leonard.

11 novembre 2016 § Lascia un commento

Sono stato a mille concerti e ad altri mille andrò, ma sono pochi quelli che ti entrano davvero nel cuore. Superfluo dire che il suo è uno di questi, mister Cohen. Grazie di tutto, e arrisentirci.

Roma, 07/11/2013.
A passo di danza esce Leonard dal palco, ha quasi ottant’anni e si inginocchia a rendere grazie, a dare tutto: che possiate avere una vita felice circondati dai vostri amici e familiari, dice, e se non è così che possa la vostra solitudine essere una benedizione… L’amore un mistero ormai dimenticato.
leonard-cohen-11_11_2016

Come un uccello su un filo, come un ubriaco in un coro, ho cercato a mio modo di essere libero, scrive il Maestro, di trovare un posto nel mondo (un mendicante mi ha detto di non chiedere troppo, ma una donna mi ha urlato perché non chiedi di più?).

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Sun Kil Moon @ Roma, 08/06/2015; impressioni.

12 giugno 2015 § Lascia un commento

steve shelley drumstickE così, invece che nell’Auditorium del Primavera, Mark Kozelek/Sun Kil Moon finisco per vedermelo nell’Auditorium di Roma. Il palco sembra diviso in due parti, da una parte Kozelek, dall’altra la band, che per questa sera conta addirittura gente come Steve Shelley (Sonic Youth) e Neil Halstead (Slowdive); c’è poca luce, e spesso Kozelek cerca proprio il buio, vaga per il palco, canta e si nasconde lì dove non può essere visto, come cercando qualcosa, o qualcuno, che non c’è più. Da quel poco che lo conosco mi sembra che le canzoni di Kozelek narrino di cose e persone che non ci sono più, infatti, soprattutto quelle del penultimo Benji, e nonostante questa sera si presentino sotto una veste più elettrica, l’intensità resta, così come l’emozione, grazie a una voce unica. Ma stasera Kozelek è di poche parole, non dice quasi niente, non lasciandosi andare alle solite polemiche che circondano il personaggio; sembra aver alzato un po’ il gomito, il corpulento Mark, almeno questa è l’impressione quando biascica qualcosa, però sul palco beve solo acqua. A un certo punto una canzone non riesce a ingranare, il riff gli esce troppo metallico, troppo alla Scorpions, sottolinea, così fa ripetere l’attacco più di una volta ai batteristi. Quasi gli scappa da ridere, quando sembra volersi giustificare con la band, umilmente, voi siete okay, sono io che non riesco a cantare su questo groove; Steve tu ci hai pure suonato, su questo disco. Ma non fa niente che non tutto fili liscio, per la perfezione – semmai esista – abbiamo i dischi, e poi la chitarra (e la voce, talvolta) di Halstead rendono il tutto ancora più magico, se possibile. Verso la fine del concerto, Kozelek sembra essersi sciolto abbastanza da scambiare qualche chiacchiera col pubblico; si complimenta con noi, per quanto siamo stati educati e silenziosi. È emozionato, si sente goffo, però non può far a meno di notare, con un certo deluso rammarico, quanto nella prima fila ci siano solo uomini in scarpe da tennis, niente ragazze. È che il tempo passa, caro Mark, non sono più quei giorni di quando avevi la fila di groupie fuori dal locale; certe cose non tornano più, e lo sai bene. A fine concerto, non avrei certo pensato sarebbe uscito di nuovo sul palco, considerata la sua fama da misantropo, e invece eccolo lì, a firmare tranquillamente biglietti. Appare pallido e stanco, Mark, assonnato, e quando mi avvicino per farmi firmare la scaletta fortunosamente agguantata, emozionato come non mi capitava da tempo, lui la prende e la guarda, fa uno scarabocchio, sembra stia per ridarmela, ma invece mi chiede chi me l’ha data, senza nemmeno guardarmi, e poi se ne va senza restituirmela, è roba sua, farfuglia. Presumo che con una ragazza non si sarebbe comportato così, io sono solo uno di quei tizi a caccia di un autografo. Non so se mettermi a ridere o incazzarmi, sono piuttosto perplesso, davvero; anche quando lo racconto agli altri, quasi non ci credono. Il buon Steve certo non ha avuto problemi a regalarmi una sua bacchetta usata, e scambiare quattro chiacchiere, cordiale e tranquillo. La gioventù sonica è tutta un’altra storia, evidentemente. Pazienza. L’ultima immagine che ho di Kozelek è lui che esce dall’Auditorium con quattro, cinque, mazzi di chiavi in mano, per farci cosa, proprio non so. Vorrei chiedergli perché si è ripreso la scaletta, quanto può mai valere per lui, è solo un pezzo di carta, in fondo, e di certo non gli avrei rubato un verso o un’accordatura, ma ho paura di prendermi un pugno in faccia, e quindi non mi azzardo. Chissà, magari un giorno una canzone racconterà di questa sera in cui un maledetto italiano ha cercato di rubargli la scaletta, e spiegherà anche il mistero delle chiavi. E così niente, me ne torno a casa, consapevole che è davvero difficile capire un uomo, nonostante, e forse soprattutto per, la bellezza delle cose che scrive.

