la petite mort.

25 ottobre 2005 § 9 commenti

è un po’ come se andy wharol aggiornasse i suoi film all’era del grande fratello e della pornografia on-line: http://www.beautifulagony.com/
 
 
want
to
see
the
happy ending?

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parafrasando bertold brecht, io direi:

21 ottobre 2005 § 8 commenti

 
«Beato il paese che non ha bisogno di celentani!»
 
E non perché Celentano sia un eroe eh, sia chiaro.

post scriptum in forma di acquerello.

20 ottobre 2005 § 1 Commento

Oggi al jobmeeting ho preso due libroni (gratuiti, va da sé) di un’azienda, ma più per le copertine che per quello che ci sarebbe stato effettivamente scritto dentro; oggi, altra strana coincidenza, mi è arrivata – di nuovo, dopo un sacco di tempo – una newsletter di un famoso nonché mostruoso sito trovalavoro che ci tiene a comunicarmi che se sorriderò il lavoro sorriderà a me.
 
«Altra coincidenza? Ma perché, qual è la prima?», chiederanno a questo punto i miei piccoli lettori.
 
 
Le copertine che tanto mi hanno attirato sono disegnate da Folon, grande disegnatore di «un surreale universo meccanizzato e uniforme, abitato da piccoli uomini smarriti» come (mi) insegna giustamente il virgilio on-line.
 
Perché Folon oggi è morto, all’età di 71 anni, e lo voglio ricordare qui con i suoi magnifici acquerelli; sul lavoro invece dico solo che c’era anche chi diceva che rende liberi.
ingranaggi. 
 
 
 
E chissà se una coincidenza c’entra qualcosa con l’altra.
A sentire e vedere Folon forse un po’ sì, dai.*
in-decisioni. 
 
 
 
 

* Poi ho controllato e in realtà il disegnatore delle copertine è Lorenzo Mattotti, sono io ad aver pensato subito a Folon…

 

 

dormo poco, sto nervoso.

20 ottobre 2005 § 5 commenti

Penso che ci devono essere poche cose più tristi* che andare a un jobmeeting: claustrofobici stand delle aziende espositrici (tra cui una multinazionale del tabacco, yeah!), file interminabili per chiedere informazioni, gente che ti strattona da ogni lato per accaparrarsi ridicoli gadget…
Confusione, mal di testa, disillusione, le sensazioni finali sono queste, oltre a un ovvio e diffuso malessere dovuto alla consapevolezza di una forza lavoro giovane allo sbando (o al macello?).
 
E io che ero andato lì con i miei ben venti (20) curriculum vitae stampati apposta non ne consegnerò nemmeno uno, perché a che serve arrivare alla fine della fila per sentirsi solo dire che lei deve registrarsi sul nostro sito, scusi. Il tutto si riduce a carta straccia allora, risorse umane dove l’umano diventa oggetto da sfruttare.
E quando vai sul sito e a leggere come devi presentarti – ci vuole grinta per essere un vincente – non sai sei ridere o piangere.
 
La regione Campania mi deve ancora 7000 euro, da un anno e più, ma intanto organizza corsi per diventare dj (800 euro, stage garantito), o sennò meglio fare un pensierino per il master universitario di II livello in scrittura creativa magari (2500 euro e tanto di pippofranco tra gli ospiti).
La formazione è il business del futuro, ecco la verità: mille modi per venderti aria fritta.
 
E allora pensi che l’unica per scappare un po’ da questa insensata frenesia sia rimettersi a sentire musica, estraniarsi.
E dire che ti ci eri pure impegnato; giacca in velluto blu, camicia bianca, barba appena fatta.
Ma poi sei l’unico lì dentro che non vuole sentire (più) nulla.
 
Poi ti viene in mente che mentre stai ancora pagando il tuo iPod felicemente acquistato con i tuoi più o meno sudati guadagni nel maggio di quest’anno o giù di lì, il signor Apple ne ha già fatto uscire un modello migliore, che non è questo il problema, ma che sia venduto a minor prezzo, questo sì che è un problema… E allora ti deprimi, anzi ti incazzi, ancora di più.
 
