il mio 2009, in dieci punti.

31 dicembre 2009 § 2 commenti

— i Campionati di Pallanuoto Femminile u20 a Napoli, la festa finale, e le traduzioni;

 

— il concerto dei Nine Inch Nails a Roma, Embryonic dei Flaming Lips, e In a Sentimental Mood di Duke Ellington suonata da John Coltrane;

 

— la cava di bauxite di Otranto, il ritorno a mare, e i viaggi mancati;

 

— l’intervista a Juliette Lewis, le foto verdi a Moltheni, e quelle statuarie a Carla Bozulich;

 

— la Pentacon Six tl, lo scanner per negativi, e la prima stampa decente;

 

— il Nintendo ds verde mela, i vinili colorati, e il bilanciamento digitale del bianco;

 

— la corsa indemoniata Nel Paese Delle Creature Selvagge, il tipo innamorato perso che disegna una città sull’avambraccio della tipa distratta in (500) giorni insieme, e il “mistero” di un uomo onesto;

 

— le storie di Nathan Englander, i libri fotografici, e le riviste di fumetti;

 

facebook, le friend request dagli sconosciuti, e le falsità gratuite;

 

— l’incidente, la mail di Vinicio Capossela, e le macchine maledette.

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le carte vengono trattate con ogni riguardo.

29 dicembre 2009 § Lascia un commento

[…]
 
La stanza duecentosessantaquattro era chiusa. Dopo aver bussato a quella porta, provarono con gli uffici adiacenti. Aspettarono qualche minuto, riprovarono, poi tornarono lentamente verso il corridoio, dall’uomo col cappello piumato.
Questa volta, chissà come, entrarono dalla parte opposta, arrivandogli alle spalle. Sgusciarono oltre la scrivania, chiudendo un cassetto per passare. L’uomo non sussultò e non parve riconoscerli. Aveva un grosso pezzo di provolone in una mano, e nell’altra un paio di forbici. Tagliò il formaggio a metà, poi prese un righello e una fetta di pane.
«La stanza duecentosessantaquattro è chiusa», disse Lillian. «Non c’è nessuno. Siamo rimasti fuori».
«Naturale», replicò l’uomo. «È il mio ufficio, e io sono qui».
«Ma lei ci ha appena…», disse Lillian.
«Vi ho appena cosa?», chiese l’uomo, spalmando il burro sul pane con aria impassibile.
«Mandati», disse Lillian. «Ci ha appena mandati a cercare il suo ufficio mentre lei era qui seduto».
«Io lavoro sodo!», gridò l’uomo. «Ho ricevuto encomi per la mia fermezza e temerarietà!».
Sistemò la seconda fetta di pane sopra il formaggio. Kaddish si aspettava quasi che chiudesse il panino con la pinzatrice.
«È in pausa pranzo?», chiese Lillian.
«Sto facendo uno spuntino», rispose lui. «Lei pranzerebbe in un corridoio? Spero proprio di poter fare di meglio».
 
[…]
 
«Siamo qui per un figlio scomparso», disse Lillian.
«Questo è di nostra competenza», disse l’uomo. «Siete nel posto giusto».
«E lei intende occuparsene in corridoio, davanti a un panino?».
«Meglio a stomaco pieno che a stomaco vuoto».
«Allora, signore», disse Kaddish, con la massima gentilezza possibile, «ci serve il suo aiuto».
«Il figlio», disse l’uomo. «Quanti anni ha?».
«È un ragazzo», disse Kaddish. «Pato. Ha diciannove anni». Poi, ricordando perché erano lì, aggiunse: «Pablo Poznan».
«È scomparso da più di settantadue ore?».
«Sì», disse Kaddish.
«Se un cittadino viene incarcerato per questioni legate alla sicurezza nazionale, viene redatto un dossier, di cui ricevo una copia, e quel dossier viene conservato per quarantotto ore per consentire il ricorso legale tramite il Ministero dei Casi Speciali, che è separato dal Ministero della Giustizia e dai tribunali (quella che riceviamo è una copia del loro dossier). Poi, tenendo conto che il trasferimento potrebbe richiedere fino a ventiquattr’ore, dopo tre giorni lavorativi il dossier viene chiuso e mandato agli archivi. Questo ve lo dico anche se non dovrei: vedete il vantaggio di parlarmi mentre sono in pausa? Mi sento più rilassato, più cordiale. Gli archivi si trovano proprio sotto questo edificio, e arrivano molto in profondità». Si interruppe per dare un morso al panino. «Quando si vuole recuperare un dossier, si fa come alla Biblioteca Nazionale. Come in qualunque altro posto dotato di scaffalature sotterranee».
«Non ci sono mai stato», disse Kaddish.
«Non è mai stato alla biblioteca?». Kaddish scosse la testa, e l’impiegato proseguì: «Bisogna compilare una scheda. Poi si infila la scheda in un tubo, il tubo va giù e viene preso in consegna da alcuni impiegati molto pallidi che sono relegati nell’archivio». Scoppiò a ridere. «Voi vi siete lamentati per un ufficio chiuso, ma credetemi, questa, al confronto, è la terra promessa. Noi siamo i burocrati della bontà e della luce; laggiù c’è la burocrazia degli inferi. Laggiù, chissà quanto ci mettono a ritrovare un dossier. Poi, se salta fuori, c’è un piccolo ascensore, come quello per le persone ma minuscolo, solo per i dossier: le carte vengono trattate con ogni riguardo. Le persone possiamo anche maltrattarle, al Ministero, ma i dossier li trattiamo bene. Non viaggiano con il ciarpame. Non prendono le scale. Hanno un ascensore privato, tutto per loro».
 