La Top 100 di Sempre – Settimana #04

11 ottobre 2012 § 1 Commento

https://www.facebook.com/LaTop100DiSempre

#18 Atlas Sound – “Terra Incognita”
perché semplicemente a volte ci si sente così, sperduti… e c’è sempre una canzone che te lo dice, mostrandoti la strada… o abbracciandoti e tenendoti stretto, almeno…

#19 Mercury Rev – “Holes”
ascoltare la prima volta quest’album è stato come entrare in un mondo drogato di sogno, ed è ancora così più o meno a ogni ascolto, cosa rara… un canto delle sirene che illude, ma non fa male.

#20 Devo – “Satisfaction”
perché a volte certe cover sono anche meglio delle originali… e, sì, oggigiorno la devoluzione sembra molto più accettabile dell’evoluzione.

#21 Sparklehorse – “Apple Bed”
ci sarebbero varie cose da dire su mark linkous, a.k.a. sparklehorse… a partire dall’infruttuosa ricerca di quel disco dal titolo lunghissimo, per arrivare poi a un suo concerto quasi perduto, passando per tizi come daniel johnston e david lynch… ma ne ho già scritto altrove, vi basti quindi la fragilità della sua voce e musica… qualcuno potrà anche dire che le sue sono canzoni troppo tristi, ma ditemi pure una (bella) canzone felice che vi viene in mente e poi ne riparliamo…

#22 Sparklehorse & Danger Mouse feat. The Flaming Lips – “Revenge”
anche in questa canzone c’è lo zampino del grande mark linkous, ma qui entrano in gioco anche danger mouse e i grandi flaming lips, con un commuovente wayne coyne… “dark night of the soul”, progetto che coinvolgeva svariati artisti venne bloccato poco prima della pubblicazione per non so qualche stupidaggine burocratica di diritti, e venne pubblicato quindi solo il libro fotografico di david lynch accompagnato da un cd vuoto che invitava al download illegale… poi dopo il suicidio di mark e vic chesnutt (un altro dei musicisti coinvolti) venne (ri)pubblicato in pompa magna, dedicandolo ipocritamente alla loro memoria, ma guarda un po’… questa canzone parla di un tizio che cerca di vendicarsi, l’amore è la causa di questa vendetta, ma più cerca di fare del male, più sta male lui… non si può andare contro la propria natura, maledetta empatia…

#23 Dj Shadow – “What Does Your Soul Look Like (Part 4)”
il primo cd che ho comprato dove alla voce artista era presente anche il prefisso “DJ”, una rivoluzione epocale per chi veniva dal rock, e non solo… e poi ti vai a sentire il disco e dentro ci trovi addirittura un “campione” (che parola rivoluzionaria!) dei metallica… davvero sorprendente, ma ascoltate bene, c’è anche una voce italiana in questo disco… ecco, se josh davis mi ha insegnato qualcosa è che non importa che musica è, l’importante è che piace a te… il suo disco d’esordio, “endtroducing”, è stato davvero un disco spartiacque che metteva fine a un’epoca e ne introduceva un’altra, per chi voleva entrarci, certo… un disco costruito attraverso tanti dischi diversi eppure dal risultato originale: sentite questo pezzo, cosa vi ricorda… niente di mai ascoltato prima probabilmente, questo non è solo hip-hop, è jazz, è soul, è rock, è melodia, è oltre… semplicemente il suono della nostra vita, se volete… un giro di basso che dalle orecchie ti entra in mente e non ti lascia più, fino a scenderti giù, dentro, nel cuore… è a questo (disco) che somiglia la mia anima, sì…

