti cantano e si divertono spensierati fregandosene di tutto il mondo fuori e avrete una seppur vaga idea del concerto di questi fantastici svedesi: non si sa perché (saranno state le stravaganti mise delle stravaganti coriste?) ma è questo che è venuto da pensare ieri, al loro concerto, mentre il piedino batteva il tempo e il corpo si dimenava all’impazzata.

Una macchina che spara bolle di sapone a ripetizione (you will know us from the trail of the bubbles, afferma il cantante), coriandoli lanciati come fuochi d’artificio, mega- e mini- palloncini volanti… La cornice del concerto degli barcelloneti-wannabe è pazza e colorata come loro, come se non bastasse già il loro puro spirito pop e i loro coretti pazzerelli a farci divertire come pazzi.

Sul palco pare di contarne 17 e magari non ci crederete ma ognuno di loro davvero dà il suo contributo allo spettacolo: dal simil-ballerino, ai fiati(sti), fino alle scenografiche coriste al cui abbigliamento fuori dal comune s’è già accennato… Questo senza parlare del leader, certo, uno sghembo pel-di-carota con baffetti che va avanti e indietro, addirittura giù per il palco, in mezzo al pubblico, suonando la chitarra, cantando e dirigendo le danze.

Lo sghembo baffetto dedicherà anche una canzone a una certa Britney, una delle sue eroine ci confesserà, e dal lisergico flusso di una delle sue canzoni sorgerà addirittura una Like A Prayer della cantante più affarista di tutte nel business moderno, avete capito tutti chi è, giusto?

E tutti insieme a cantare, perché davvero il vero pop non ha confini…

I nostri nuovi amici svedesi, come testimoniato dalla scaletta prontamente agguantata (e simpaticamente autografata), ci sciorinano quasi tutto l’album per più di un’ora di spettacolo e, lo diciamo chiaro e tondo, se avessimo pagato questi quindici euro solo per loro saremmo stati più che contenti, felici, appaciati, estasiati, esaltati, folli di felicità, anche se il Neapolis fosse finito proprio cinque minuti dopo la loro performance, ma così non è stato, dato che di gruppi buoni ce ne sono stati e prima e dopo questi grandiosi (s’è capito che sono piaciuti?!?) di cui si è parlato fino adesso e che hanno colpito addirittura quelli convenuti al festival per tutt’altro (ma chi sono questi?).

 

i'm from barcelona 14Ma passiamo a parlare proprio dei primi a esibirsi sul palco neapolitano: The Gentlemen’s Agreement del buon Raffaele Giglio che, permetteteci di dirlo, in quanto ad arrangiamenti pop non ha nulla da invidiare a certi altri gruppi… stranieri. Sì, perché, noi crediamo fermamente che se questi gentiluomini napoletani fossero nati in terra anglo-americana saremmo tutti qui a strapparci i capelli da testa per i loro piccoli gioielli di pop campagnolo, e invece.

Invece questi contadini gentili si esibiscono alle sei di pomeriggio davanti a un piccolo et sparuto gruppo di persone, le solite persone sempre presenti ai loro sempre più frequenti concerti, c’è da dire, purtroppo.

Come dicevano i latini? Nemo propheta in patria…vabbè.

Rispetto a certi gig autunno/invernali il trio country-pop sembra aver indurito leggermente il tiro comunque, proponendo anche canzoni più “rock” rispetto a certo pop intimista con puntate negli anni ’20 (qualcuno ha detto Charlie Chaplin?) addirittura.

Bravi Giglio e soci quindi, ma non dimenticate cavaquinho e Chet Baker eh!

 

i'm from barcelona 11E altri profeti non apprezzati in patria, almeno non quanto meriterebbero, sono quei Player 1 e Player 2 meglio conosciuti sotto il nome di Atari… e c’è bisogno di ripeterlo anche in quest’occasione?

Se questo gruppo fosse nato in più fortunate lande straniere, già tutti i fantomatici giornali italici et stranieri starebbero qui a gridare al nuovo miracolo di rock’n’dance… e invece.

