errori.

31 dicembre 2014 § Lascia un commento

«Un altro anno ci lascia. Abbiamo vissuto commettendo errori, l’unico modo di vivere senza cadere. Vivere è una serie ininterrotta di errori, ognuno dei quali sostiene il precedente e si appoggia al seguente. Finiti gli errori, finito tutto». (Ennio Flaiano, Diario degli errori)

“Non sono stato un angelo ma mi sono sempre impegnato ad essere un uomo”.*

25 dicembre 2014 § 1 Commento

è da qualche Natale a questa parte che un illuminato dj passa “Chicago” di Sufjan Stevens, e io accendo la radio proprio qualche minuto prima che cominci. Forse Dio esiste davvero, e questo è il suo modo per dirmi che andrà tutto bene. Grazie Dio, buon compleanno a te.

* da una lettera scritta da Charlie Chaplin alla figlia Geraldine, in occasione del Natale 1965.

piscine.

7 dicembre 2014 § Lascia un commento

«Era una di quelle domeniche di mezza estate in cui tutti se ne stanno seduti e continuano a ripetere: “Ho bevuto troppo ieri sera”. Si poteva udire i parrocchiani che lo bisbigliavano all’uscita della chiesa, si poteva udirlo anche dalle labbra del parroco, mentre si infilava faticosamente la tonaca nel vestibolo, si poteva udirlo nei campi di golf e di tennis, e anche nella riserva per la protezione della fauna, dove il presidente della locale associazione ornitologica era ancora in preda ai postumi di una sbornia. “Ho bevuto troppo”, gemeva Donald Westerhazy. “Tutti abbiamo bevuto troppo”, gli faceva eco Lucinda Merrill. “Dev’essere stato il vino”, osservava Helen Westerhazy. “Ne ho bevuto troppo di quel vino rosso”. […] Neddy Merrill era disteso vicino all’acqua verdognola, una mano immersa nell’acqua e l’altra stretta intorno a un bicchiere di gin. Era un uomo snello, con quella particolare snellezza della gioventù, e pur essendo tutt’altro che giovane, quel mattino era scivolato giù dalla ringhiera di casa sua, dando poi una pacca sul sedere della statua in bronzo di Afrodite sul tavolino nell’atrio mentre correva verso l’odore del caffè in sala da pranzo. Merrill poteva essere paragonato a una giornata d’estate, in particolare alle sue ultime ore, e anche se non aveva una racchetta da tennis né una borsa da vela, evocava un’immagine di gioventù sportiva e di tempo clemente. Aveva appena finito di nuotare e ora respirava profondamente, come se volesse mandar giù nei polmoni tutte le componenti di quel momento, il calore del sole e l’intensità del suo piacere; sembrava che tutte fluissero dentro il suo petto. […] In quel momento gli venne l’idea che, facendo una curva a gomito in direzione sud-ovest, sarebbe potuto arrivare a casa sua a nuoto. Non faceva una vita da isolato e il piacere che gli dava questa constatazione non poteva essere spiegato con un complesso di fuga. Gli sembrava di vedere, con un occhio da cartografo, il dispiegarsi delle piscine, quel corso d’acqua quasi sotterraneo che si snodava attraverso la contea. Aveva fatto una scoperta, aveva dato un contributo alla geografia moderna, e quel corso d’acqua l’avrebbe chiamato Lucinda, col nome di sua moglie. Non era uno che amava particolarmente gli scherzi, né era un buffone, ma era volutamente originale, e si considerava in generale, e modestamente, un personaggio leggendario. […] Era una stupenda giornata, e il fatto di vivere in un mondo così generosamente fornito d’acqua gli sembrava un dono del cielo, una benedizione. Si sentiva il cuore leggero, e cominciò a correre sull’erba. L’impresa di avventurarsi verso casa seguendo questa insolita rotta gli dava la sensazione di essere un pellegrino, un esploratore, un uomo del destino, e sapeva che sul percorso avrebbe incontrato molti amici, tutti amici assiepati lungo le rive del fiume Lucinda».

(John Cheever, Il  nuotatore)

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