#24 Antony And The Johnsons – “Cripple And The Starfish”
la prima volta che ho visto antony è stato qui a napoli, in una chiesa sconsacrata, probabilmente il suo primo concerto italiano, un evento per soli invitati a cui naturalmente io non ero stato invitato… ma avevo letto della cosa sul giornale, “travestito amico di lou reed dalla voce angelica per la prima volta a napoli”, una cosa del genere, tanto è bastato per andare fuori quella chiesa e pregare i tizi della security di lasciarmi entrare… sono stato per tutto il concerto in piedi, in disparte, al buio, per non lasciarmi scoprire dagli impellicciati snob presenti, neanche una foto ho fatto, ma d’altronde all’epoca avevo solo una misera macchinetta da 1megapixel, e quindi… eccomi lì, affascinato da questo gigante biondo vestito di bianco, accompagnato da un’orchestra da camera, a un certo punto è entrata anche una donna nuda coperta di sangue e vernice, un cervo… a fine concerto sono andato da antony a salutarlo ma soprattutto a ringraziarlo, imbarazzato, e a chiedergli la scaletta – colleziono scalette, lo sapete tutti – che lui mi ha firmato con la sua dolce calligrafia, ha scritto il suo nome proprio com’è scritto sui dischi… abbiamo chiacchierato un po’ e lui mi ha chiesto se l’amico che era con me era il mio ragazzo, allora avevo i capelli lunghi e il viso glabro… mi ha firmato anche il singolo, “i fell in love with a dead boy”, contenente addirittura una cover di david lynch, peccato non sia riuscito a comprare anche il suo disco d’esordio, esaurito in un soffio, evidentemente antony non aveva affascinato solo me, quella sera… disco che poi ho cercato per anni, riuscendo a comprarlo a un prezzo giusto solo quando è stato ristampato, e scoprendo che conteneva una canzone chiamata “blue angel”, proprio come mi ero firmato tanti anni prima su un giornale di musica, in cerca di amicizia, o amore… questa canzone qua sotto parla di un amore malato, come molte altre canzoni di antony del resto, di un tizio che per amore si taglia un dito, tanto poi ricrescerà, come una stella marina… ed è per questo che al collo porto una stella marina, perché è simbolo di guarigione e rinascita, sempre e nonostante tutto… il giorno dopo il concerto ero ancora sconvolto dalla voce e dalla musica di antony… ricordo che scrissi una mini-recensione che iniziava più o meno così, “ieri ho visto un angelo…”, beata ingenuità…

Canzoni di un clown. (Devendra Banhart & The Grogs – Roma, 19/6/2010)