Invece i grandiosi Atari si esibiscono, e stupiscono ancora una volta, davanti a un misero gruppetto di persone perché, certo, poco prima si è esibito quel gruppo italiano famoso di cui qui è inutile parlare (perché sapete già tutti quanto siano belli, bravi e fighi, no? e non dimenticate di fittare il capolavoro filmico del cantante, mi raccomando!) e la gente che ha pagato quindici euro preferisce tornare di corsa a casa sul divano davanti alla tivvù, piuttosto che godersi altri tre gruppi per divertirsi un altro po’. Tutto normale a Napoli, no?

Ma non facciamoci il sangue amaro per cose che sono difficili da cambiare… ché tanto noi si è qui a godersi gli Atari che oltre a loro vecchi cavalli di battaglia ci propongono anche nuovi pezzi dimostrando che sono sempre più prossimi al passo importante: il disco italiano di pop elettronico definitivo, that’s it.

E dire che tutto questo lo fanno solo in due: un bassista/cantante e un batterista/tastierista/cantante che a un certo punto suona anche un joystick (!!!)… come faranno mai?

 

frida (i'm from barcelona)Subito dopo di loro è il turno dei Who Made Who, il cui rock-funk futuristico riporta alla mente altre grandi realtà (i Trans-Am?) e che sono molto bravi a coinvolgere il pubblico napoletano (sempre più misero, sigh), e non solo perché il trio si presenta su questo palco sotto le (non-)mentite spoglie della più famosa maschera partenopea conosciuta all’estero come Mr. Punch alias Pulcinella!

Fluide linee di basso si intrecciano a chitarristici fraseggi futuristi, il tutto supportato da una batteria ora dance ora rock ora addirittura tunz-tunz: è questo il caso della fantastica cover di Satisfaction di Benny Benassi!!!

E se l’orecchio non ci inganna i nostri scatenati punchinelli danesi ripropongono addirittura quella canzone di Mr. Oizo ascoltata in un fortunato spot della Levi’s di qualche anno fa. Delirio.

 

Il compito di chiudere questa prima giornata del festival napoletano spetta ai Digitalism che, a causa dello smarrimento degli strumenti da parte di qualche fottuta compagnia aerea (maledetta!), sono costretti a un forzato et sfortunato dj set che allinea uno dietro l’altro i più fortunati successi indie-dance dell’ultima stagione… peccato che ormai non sia rimasto più nessuno a ballare e le loro viniliche tunes si perdano nel vuoto cosmico generale. Pazienza.

 

I'MFROMBARCELONA@napoli_27_07_07Da segnalare, infine, gli altri due gruppi che si sono esibiti il pomeriggio e che, causa sole caldo e mancanza di gente, non hanno (forse) avuto l’attenzione che meritavano: The Holloways, inglesi, e i Disco Drive, italiani.

Quest’ultimi si presentano con una line-up parzialmente rinnovata rispetto a un paio d’anni fa quando li apprezzammo (e pure molto) in altri lidi: cambiato il bassista, e aggiunta una batteria, propongono il loro energico punk-funk d’esordio, ma con venature più noize-wave, sembra.

I nostri faticano a coinvolgere la trentina di persone accorse, già debilitate dal caldo infame, perché le loro canzoni a tratti sembrano fredde, semplici basi dance che scorrono piatte, eppure a volte qualche buona idea fa capolino, e per un attimo si viene coinvolti, chissà forse il disco sarà (molto) meglio?

Degli inglesi che dire, in cappello di paglia e bermuda, presentano il solito rock inglese, un onesto indie-rock inglese che non è niente di che, ma che si apprezza, se non si chiede molto per passare una mezzoretta così… Bravi(ni) sì, ma basta con questa esterofilia, ché ormai certe cose le sappiamo fare pure noi, e anche meglio… o no?

 

 

the horrors 01Abbastanza omogeneo invece il secondo giorno del Neapolis, tutto all’insegna del più classico dei rock, più o meno normale… questo senza tener conto delle superstar d’oltremanica della serata, ovviamente: The Horrors!

Ecco, se per i barceloneti svedesi abbiamo immaginato un pigiama party per questi cinque allampanati inglesi facciamo lo sforzo di immaginare tutti insieme un film horror, ma un horror di quelli buoni, anni ’50, non le stronzate patinate che si producono al giorno d’oggi.