E il risultato di tutte le bestemmie all’indirizzo del signor Apple, che così intellectual-radical-chic non è poi tanto diverso da Bill Gates (“money money money” è il minimo comun denominatore), è che da stamattina la mia cuffietta bianca sinistra fa uno strano rumore basso di sottofondo, ma ho già provveduto alla sostituzione con degli auricolari Sony neri che già avevo e mi sembra che si senta anche meglio quindi tiè.
È sempre la solita storia; è che pensano tutti ai soldi, e un giorno dovrai pensarci anche tu.
Non fidarsi di nessuno, questa deve essere la regola.
 
Intanto mi consolo con le nuove bellissime canzoncine pop degli amici Klippa Kloppa che non solo da qui a poco spaccheranno il mondo dell’indie italiano (l’ho detto per primo, ricordatevelo) ma mi regalano anche il titolo di questo (abbastanza patetico e tignoso, ahimè) post, e quindi grazie.
 
 
 
 
* Un’altra cosa triste: anche il commissario Winchester si è stupito di quanti spiccioli abbiamo infilato in quel maledetto parchimetro, ma succede pure questo di domenica pomeriggio a Napoli, ebbè.

la donna perfetta.

18 ottobre 2005 § 7 commenti

"calma i bollenti spiriti", di daniel clowes.

non bussare alla mia porta

16 ottobre 2005 § 4 commenti

Cowboy in fuga da se stesso torna dalla mamma e si ritrova papà.

Cinque ragazze di Velluto Sotterraneo. (o anche: Dell’arte moderna.)

14 ottobre 2005 § 13 commenti

Le Afterfour sono cinque ragazze dell’Accademia di Belle Arti di Napoli il cui nome ai più sprovveduti ricorderà gli scaduti Afterhours, e così è in effetti, ma non perché ne siano fan o li vogliano omaggiare, ma solo perché i due nomi si ispirano alla stessa band che ormai non esiste più: gli indimenticabili Velvet Underground.
 
Le Afterfour, la loro opera, le avevo già incrociate al Neapolis Festival dell’anno scorso: erano verso le cinque del pomeriggio e loro tentavano di suonare in un’enorme palla (gonfiata) di plastica (esplosa) di warholiana memoria, suonavano e cantavano cover dei Velluti Sotterranei va da sé.
Il fatto è che avevano problemi, problemi di alimentazione elettrica credo, e non riuscii a goderne appieno l’arte. Certo la visione m’incuriosiva, e non solo per le cinque (belle) ragazze presenti, ma pure per la novità della cosa (Napoli come New York?), però il suono era confuso e così decisi di dedicarmi ad altri ben più interessanti gruppi, allontanandomi e pensando (non lo nascondo) che quelle ragazze fossero un po’ troppo pretenziose.
 
Le Afterfour le ho rincontrate di nuovo quest’anno, un anno e qualche mese dopo dal primo incontro, in tutt’altro contesto: la Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo, questa volta di passaggio a Napoli nella suggestiva location di Castel S. Elmo.
Ma anche la presentazione della loro arte, non solo il contesto, era del tutto diversa: le cinque ragazze adesso non erano più presenti, e i loro strumenti erano stati rimpiazzati da quattro simulacri in neon bianco posti su un piedistallo che suonavano in automatico appena un qualche visitatore avesse intersecato il raggio laser della fotocellule nascoste incorporate nell’opera.
La sala in cui era posta questa installazione era molto ampia e l’effetto era straniante poiché, essendo un luogo di passaggio molto affollato (era la prima sala della mostra), essa – con tutte le sale adiacenti – risuonava continuamente delle note distorte, e della voce, delle canzoni dei Velvet Underground.
Anche in questo caso il suono era confuso ma, trattandosi un luogo chiuso, non si disperdeva e l’insieme (sonoro, visivo) era molto più apprezzabile.
 