30 giugno 2010 § 1 Commento

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando il buon Devendra Banhart era così squattrinato da registrare estemporaneamente le proprie canzoni sulle segreterie telefoniche dei propri amici, adesso è una rockstar affermata: il Devendra con i capelli corti e sbarbato viene intervistato dai magazine più alla moda ed è fidanzato addirittura con l’adorabile Natalie Portman (e se c’è una cosa che proprio non possiamo perdonargli è questa: come ha potuto rubarcela?).
Eppure in questa uggiosa serata romana, che è lì lì per minacciare temporali, Devendra esce sul palco puntualmente e senza clamore, timidamente, insieme a tutto il gruppo (The Grogs), al buio e quasi defilato: quasi non si riconosce con il nuovo look, la camicia a scacchi addosso, curvo su se stesso, il tazzone di tè (o quel che è) in mano. Dov’è andato a finire l’hippie freak figlio delle stelle e dell’India più multicolore?
Stasera Devendra sembra quasi triste, mesto, però ricorda che è lì per noi, per farci divertire, e quasi si costringe a dei piccoli balletti, per tirarsi/ci su di morale. Attacca a cantare e le nuove canzoni non sono certo quelle del Devendra che fu, la band accompagna la sua voce con tocchi di quel rock seventies che a tratti sembra quasi anonimo, un inizio di concerto non così eccitante insomma, e questo lo si legge anche negli occhi delle molte ragazze sotto il palco, che quasi stentano a riconoscere il proprio beniamino (anche se il video di Foolin’, le avrebbe già dovuto mettere in guardia: Devendra soffre per amore). Tuttavia il tutto si mantiene sempre di qualche spanna al di sopra della media, non foss’altro per il carisma appunto dell’autore: a volte, durante certe canzoni parlate, sembra quasi di sentire un Lou Reed dalle influenze latine.
Ma poi, tempo una ventina di minuti, ed ecco comparire il Devendra che piace a noi: la band si ritira dietro le quinte e sul palco c’è solo lui, nudo con chitarra acustica, i pezzi sono quelli dei primi album (The Body Breaks, Little Yellow Spider, A Sight To Behold), cala il silenzio e sono subito brividi. Devendra è a suo agio, gioca a fare il bluesman, canta e modula la voce, fa le smorfie, fa il pagliaccio. Sempre da solo, va al piano e canta ancora senza altro accompagnamento che se stesso, un paio di canzoni (I Remember, The First Song For B), mentre si gira a guardare dietro (chissà, forse tra le ombre c’è la sua Natalie), è così sincero che quasi gli scende la lacrima, anzi forse si commuove davvero. Ricordate che i pagliacci sono le persone più tristi del mondo.
Dopo questo non così breve intermezzo in solitaria, la band ritorna sul palco e il concerto si fa più psichedelico, in un paio di occasioni (Seahorse) così duro da ricordare addirittura i primi Black Sabbath (!!!), Devendra è molto più sciolto adesso, balla e ride, sembra aver esorcizzato/dimenticato il dolore che si porta(va) dentro. Accenna aneddoti, tenta anche con l’italiano (tu mi piaci, mi piaci molto), sorride, e si avvicina al pubblico. Sotto i mocassini Devendra indossa un calzino scuro e uno arcobaleno, e forse lui è proprio così, un arcobaleno che a volte si incupisce: d’altronde basta ascoltare la sua musica per capirlo.
E prima della fine non mancano certo altre sorprese, dopo aver eseguito una delle canzoni più funk di tutto il suo repertorio, «una canzone che parla di San Francisco e dei Roxy Music» (16th & Valencia Roxy Music), Devendra ricorda di quando adolescente comprò la sua prima macchina ed eccolo scatenarsi su un pezzo trash proveniente direttamente dagli anni ‘80 (Tell It To My Heart, di Taylor Dayne), con tutti i colori e gli eccessi dell’epoca. Gli ottanta non moriranno proprio mai, se anche un fricchettone come Devendra se li ricorda.
Il concerto finisce poi così, continuando con i pezzi più movimentati e danzerecci (Foolin’, Lover, Carmensita, I Feel Just Like A Child) del repertorio banhartiano, con un Devendra sciamanico a petto nudo, tra Jim Morrison e Iggy Pop, una testa di toro tatuata sul torace, ispanico e indiano allo stesso tempo, che canta e ride, forse perché almeno per queste paio di orette è riuscito a dimenticare, insieme a noi, quella mestizia che sembrava attanagliarlo a inizio concerto.
Ma la pioggia che ha minacciato tutta la sera di cadere si concretizza ormai in diluvio, non c’è nemmeno il tempo di un ultimo saluto, peccato, alla prossima caro Devendra, torna, il piacere sarà reciproco, noi torneremo ad applaudirti.

Canzoni di un clown. (Devendra Banhart & The Grogs – Roma, 19/6/2010)