Le nostre eroiche creature della notte sembrano arrivare dritte dritte da uno di questo film, magrissimi e neri sembrano proprio dei Jack Skeleton (Timmy, pensa a loro per il tuo prossimo film!) in carne d’ossa, e quando escono sul palco, complice una luna piena mai così bianca, l’effetto è straniante.

Esce prima la band e poi il cantante che, capelli sul viso a nascondere un naso adunco e gatto nero et pipistrelli tatuati sul braccio, per tutto il concerto non farà altro che dimenarsi come un ossesso, un epilettico che non potrà non ricordare certi “balli” portati in voga dal più famoso impiccato di Manchester.

A un certo punto il tizio comincerà anche a tirare una catena trovata “casualmente” a bordo palco, e se la metterà addosso a mo’ di sciarpa, pericolosamente, quasi a simulare l’uscita da chissà quale oscura prigione; e poi, ancora, dopo aver mangiato un pezzo di carta e versato dell’acqua in un cappello, scenderà in mezzo al pubblico, seguito da un preoccupatissimo e sempre più incazzato (con lui) servizio d’ordine, tutto proteso ad abbracciare un gazebo che stava lì ad aspettare nessun altro che lui, certo.

E poi ad accompagnarlo nella sua lucida follia il tastierista, uno dal taglio di capelli che più vittoriano non si può, uno che quando non è impegnato a stuprare a caso la sua tastiera imitandone la caracollante camminata farà simpaticamente finta di essere uno di quei zombie non ancora del tutto morti che solo una pallottola in testa può fermare, come insegna Dylan Dog.

E infine il bassista, immobile e dallo sguardo da pazzo, e il chitarrista, uscito direttamente dai più gloriosi anni ’80, l’unico ad avere uno sprazzo di giallo nei capelli; del batterista invece è difficile dire qualcosa, nascosto com’è dietro la sua batteria, ma siamo sicuri che non è da meno dei suoi scuri sodali. Certi tipi così non puoi certo confonderli, e infatti già poco prima del concerto si erano visti aggirarsi tra il pubblico, ignorati da tutti, eppure non capita tutti i giorni vedere un tizio alto due metri andarsene in giro con una borsetta a forma di bara: che poi cosa ci avrà dentro? Fialette di sangue vergine e ossa umane in polvere?

La mezzora scarsa degli orrori ambulanti è devastante, non c’è respiro tra un pezzo e l’altro, è tutto un unico magma sonoro denso e abbagliante come una luce strobo che il nostro ululante amico girerà direttamente sul pubblico, un punk fine ’70 (cuozzi al rogo –  punk al pogo, recita una gran maglietta vista in prima fila) che più marcio (ancora di più che sul disco, assai “pulito” da un certo punto di ascolto) non si può, mica come certi fighettini inglesi di oggi, l’orrore (l’orrore!) non si ferma e i pezzi in verità si distinguono solo per scampoli di parole colte per caso, come un parassita che si nasconde sottopelle, ma va più che bene così.

Quando si assiste a un concerto del genere è difficile emozionarsi per altro e il discorso dei quindici euro fatto per i barcellonesi del Regno di Svezia vale anche per quest’orrore inglese, ma ancora una volta il pubblico napoletano (a proposito, tra le frangette indie-rockers sembra essere di gran voga il ventaglio ultimamente) non apprezza più di tanto; pubblico composto in maggioranza da punkettine dark, per di più, un pubblico che ti saresti aspettato lì proprio per gli orrorifici inglesi, ma nessuna supposizione fu più sbagliata visto che appena scemata l’ultima rumorosa nota di paura subito lì tutti a urlare il nome dei “divi” italiani di turno… Alberto, Albertoooo… Luca, Lucaaaa… Roberta, Robertaaaa…        

 

I Verdena, partiti come quasi-cloni dei ben più apprezzabili Motorpsycho, sembrano essersi affrancati da questo fastidioso paragone: il loro suono è massiccio e potente, sorprende, le canzoni all’inizio sembrano pure godibili… All’inizio, sì, perché poi come si fa a sopportare un’ora e passa di una musica che di originale non ha più niente da dieci anni e più?