[…]
 
«Finirete tutti all’inferno, dal primo all’ultimo», disse Lillian. Non aveva parlato in modo aggressivo. Era una semplice constatazione dei fatti, e l’uomo sembrò accettarla come tale.
«Questo è un paese in guerra», replicò. «Per conseguire la vittoria vengono fatte certe cose. Cose giuste». Appoggiò il tappo della bottiglia contro il bordo della scrivania e lo colpì con un pugno. Il tappo rotolò via, e dalla bottiglia uscì un sibilo. «Quando il paese sarà al sicuro, i vincitori sceglieranno il proprio destino. E non credo che, come ricompensa, sceglieremo l’inferno. Sceglieremo qualcosa di meglio. Qualcosa di bello».
«Qualunque cosa abbiate intrapreso, alla fine non sarete più al potere. Niente dura, in questo paese», disse Lillian. «E non durerà neppure questo. La pagherete, tutti quanti».
Un altro morso, un altro sorso, e poi l’uomo, meditando sul commento di Lillian, si sistemò meglio il cappello in cima alla testa.
«Ha ragione, niente dura in questo paese. Ma saprà anche che in Argentina non si arriva mai alla resa dei conti. Qui non paga mai nessuno».
 
 
(Il Ministero dei Casi Speciali, Nathan Englander)

una questione di livelli.

9 dicembre 2009 § Lascia un commento

[…]

 

– È come se avessi un alveare in testa, – dice. – Una forma geometrica i cui lati vanno sia in su che in giù. Appena mi sembra di essere in piano, scopro che invece sto di sghimbescio, e dove prima vedevo delle discese, vedo un piano orizzontale dritto come un pavimento.

 

[…]

 

– Ma io non sono malato, – disse Marty a Leah. – Ti sembro malato, forse? È questione di livelli. Ho i livelli un po’ scombinati, tutto qui. Non ho mica il tifo. Non ho mica la peste. Sono solo due numeri che non corrispondono su un diagramma. Una discrepanza. Solo una piccola discrepanza nel sangue.

 

[…]

 

– Non hai niente in corpo, in quel momento. Nessuna sostanza inibitrice, nessuna medicina. E succede tutto all’improvviso. È una reazione che cresce nascosta in qualche punto del carattere, e si sviluppa nel corso di tutta una vita, ha una sua biologia, ha dei suoi bisogni, e aspetta il momento giusto per nascere. Per me, cominciò con la sinestesia. Stavo passeggiando, era una luminosa giornata d’estate. E tutto a un tratto noto l’erba. E l’erba è verde. E sento l’odore dell’erba, ma non è odore d’erba, è un odore verde. E in bocca ho un sapore verde e nelle orecchie un rumore verde e tutto il mio essere è verde d’erba verde. Durò un minuto o un secondo o un’ora. Ma capii di cosa ero capace. Cosa potevo fare succedere. Un po’ come quando ti svegli dentro un sogno e lo sai che è un sogno e finché non ne esci, puoi volare, andare a letto con persone sconosciute, essere un astronauta o un lupo. Mi sentivo calmo, però, e provavo un certo benessere, e pensai a mia madre, che era morta. L’avevo amata moltissimo. Mi mancava terribilmente. Per cui pensai di usare la cosa per questo. E di colpo fui investito dalla sua presenza, che coinvolgeva tutti e cinque i miei sensi, e potevo parlare con lei e toccarla e camminare accanto a lei e insieme ricordarla. E guardandola la vedevo contemporaneamente giovane e vecchia. Un miracolo. Un vero miracolo. E vissi in quel miracolo per tutto il giorno e la notte e ancora il giorno dopo. Rincasai portando con me mia madre, esperienza intera di lei. Ero così felice, ero al settimo cielo, colmo di questa emozione e con un senso di pace. Volevo dirlo a Robin. E fare in modo che anche lei vedesse quello che vedevo io, che dividesse con me questo vero miracolo che coinvolgeva tutti i miei sensi e ogni fibra del mio essere.