30 giugno 2010 § 1 Commento

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando il buon Devendra Banhart era così squattrinato da registrare estemporaneamente le proprie canzoni sulle segreterie telefoniche dei propri amici, adesso è una rockstar affermata: il Devendra con i capelli corti e sbarbato viene intervistato dai magazine più alla moda ed è fidanzato addirittura con l’adorabile Natalie Portman (e se c’è una cosa che proprio non possiamo perdonargli è questa: come ha potuto rubarcela?).
Eppure in questa uggiosa serata romana, che è lì lì per minacciare temporali, Devendra esce sul palco puntualmente e senza clamore, timidamente, insieme a tutto il gruppo (The Grogs), al buio e quasi defilato: quasi non si riconosce con il nuovo look, la camicia a scacchi addosso, curvo su se stesso, il tazzone di tè (o quel che è) in mano. Dov’è andato a finire l’hippie freak figlio delle stelle e dell’India più multicolore?
Stasera Devendra sembra quasi triste, mesto, però ricorda che è lì per noi, per farci divertire, e quasi si costringe a dei piccoli balletti, per tirarsi/ci su di morale. Attacca a cantare e le nuove canzoni non sono certo quelle del Devendra che fu, la band accompagna la sua voce con tocchi di quel rock seventies che a tratti sembra quasi anonimo, un inizio di concerto non così eccitante insomma, e questo lo si legge anche negli occhi delle molte ragazze sotto il palco, che quasi stentano a riconoscere il proprio beniamino (anche se il video di Foolin’, le avrebbe già dovuto mettere in guardia: Devendra soffre per amore). Tuttavia il tutto si mantiene sempre di qualche spanna al di sopra della media, non foss’altro per il carisma appunto dell’autore: a volte, durante certe canzoni parlate, sembra quasi di sentire un Lou Reed dalle influenze latine.
Ma poi, tempo una ventina di minuti, ed ecco comparire il Devendra che piace a noi: la band si ritira dietro le quinte e sul palco c’è solo lui, nudo con chitarra acustica, i pezzi sono quelli dei primi album (The Body Breaks, Little Yellow Spider, A Sight To Behold), cala il silenzio e sono subito brividi. Devendra è a suo agio, gioca a fare il bluesman, canta e modula la voce, fa le smorfie, fa il pagliaccio. Sempre da solo, va al piano e canta ancora senza altro accompagnamento che se stesso, un paio di canzoni (I Remember, The First Song For B), mentre si gira a guardare dietro (chissà, forse tra le ombre c’è la sua Natalie), è così sincero che quasi gli scende la lacrima, anzi forse si commuove davvero. Ricordate che i pagliacci sono le persone più tristi del mondo.
Dopo questo non così breve intermezzo in solitaria, la band ritorna sul palco e il concerto si fa più psichedelico, in un paio di occasioni (Seahorse) così duro da ricordare addirittura i primi Black Sabbath (!!!), Devendra è molto più sciolto adesso, balla e ride, sembra aver esorcizzato/dimenticato il dolore che si porta(va) dentro. Accenna aneddoti, tenta anche con l’italiano (tu mi piaci, mi piaci molto), sorride, e si avvicina al pubblico. Sotto i mocassini Devendra indossa un calzino scuro e uno arcobaleno, e forse lui è proprio così, un arcobaleno che a volte si incupisce: d’altronde basta ascoltare la sua musica per capirlo.
E prima della fine non mancano certo altre sorprese, dopo aver eseguito una delle canzoni più funk di tutto il suo repertorio, «una canzone che parla di San Francisco e dei Roxy Music» (16th & Valencia Roxy Music), Devendra ricorda di quando adolescente comprò la sua prima macchina ed eccolo scatenarsi su un pezzo trash proveniente direttamente dagli anni ‘80 (Tell It To My Heart, di Taylor Dayne), con tutti i colori e gli eccessi dell’epoca. Gli ottanta non moriranno proprio mai, se anche un fricchettone come Devendra se li ricorda.
Il concerto finisce poi così, continuando con i pezzi più movimentati e danzerecci (Foolin’, Lover, Carmensita, I Feel Just Like A Child) del repertorio banhartiano, con un Devendra sciamanico a petto nudo, tra Jim Morrison e Iggy Pop, una testa di toro tatuata sul torace, ispanico e indiano allo stesso tempo, che canta e ride, forse perché almeno per queste paio di orette è riuscito a dimenticare, insieme a noi, quella mestizia che sembrava attanagliarlo a inizio concerto.
Ma la pioggia che ha minacciato tutta la sera di cadere si concretizza ormai in diluvio, non c’è nemmeno il tempo di un ultimo saluto, peccato, alla prossima caro Devendra, torna, il piacere sarà reciproco, noi torneremo ad applaudirti.

Della serie “facciamoci del male”: Ma una città come Napoli davvero si merita un festival musicale? (Neapolis, 27-28/07/07)

13 agosto 2007 § 9 commenti

emanuel (i'm from barcelona)Il concerto degli I’m From Barcelona del 27 luglio 2007, Napoli, in occasione della decima edizione del Neapolis Festival, rimarrà nella storia di questa disgraziata città, è meglio metterlo in chiaro da subito, a scanso di equivoci.

Ma evidentemente un gruppo così è troppo per una città come questa che ha le antenne drizzate solo per l’ennesima new sensation sanremese di turno: all’entrata, nel pomeriggio, una ragazza ci avvisa che ragazzi, è tutto chiuso, stanno montando ancora tutto, i Tiromancino suonano alle nove e mezza…(AAARGHHH)

Un segno che non lasciava presagire niente di buono, non c’è che dire.

Bisognava dirlo all’accorta ragazza che a noi del corpulento Tiromancino non frega proprio nulla di nulla ma poi si è pensato: a ognuno il suo.