Quasi impossibile se non sai tutte le canzoni a memoria come le ragazzine urlanti in prima fila, o non ti dedichi a fotografare la schiena della rosa-crinita Roberta.

 

the horrors 09La serata si chiude con i toscani Negrita, che propongono il loro onesto rock ancor più vecchio di quello verdenico… ma essendo stati già penalizzati, e nella durata del concerto e nel volume, non vogliamo infierire oltre, anche se non possiamo nascondere che il fatto che c’è gente venuta solo per loro ci stupisce assai!!! Diciamo solo che a fine concerto s’è tirato comunque un sospiro di sollievo, come a dire: anche per quest’anno è finita.

A certi festival devi sorbirti certi gruppi  che non ti sogneresti mai di andare a vedere anche se fossero l’ultima live band del pianeta, questo si mette sempre in conto; gruppi come quelli che hanno suonato nel pomeriggio di questo secondo giorno del Neapolis per esempio, gruppi italiani emergenti che propongono tutti un certo tipo di rock, un rock – un punk, a volte – bello e carino pure, ma che non è proprio la nostra tazza di tè.

 

the horrors 02C’è da dire che però qualche gruppo ha parecchia grinta da vendere… Grinta espressa dalla voce della cantante degli O.D.R. (che significherà questo acronimo?) per esempio, cantante che a tratti ricorda la prima Courtney Love, quella giovane e incazzata non ancora siliconata; grinta espressa anche dalle chitarre (niente note basse!) potenti degli Styles, in cui per un attimo sentiamo addirittura reminescenze di certi folletti americani, possibile?

Dei Joeblow purtroppo (?) niente da dire, visto che ce li perdiamo in attesa di entrare… Anche se le ultime note dell’ultima canzone ci dicono che non ci siamo persi poi molto, è solo crossover.

 

A queste band vanno aggiunti poi i ben più famosi e affermati EPO, forse proprio il gruppo napoletano più famoso del momento, il cui visibilmente emozionato cantante non si sottrae nemmeno all’oggigiorno obbligatorio appello anti-camorra.

Anche il rock degli EPO è un rock onesto, debitore di certi lontani anni ’90 (a ognuno il revival che gli pare), oggi ci sono parecchie band che fanno un rock onesto non c’è che dire, eppure nella loro musica c’è mestiere e passione e chi apprezza questo tipo di musica non rimane certo deluso dalla voce calda e passionale del succitato Ciro Tuzzi.

 

the horrors 14 (color)Le ultime personali considerazioni vanno spese infine per gli altri due gruppi inglesi che hanno suonato a serata inoltrata: i 1990s (senza “The” e senza apostrofo, come precisano perentoriamente dal loro oggigiorno indispensabile myspace) e i White Rose Movement.

I primi si distinguono per un cantante disegnato da Picasso e il saper coinvolgere il pubblico che non li conosce per niente con dei coretti molto coinvolgenti, i secondi per una new wave classicamente ’80 (pare che dagli anni ’80 ne siano usciti vivi veramente in parecchi a discapito di quello che afferma una certa persona) e una canzone dal ritornello veramente catchy, nonché per un cantante incrocio quasi-perfetto tra il già evocato Ian Curtis e un kraftwerk preso a caso.

 

E anche per quest’anno è andata, alla prossima.

Della serie “facciamoci del male”: Ma una città come Napoli davvero si merita un festival musicale? (Neapolis, 27-28/07/07)

13 agosto 2007 § 9 commenti

emanuel (i'm from barcelona)Il concerto degli I’m From Barcelona del 27 luglio 2007, Napoli, in occasione della decima edizione del Neapolis Festival, rimarrà nella storia di questa disgraziata città, è meglio metterlo in chiaro da subito, a scanso di equivoci.

Ma evidentemente un gruppo così è troppo per una città come questa che ha le antenne drizzate solo per l’ennesima new sensation sanremese di turno: all’entrata, nel pomeriggio, una ragazza ci avvisa che ragazzi, è tutto chiuso, stanno montando ancora tutto, i Tiromancino suonano alle nove e mezza…(AAARGHHH)

Un segno che non lasciava presagire niente di buono, non c’è che dire.