Quando ho visitato la mostra c’era una ragazza tutta di nero vestita intenta a trafficare con un computer in fondo alla sala, al fine di regolare i suoni dell’installazione credo.
«Il software musicale usato è uno dei più comunemente usati, il Cubase», come mi ha spiegato poi la ragazza con lunghi capelli neri raccolti in una coda di cavallo e frangetta corta a completare il tutto. Incredibilmente – per la mia timidezza – avevo attaccato discorso domandandole se lei fosse una delle “artiste”.
Le ho detto che le ricordavo dall’anno scorso, e lei sorridendo imbarazzata mi ha raccontato dei sempre famigerati “problemi tecnici” che affliggono qualsiasi musicista che abbia provato a esibirsi in pubblico. E poi mi ha spiegato che quella che stavo ascoltando non era la loro musica, ma cover «completamente riarrangiate» del gruppo chiamato Velvet Underground, suonate da non-musiciste quali loro sono… ignorando ovviamente che il mio iPod custodisce geloso l’intero cofanetto (tranne gli interminabili demo “drogati”) Peel Slowly and See, ovvero l’intera sotterranea discografia vellutata, sì, proprio quel cofanetto (5cd) con la banana – nuovamente – sbucciabile disegnata da Andy Warhol, artista che a dire la verità non mi è mai stato molto simpatico. Riconosco il suo genio, sicuro, ma non gli perdono – da bravo snob quale sono – il suo aver reso l’Arte così, come dire, “commercia(bi)le”.
 
La tizia in nero pretende anche di insegnarmi chi sia Andy Warhol appunto, ma non supponente, lo fa semplicemente per parlare, gentile e socievole, e allora io le butto lì i precetti filosovietici del maestro GioLindo Ferretti facilmente ascoltabili in un mezzo-bootleg pubblicato dai compianti CCCP: il punk è di tutti!
L’artista conclude – ma non per suo volere, come si potrà vedere in seguito –  dicendo che il gruppo è in procinto di pubblicare un singolo (e fare concerti?), anche se non sanno suonare (mmh?). La notizia che il singolo in questione conterrà composizioni originali mi lascia un po’ perplesso, però chissà.
 
Ma, tornando al motivo della nostra conversazione troncata d’improvviso, di lì a poco arriverà un ometto di mezz’età con tanto di riporto disinvoltamente portato che – interrompendoci molto maleducatamente –  inizierà a fare discorsoni sull’Arte, a chiedere alla ragazza se hanno intenzione di vendere l’opera, ma soprattutto domanderà insistentemente il significato dell’opera. È un artista pure lui, rivela, cosa significa tutta quest’arte moderna e/o contemporanea? Qual è lo scopo della sua nascita? A chi si rivolge?
L’unica rappresentante delle Afterfour presente per un po’ tenterà di rispondere alle curiosità del puntiglioso intellettuale talvolta anche aggressivo, spiegando che l’Arte non ha un significato preciso e definito, dipende da ognuno quello che ci vede (sente?), il significato è democratico insomma, e che – sì – l’opera è in vendita ma il prezzo dipende dal compratore e dalle sue intenzioni di esposizione. Anche io, pur non apprezzando tutta l’arte moderna e/o contemporanea che spesso trovo presuntuosa e inconsistente, partecipo alla discussione.
 
La voce della ragazza è profonda, penso sia la cantante del gruppo a sentire il nastro proveniente dal microfono al neon, e la sua risata, quando l’ometto svela il suo vero intento, è ancora più profonda.
«Signorina mi comunica più lei che la sua opera d’arte», afferma l’ometto squadrandola da capo a piedi. E a questo punto la ragazza – in un gesto di complicità – si volta verso di me e ride, assai divertita, ma forse anche un po’ disgustata chissà. Tutti uguali, questi uomini.
«E allora si ritorna sempre alla solita cosa, eh?», intervengo ridendo anch’io.
«Ma allora dipende lei che è venuto a fare qui, a vedere dell’arte o…», continua la ragazza le cui trasparenze hanno eccitato l’esagitato ometto.
«Vuole accompagnarmi per l’intera mostra, così mi spiega?», incalza l’affascinante playboy.
«Ma io non sono una hostess, io sono un’artista», risponde giustamente piccata l’artista di cui a tutt’oggi non conosco ancora il nome.
 
Successivamente l’ometto sarà visto – da me medesimo – ripetere la stessa scena-conversazione, patetico tentativo d’abbordaggio, con altre ragazze, almeno due; anzi confesso che ci proverà anche con me (…).
 
 
Questa è l’opera delle Afterfour:

Dove sono?

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