Degli I’m From Barcelona, si diceva… Immaginate un pigiama party dove tutti cantano e si divertono spensierati fregandosene di tutto il mondo fuori e avrete una seppur vaga idea del concerto di questi fantastici svedesi: non si sa perché (saranno state le stravaganti mise delle stravaganti coriste?) ma è questo che è venuto da pensare ieri, al loro concerto, mentre il piedino batteva il tempo e il corpo si dimenava all’impazzata.

Una macchina che spara bolle di sapone a ripetizione (you will know us from the trail of the bubbles, afferma il cantante), coriandoli lanciati come fuochi d’artificio, mega- e mini- palloncini volanti… La cornice del concerto degli barcelloneti-wannabe è pazza e colorata come loro, come se non bastasse già il loro puro spirito pop e i loro coretti pazzerelli a farci divertire come pazzi.

Sul palco pare di contarne 17 e magari non ci crederete ma ognuno di loro davvero dà il suo contributo allo spettacolo: dal simil-ballerino, ai fiati(sti), fino alle scenografiche coriste al cui abbigliamento fuori dal comune s’è già accennato… Questo senza parlare del leader, certo, uno sghembo pel-di-carota con baffetti che va avanti e indietro, addirittura giù per il palco, in mezzo al pubblico, suonando la chitarra, cantando e dirigendo le danze.

Lo sghembo baffetto dedicherà anche una canzone a una certa Britney, una delle sue eroine ci confesserà, e dal lisergico flusso di una delle sue canzoni sorgerà addirittura una Like A Prayer della cantante più affarista di tutte nel business moderno, avete capito tutti chi è, giusto?

E tutti insieme a cantare, perché davvero il vero pop non ha confini…

I nostri nuovi amici svedesi, come testimoniato dalla scaletta prontamente agguantata (e simpaticamente autografata), ci sciorinano quasi tutto l’album per più di un’ora di spettacolo e, lo diciamo chiaro e tondo, se avessimo pagato questi quindici euro solo per loro saremmo stati più che contenti, felici, appaciati, estasiati, esaltati, folli di felicità, anche se il Neapolis fosse finito proprio cinque minuti dopo la loro performance, ma così non è stato, dato che di gruppi buoni ce ne sono stati e prima e dopo questi grandiosi (s’è capito che sono piaciuti?!?) di cui si è parlato fino adesso e che hanno colpito addirittura quelli convenuti al festival per tutt’altro (ma chi sono questi?).

 

i'm from barcelona 14Ma passiamo a parlare proprio dei primi a esibirsi sul palco neapolitano: The Gentlemen’s Agreement del buon Raffaele Giglio che, permetteteci di dirlo, in quanto ad arrangiamenti pop non ha nulla da invidiare a certi altri gruppi… stranieri. Sì, perché, noi crediamo fermamente che se questi gentiluomini napoletani fossero nati in terra anglo-americana saremmo tutti qui a strapparci i capelli da testa per i loro piccoli gioielli di pop campagnolo, e invece.

Invece questi contadini gentili si esibiscono alle sei di pomeriggio davanti a un piccolo et sparuto gruppo di persone, le solite persone sempre presenti ai loro sempre più frequenti concerti, c’è da dire, purtroppo.

Come dicevano i latini? Nemo propheta in patria…vabbè.

Rispetto a certi gig autunno/invernali il trio country-pop sembra aver indurito leggermente il tiro comunque, proponendo anche canzoni più “rock” rispetto a certo pop intimista con puntate negli anni ’20 (qualcuno ha detto Charlie Chaplin?) addirittura.

Bravi Giglio e soci quindi, ma non dimenticate cavaquinho e Chet Baker eh!

 

i'm from barcelona 11E altri profeti non apprezzati in patria, almeno non quanto meriterebbero, sono quei Player 1 e Player 2 meglio conosciuti sotto il nome di Atari… e c’è bisogno di ripeterlo anche in quest’occasione?

Se questo gruppo fosse nato in più fortunate lande straniere, già tutti i fantomatici giornali italici et stranieri starebbero qui a gridare al nuovo miracolo di rock’n’dance… e invece.

Invece i grandiosi Atari si esibiscono, e stupiscono ancora una volta, davanti a un misero gruppetto di persone perché, certo, poco prima si è esibito quel gruppo italiano famoso di cui qui è inutile parlare (perché sapete già tutti quanto siano belli, bravi e fighi, no? e non dimenticate di fittare il capolavoro filmico del cantante, mi raccomando!) e la gente che ha pagato quindici euro preferisce tornare di corsa a casa sul divano davanti alla tivvù, piuttosto che godersi altri tre gruppi per divertirsi un altro po’. Tutto normale a Napoli, no?