Bisognava dirlo all’accorta ragazza che a noi del corpulento Tiromancino non frega proprio nulla di nulla ma poi si è pensato: a ognuno il suo.

Degli I’m From Barcelona, si diceva… Immaginate un pigiama party dove tutti cantano e si divertono spensierati fregandosene di tutto il mondo fuori e avrete una seppur vaga idea del concerto di questi fantastici svedesi: non si sa perché (saranno state le stravaganti mise delle stravaganti coriste?) ma è questo che è venuto da pensare ieri, al loro concerto, mentre il piedino batteva il tempo e il corpo si dimenava all’impazzata.

Una macchina che spara bolle di sapone a ripetizione (you will know us from the trail of the bubbles, afferma il cantante), coriandoli lanciati come fuochi d’artificio, mega- e mini- palloncini volanti… La cornice del concerto degli barcelloneti-wannabe è pazza e colorata come loro, come se non bastasse già il loro puro spirito pop e i loro coretti pazzerelli a farci divertire come pazzi.

Sul palco pare di contarne 17 e magari non ci crederete ma ognuno di loro davvero dà il suo contributo allo spettacolo: dal simil-ballerino, ai fiati(sti), fino alle scenografiche coriste al cui abbigliamento fuori dal comune s’è già accennato… Questo senza parlare del leader, certo, uno sghembo pel-di-carota con baffetti che va avanti e indietro, addirittura giù per il palco, in mezzo al pubblico, suonando la chitarra, cantando e dirigendo le danze.

Lo sghembo baffetto dedicherà anche una canzone a una certa Britney, una delle sue eroine ci confesserà, e dal lisergico flusso di una delle sue canzoni sorgerà addirittura una Like A Prayer della cantante più affarista di tutte nel business moderno, avete capito tutti chi è, giusto?

E tutti insieme a cantare, perché davvero il vero pop non ha confini…

I nostri nuovi amici svedesi, come testimoniato dalla scaletta prontamente agguantata (e simpaticamente autografata), ci sciorinano quasi tutto l’album per più di un’ora di spettacolo e, lo diciamo chiaro e tondo, se avessimo pagato questi quindici euro solo per loro saremmo stati più che contenti, felici, appaciati, estasiati, esaltati, folli di felicità, anche se il Neapolis fosse finito proprio cinque minuti dopo la loro performance, ma così non è stato, dato che di gruppi buoni ce ne sono stati e prima e dopo questi grandiosi (s’è capito che sono piaciuti?!?) di cui si è parlato fino adesso e che hanno colpito addirittura quelli convenuti al festival per tutt’altro (ma chi sono questi?).

 

i'm from barcelona 14Ma passiamo a parlare proprio dei primi a esibirsi sul palco neapolitano: The Gentlemen’s Agreement del buon Raffaele Giglio che, permetteteci di dirlo, in quanto ad arrangiamenti pop non ha nulla da invidiare a certi altri gruppi… stranieri. Sì, perché, noi crediamo fermamente che se questi gentiluomini napoletani fossero nati in terra anglo-americana saremmo tutti qui a strapparci i capelli da testa per i loro piccoli gioielli di pop campagnolo, e invece.

Invece questi contadini gentili si esibiscono alle sei di pomeriggio davanti a un piccolo et sparuto gruppo di persone, le solite persone sempre presenti ai loro sempre più frequenti concerti, c’è da dire, purtroppo.

Come dicevano i latini? Nemo propheta in patria…vabbè.

Rispetto a certi gig autunno/invernali il trio country-pop sembra aver indurito leggermente il tiro comunque, proponendo anche canzoni più “rock” rispetto a certo pop intimista con puntate negli anni ’20 (qualcuno ha detto Charlie Chaplin?) addirittura.

Bravi Giglio e soci quindi, ma non dimenticate cavaquinho e Chet Baker eh!