 

[…]

 

 

(da Il ricongiungimento, Per alleviare insopportabili impulsi, Nathan Englander)        

come una testuggine che non corre pericolo di estinguersi. (Tortoise, Roma 25/11/2009)

7 dicembre 2009 § 1 Commento

Tanto vale confessarlo subito: i Tortoise li avevamo abbandonati quasi subito dopo il disco capolavoro tnt, ché troppo perfetto era quel disco per poter rimanere stupiti ancora una volta dai medesimi. All’epoca quella era stata davvero la musica che ci aveva traghettato verso la maturità degli ascolti (eccoci qui, siamo davvero diventati grandi: quel viaggio attraverso tutta l’Italia per il nostro primo festival accompagnati da quelle “canzoni” così strane ce lo ricordiamo ancora), quello era un disco dove convivevano elettronica, fusion, rock, progressive, indie, insomma, di tutto un po’.

Un suono che andava oltre il rock e che appunto proprio per questo venne, e viene, definito post-rock; alcuni parlarono, e parlano, anche di neo-prog e non proprio del tutto a torto, come si vedrà in seguito. Quel disco, con la sua copertina così naif, funzionò davvero da spartiacque (solo per noi?), sia per un certo tipo di musica, che per gli stessi Tortoise: cioè, avrebbero mai potuto far di meglio?

Non conosciamo benissimo i dischi successivi della Tartaruga di Chicago eppure, avvertendo per loro una sorta di caduta nel dimenticatoio, non sembra che i Tortoise, tra post-punk e nu-rave vario, siano rimasti propriamente sulla cresta dell’onda (in effetti, senza contare il disco insieme a Bonnie “Prince” Billy mancavano dalle scene da circa cinque anni). Il disco successivo al capolavoro dinamitardo lo chiamarono Standards, come a voler auto-concedersi una sorta di classicità, lo sentimmo ma non ci provocò lo stesso sconvolgimento del disco con la copertina a righe. Allora lì vedemmo (già) live, in uno di quei festival dove il palco è enorme, e la distanza emotiva troppa. Ovviamente gran musicisti, sì, ma quella serata di fine settembre fu anche piuttosto fredda.

Ascolti distratti (mea culpa) degli album dopo appunto (ci) confermarono che il gruppo s’era un po’ perso per strada (ma cos’è questo… uhm… hard rock?).

E allora perché tornare a rivederli dal vivo?

Be’, detto chiaramente: non ci si aspettava che questo nuovo Tortoise, Beacons Of Ancestorship, fosse così dannatamente bello. Echi e riverberi dell’abbagliante disco bianco che fu addirittura: davvero, certi suoni sembrano, anzi sono, proprio quelli.

E così eccoci qui, tornati sotto al palco (dove si intravede anche qualche quarantenne, il che è piuttosto confortante: esiste ancora qualche vero appassionato!), per vederla ancora una volta, la nostra massiccia tartaruga americana.

La doppia batteria montata sul palco è una dichiarazione di intenti, e certo non è un caso che le due batterie della nostra macchina fotografica decidano di fare i capricci proprio oggi: questa è musica da godersi senza distrazioni.

La dichiarazione che (ci) fanno i Tortoise è questa: la nostra musica è ritmo, groove (ma c’è groove e groove, attenzione), “noi siamo/facciamo batteria”: compatti, lucidi, potenti. Non si ispireranno alla tartaruga così per caso, no?

Certo poi ci sono la marimba, lo xilofono, le tastiere, la chitarra, il basso, ma tutto questo sembra contorno (ma che contorno, cacchiarola!), quello che risalta definitivamente all’orecchio è soprattutto l’incredibile ritmo in cui riescono a portarti questi cinque gran musicisti americani (i cui tatuaggi e il continuo passare da uno strumento all’altro la dicono lunga su quanto tempo è che stanno nell’ambiente musicale, no?).

Prima si parlava di neo-prog, e non a caso, infatti la prima impressione, dopo qualche pezzo, è proprio quella: una sorta di ritorno agli anni ’70 dove la fanno da padrone ritmi complessi e precisi, e laghi di tastiere/synth reiterati ed evocativi. Poi certo si ritorna in anni più recenti e tra i pezzi nuovi si inseriscono, come volevasi dimostrare, anche pezzi dal disco di cui si è (stra)parlato fino adesso, e la musica diventa (anche) una sorta di fusion, ovviamente nel senso buono del termine. Forse si sente meno “elettronica”, ma giusto perché la dichiarazione di intenti dei Tortoise è quella di cui sopra: noi abbiamo e suoniamo strumenti veri, e passiamo dall’uno all’altro senza alcun problema. Le magliette sudate alla fine del concerto stanno lì a dimostrarlo.

Ma davvero tra accelerate rock, scomposizioni fusion, atmosfere prog, strutture indie, e ritmi elettronici, in un frenetico e sorridente (questi qui si divertono veramente quando suonano, altro che ventenni depressi!) crescendo appassionato che conosce pausa solo per qualche inconveniente tecnico, non si saprebbe proprio come precisamente definirla, alfine, questa incredibile musica di cui abbiamo goduto in quest’ora e mezza… che dite, la chiamiamo solo Musica e basta?

Dove sono?

Stai visualizzando gli archivi per dicembre, 2009 su granelli.