Ma non facciamoci il sangue amaro per cose che sono difficili da cambiare… ché tanto noi si è qui a godersi gli Atari che oltre a loro vecchi cavalli di battaglia ci propongono anche nuovi pezzi dimostrando che sono sempre più prossimi al passo importante: il disco italiano di pop elettronico definitivo, that’s it.

E dire che tutto questo lo fanno solo in due: un bassista/cantante e un batterista/tastierista/cantante che a un certo punto suona anche un joystick (!!!)… come faranno mai?

 

frida (i'm from barcelona)Subito dopo di loro è il turno dei Who Made Who, il cui rock-funk futuristico riporta alla mente altre grandi realtà (i Trans-Am?) e che sono molto bravi a coinvolgere il pubblico napoletano (sempre più misero, sigh), e non solo perché il trio si presenta su questo palco sotto le (non-)mentite spoglie della più famosa maschera partenopea conosciuta all’estero come Mr. Punch alias Pulcinella!

Fluide linee di basso si intrecciano a chitarristici fraseggi futuristi, il tutto supportato da una batteria ora dance ora rock ora addirittura tunz-tunz: è questo il caso della fantastica cover di Satisfaction di Benny Benassi!!!

E se l’orecchio non ci inganna i nostri scatenati punchinelli danesi ripropongono addirittura quella canzone di Mr. Oizo ascoltata in un fortunato spot della Levi’s di qualche anno fa. Delirio.

 

Il compito di chiudere questa prima giornata del festival napoletano spetta ai Digitalism che, a causa dello smarrimento degli strumenti da parte di qualche fottuta compagnia aerea (maledetta!), sono costretti a un forzato et sfortunato dj set che allinea uno dietro l’altro i più fortunati successi indie-dance dell’ultima stagione… peccato che ormai non sia rimasto più nessuno a ballare e le loro viniliche tunes si perdano nel vuoto cosmico generale. Pazienza.

 

I'MFROMBARCELONA@napoli_27_07_07Da segnalare, infine, gli altri due gruppi che si sono esibiti il pomeriggio e che, causa sole caldo e mancanza di gente, non hanno (forse) avuto l’attenzione che meritavano: The Holloways, inglesi, e i Disco Drive, italiani.

Quest’ultimi si presentano con una line-up parzialmente rinnovata rispetto a un paio d’anni fa quando li apprezzammo (e pure molto) in altri lidi: cambiato il bassista, e aggiunta una batteria, propongono il loro energico punk-funk d’esordio, ma con venature più noize-wave, sembra.

I nostri faticano a coinvolgere la trentina di persone accorse, già debilitate dal caldo infame, perché le loro canzoni a tratti sembrano fredde, semplici basi dance che scorrono piatte, eppure a volte qualche buona idea fa capolino, e per un attimo si viene coinvolti, chissà forse il disco sarà (molto) meglio?

Degli inglesi che dire, in cappello di paglia e bermuda, presentano il solito rock inglese, un onesto indie-rock inglese che non è niente di che, ma che si apprezza, se non si chiede molto per passare una mezzoretta così… Bravi(ni) sì, ma basta con questa esterofilia, ché ormai certe cose le sappiamo fare pure noi, e anche meglio… o no?

 

 

the horrors 01Abbastanza omogeneo invece il secondo giorno del Neapolis, tutto all’insegna del più classico dei rock, più o meno normale… questo senza tener conto delle superstar d’oltremanica della serata, ovviamente: The Horrors!

Ecco, se per i barceloneti svedesi abbiamo immaginato un pigiama party per questi cinque allampanati inglesi facciamo lo sforzo di immaginare tutti insieme un film horror, ma un horror di quelli buoni, anni ’50, non le stronzate patinate che si producono al giorno d’oggi.

Le nostre eroiche creature della notte sembrano arrivare dritte dritte da uno di questo film, magrissimi e neri sembrano proprio dei Jack Skeleton (Timmy, pensa a loro per il tuo prossimo film!) in carne d’ossa, e quando escono sul palco, complice una luna piena mai così bianca, l’effetto è straniante.

Esce prima la band e poi il cantante che, capelli sul viso a nascondere un naso adunco e gatto nero et pipistrelli tatuati sul braccio, per tutto il concerto non farà altro che dimenarsi come un ossesso, un epilettico che non potrà non ricordare certi “balli” portati in voga dal più famoso impiccato di Manchester.