 

i'm from barcelona 11E altri profeti non apprezzati in patria, almeno non quanto meriterebbero, sono quei Player 1 e Player 2 meglio conosciuti sotto il nome di Atari… e c’è bisogno di ripeterlo anche in quest’occasione?

Se questo gruppo fosse nato in più fortunate lande straniere, già tutti i fantomatici giornali italici et stranieri starebbero qui a gridare al nuovo miracolo di rock’n’dance… e invece.

Invece i grandiosi Atari si esibiscono, e stupiscono ancora una volta, davanti a un misero gruppetto di persone perché, certo, poco prima si è esibito quel gruppo italiano famoso di cui qui è inutile parlare (perché sapete già tutti quanto siano belli, bravi e fighi, no? e non dimenticate di fittare il capolavoro filmico del cantante, mi raccomando!) e la gente che ha pagato quindici euro preferisce tornare di corsa a casa sul divano davanti alla tivvù, piuttosto che godersi altri tre gruppi per divertirsi un altro po’. Tutto normale a Napoli, no?

Ma non facciamoci il sangue amaro per cose che sono difficili da cambiare… ché tanto noi si è qui a godersi gli Atari che oltre a loro vecchi cavalli di battaglia ci propongono anche nuovi pezzi dimostrando che sono sempre più prossimi al passo importante: il disco italiano di pop elettronico definitivo, that’s it.

E dire che tutto questo lo fanno solo in due: un bassista/cantante e un batterista/tastierista/cantante che a un certo punto suona anche un joystick (!!!)… come faranno mai?

 

frida (i'm from barcelona)Subito dopo di loro è il turno dei Who Made Who, il cui rock-funk futuristico riporta alla mente altre grandi realtà (i Trans-Am?) e che sono molto bravi a coinvolgere il pubblico napoletano (sempre più misero, sigh), e non solo perché il trio si presenta su questo palco sotto le (non-)mentite spoglie della più famosa maschera partenopea conosciuta all’estero come Mr. Punch alias Pulcinella!

Fluide linee di basso si intrecciano a chitarristici fraseggi futuristi, il tutto supportato da una batteria ora dance ora rock ora addirittura tunz-tunz: è questo il caso della fantastica cover di Satisfaction di Benny Benassi!!!

E se l’orecchio non ci inganna i nostri scatenati punchinelli danesi ripropongono addirittura quella canzone di Mr. Oizo ascoltata in un fortunato spot della Levi’s di qualche anno fa. Delirio.

 

Il compito di chiudere questa prima giornata del festival napoletano spetta ai Digitalism che, a causa dello smarrimento degli strumenti da parte di qualche fottuta compagnia aerea (maledetta!), sono costretti a un forzato et sfortunato dj set che allinea uno dietro l’altro i più fortunati successi indie-dance dell’ultima stagione… peccato che ormai non sia rimasto più nessuno a ballare e le loro viniliche tunes si perdano nel vuoto cosmico generale. Pazienza.

 

I'MFROMBARCELONA@napoli_27_07_07Da segnalare, infine, gli altri due gruppi che si sono esibiti il pomeriggio e che, causa sole caldo e mancanza di gente, non hanno (forse) avuto l’attenzione che meritavano: The Holloways, inglesi, e i Disco Drive, italiani.

Quest’ultimi si presentano con una line-up parzialmente rinnovata rispetto a un paio d’anni fa quando li apprezzammo (e pure molto) in altri lidi: cambiato il bassista, e aggiunta una batteria, propongono il loro energico punk-funk d’esordio, ma con venature più noize-wave, sembra.

I nostri faticano a coinvolgere la trentina di persone accorse, già debilitate dal caldo infame, perché le loro canzoni a tratti sembrano fredde, semplici basi dance che scorrono piatte, eppure a volte qualche buona idea fa capolino, e per un attimo si viene coinvolti, chissà forse il disco sarà (molto) meglio?

Degli inglesi che dire, in cappello di paglia e bermuda, presentano il solito rock inglese, un onesto indie-rock inglese che non è niente di che, ma che si apprezza, se non si chiede molto per passare una mezzoretta così… Bravi(ni) sì, ma basta con questa esterofilia, ché ormai certe cose le sappiamo fare pure noi, e anche meglio… o no?

 

 

the horrors 01Abbastanza omogeneo invece il secondo giorno del Neapolis, tutto all’insegna del più classico dei rock, più o meno normale… questo senza tener conto delle superstar d’oltremanica della serata, ovviamente: The Horrors!

Ecco, se per i barceloneti svedesi abbiamo immaginato un pigiama party per questi cinque allampanati inglesi facciamo lo sforzo di immaginare tutti insieme un film horror, ma un horror di quelli buoni, anni ’50, non le stronzate patinate che si producono al giorno d’oggi.

Le nostre eroiche creature della notte sembrano arrivare dritte dritte da uno di questo film, magrissimi e neri sembrano proprio dei Jack Skeleton (Timmy, pensa a loro per il tuo prossimo film!) in carne d’ossa, e quando escono sul palco, complice una luna piena mai così bianca, l’effetto è straniante.

Esce prima la band e poi il cantante che, capelli sul viso a nascondere un naso adunco e gatto nero et pipistrelli tatuati sul braccio, per tutto il concerto non farà altro che dimenarsi come un ossesso, un epilettico che non potrà non ricordare certi “balli” portati in voga dal più famoso impiccato di Manchester.

A un certo punto il tizio comincerà anche a tirare una catena trovata “casualmente” a bordo palco, e se la metterà addosso a mo’ di sciarpa, pericolosamente, quasi a simulare l’uscita da chissà quale oscura prigione; e poi, ancora, dopo aver mangiato un pezzo di carta e versato dell’acqua in un cappello, scenderà in mezzo al pubblico, seguito da un preoccupatissimo e sempre più incazzato (con lui) servizio d’ordine, tutto proteso ad abbracciare un gazebo che stava lì ad aspettare nessun altro che lui, certo.

E poi ad accompagnarlo nella sua lucida follia il tastierista, uno dal taglio di capelli che più vittoriano non si può, uno che quando non è impegnato a stuprare a caso la sua tastiera imitandone la caracollante camminata farà simpaticamente finta di essere uno di quei zombie non ancora del tutto morti che solo una pallottola in testa può fermare, come insegna Dylan Dog.

E infine il bassista, immobile e dallo sguardo da pazzo, e il chitarrista, uscito direttamente dai più gloriosi anni ’80, l’unico ad avere uno sprazzo di giallo nei capelli; del batterista invece è difficile dire qualcosa, nascosto com’è dietro la sua batteria, ma siamo sicuri che non è da meno dei suoi scuri sodali. Certi tipi così non puoi certo confonderli, e infatti già poco prima del concerto si erano visti aggirarsi tra il pubblico, ignorati da tutti, eppure non capita tutti i giorni vedere un tizio alto due metri andarsene in giro con una borsetta a forma di bara: che poi cosa ci avrà dentro? Fialette di sangue vergine e ossa umane in polvere?

La mezzora scarsa degli orrori ambulanti è devastante, non c’è respiro tra un pezzo e l’altro, è tutto un unico magma sonoro denso e abbagliante come una luce strobo che il nostro ululante amico girerà direttamente sul pubblico, un punk fine ’70 (cuozzi al rogo –  punk al pogo, recita una gran maglietta vista in prima fila) che più marcio (ancora di più che sul disco, assai “pulito” da un certo punto di ascolto) non si può, mica come certi fighettini inglesi di oggi, l’orrore (l’orrore!) non si ferma e i pezzi in verità si distinguono solo per scampoli di parole colte per caso, come un parassita che si nasconde sottopelle, ma va più che bene così.

Quando si assiste a un concerto del genere è difficile emozionarsi per altro e il discorso dei quindici euro fatto per i barcellonesi del Regno di Svezia vale anche per quest’orrore inglese, ma ancora una volta il pubblico napoletano (a proposito, tra le frangette indie-rockers sembra essere di gran voga il ventaglio ultimamente) non apprezza più di tanto; pubblico composto in maggioranza da punkettine dark, per di più, un pubblico che ti saresti aspettato lì proprio per gli orrorifici inglesi, ma nessuna supposizione fu più sbagliata visto che appena scemata l’ultima rumorosa nota di paura subito lì tutti a urlare il nome dei “divi” italiani di turno… Alberto, Albertoooo… Luca, Lucaaaa… Roberta, Robertaaaa…        

 

I Verdena, partiti come quasi-cloni dei ben più apprezzabili Motorpsycho, sembrano essersi affrancati da questo fastidioso paragone: il loro suono è massiccio e potente, sorprende, le canzoni all’inizio sembrano pure godibili… All’inizio, sì, perché poi come si fa a sopportare un’ora e passa di una musica che di originale non ha più niente da dieci anni e più?

Quasi impossibile se non sai tutte le canzoni a memoria come le ragazzine urlanti in prima fila, o non ti dedichi a fotografare la schiena della rosa-crinita Roberta.

 

the horrors 09La serata si chiude con i toscani Negrita, che propongono il loro onesto rock ancor più vecchio di quello verdenico… ma essendo stati già penalizzati, e nella durata del concerto e nel volume, non vogliamo infierire oltre, anche se non possiamo nascondere che il fatto che c’è gente venuta solo per loro ci stupisce assai!!! Diciamo solo che a fine concerto s’è tirato comunque un sospiro di sollievo, come a dire: anche per quest’anno è finita.

A certi festival devi sorbirti certi gruppi  che non ti sogneresti mai di andare a vedere anche se fossero l’ultima live band del pianeta, questo si mette sempre in conto; gruppi come quelli che hanno suonato nel pomeriggio di questo secondo giorno del Neapolis per esempio, gruppi italiani emergenti che propongono tutti un certo tipo di rock, un rock – un punk, a volte – bello e carino pure, ma che non è proprio la nostra tazza di tè.

 

the horrors 02C’è da dire che però qualche gruppo ha parecchia grinta da vendere… Grinta espressa dalla voce della cantante degli O.D.R. (che significherà questo acronimo?) per esempio, cantante che a tratti ricorda la prima Courtney Love, quella giovane e incazzata non ancora siliconata; grinta espressa anche dalle chitarre (niente note basse!) potenti degli Styles, in cui per un attimo sentiamo addirittura reminescenze di certi folletti americani, possibile?

Dei Joeblow purtroppo (?) niente da dire, visto che ce li perdiamo in attesa di entrare… Anche se le ultime note dell’ultima canzone ci dicono che non ci siamo persi poi molto, è solo crossover.

 

A queste band vanno aggiunti poi i ben più famosi e affermati EPO, forse proprio il gruppo napoletano più famoso del momento, il cui visibilmente emozionato cantante non si sottrae nemmeno all’oggigiorno obbligatorio appello anti-camorra.

Anche il rock degli EPO è un rock onesto, debitore di certi lontani anni ’90 (a ognuno il revival che gli pare), oggi ci sono parecchie band che fanno un rock onesto non c’è che dire, eppure nella loro musica c’è mestiere e passione e chi apprezza questo tipo di musica non rimane certo deluso dalla voce calda e passionale del succitato Ciro Tuzzi.

 

the horrors 14 (color)Le ultime personali considerazioni vanno spese infine per gli altri due gruppi inglesi che hanno suonato a serata inoltrata: i 1990s (senza “The” e senza apostrofo, come precisano perentoriamente dal loro oggigiorno indispensabile myspace) e i White Rose Movement.

I primi si distinguono per un cantante disegnato da Picasso e il saper coinvolgere il pubblico che non li conosce per niente con dei coretti molto coinvolgenti, i secondi per una new wave classicamente ’80 (pare che dagli anni ’80 ne siano usciti vivi veramente in parecchi a discapito di quello che afferma una certa persona) e una canzone dal ritornello veramente catchy, nonché per un cantante incrocio quasi-perfetto tra il già evocato Ian Curtis e un kraftwerk preso a caso.

 

E anche per quest’anno è andata, alla prossima.

essere cool oggi.

8 agosto 2007 § 2 commenti

dopo secoli di default ho alfine rinnovato il myspace.

quando si dice niente da fare… -_-‘

Dove sono?

Stai visualizzando gli archivi per agosto, 2007 su granelli.