A un certo punto il tizio comincerà anche a tirare una catena trovata “casualmente” a bordo palco, e se la metterà addosso a mo’ di sciarpa, pericolosamente, quasi a simulare l’uscita da chissà quale oscura prigione; e poi, ancora, dopo aver mangiato un pezzo di carta e versato dell’acqua in un cappello, scenderà in mezzo al pubblico, seguito da un preoccupatissimo e sempre più incazzato (con lui) servizio d’ordine, tutto proteso ad abbracciare un gazebo che stava lì ad aspettare nessun altro che lui, certo.

E poi ad accompagnarlo nella sua lucida follia il tastierista, uno dal taglio di capelli che più vittoriano non si può, uno che quando non è impegnato a stuprare a caso la sua tastiera imitandone la caracollante camminata farà simpaticamente finta di essere uno di quei zombie non ancora del tutto morti che solo una pallottola in testa può fermare, come insegna Dylan Dog.

E infine il bassista, immobile e dallo sguardo da pazzo, e il chitarrista, uscito direttamente dai più gloriosi anni ’80, l’unico ad avere uno sprazzo di giallo nei capelli; del batterista invece è difficile dire qualcosa, nascosto com’è dietro la sua batteria, ma siamo sicuri che non è da meno dei suoi scuri sodali. Certi tipi così non puoi certo confonderli, e infatti già poco prima del concerto si erano visti aggirarsi tra il pubblico, ignorati da tutti, eppure non capita tutti i giorni vedere un tizio alto due metri andarsene in giro con una borsetta a forma di bara: che poi cosa ci avrà dentro? Fialette di sangue vergine e ossa umane in polvere?

La mezzora scarsa degli orrori ambulanti è devastante, non c’è respiro tra un pezzo e l’altro, è tutto un unico magma sonoro denso e abbagliante come una luce strobo che il nostro ululante amico girerà direttamente sul pubblico, un punk fine ’70 (cuozzi al rogo –  punk al pogo, recita una gran maglietta vista in prima fila) che più marcio (ancora di più che sul disco, assai “pulito” da un certo punto di ascolto) non si può, mica come certi fighettini inglesi di oggi, l’orrore (l’orrore!) non si ferma e i pezzi in verità si distinguono solo per scampoli di parole colte per caso, come un parassita che si nasconde sottopelle, ma va più che bene così.

Quando si assiste a un concerto del genere è difficile emozionarsi per altro e il discorso dei quindici euro fatto per i barcellonesi del Regno di Svezia vale anche per quest’orrore inglese, ma ancora una volta il pubblico napoletano (a proposito, tra le frangette indie-rockers sembra essere di gran voga il ventaglio ultimamente) non apprezza più di tanto; pubblico composto in maggioranza da punkettine dark, per di più, un pubblico che ti saresti aspettato lì proprio per gli orrorifici inglesi, ma nessuna supposizione fu più sbagliata visto che appena scemata l’ultima rumorosa nota di paura subito lì tutti a urlare il nome dei “divi” italiani di turno… Alberto, Albertoooo… Luca, Lucaaaa… Roberta, Robertaaaa…        

 

I Verdena, partiti come quasi-cloni dei ben più apprezzabili Motorpsycho, sembrano essersi affrancati da questo fastidioso paragone: il loro suono è massiccio e potente, sorprende, le canzoni all’inizio sembrano pure godibili… All’inizio, sì, perché poi come si fa a sopportare un’ora e passa di una musica che di originale non ha più niente da dieci anni e più?

Quasi impossibile se non sai tutte le canzoni a memoria come le ragazzine urlanti in prima fila, o non ti dedichi a fotografare la schiena della rosa-crinita Roberta.

 

the horrors 09La serata si chiude con i toscani Negrita, che propongono il loro onesto rock ancor più vecchio di quello verdenico… ma essendo stati già penalizzati, e nella durata del concerto e nel volume, non vogliamo infierire oltre, anche se non possiamo nascondere che il fatto che c’è gente venuta solo per loro ci stupisce assai!!! Diciamo solo che a fine concerto s’è tirato comunque un sospiro di sollievo, come a dire: anche per quest’anno è finita.

A certi festival devi sorbirti certi gruppi  che non ti sogneresti mai di andare a vedere anche se fossero l’ultima live band del pianeta, questo si mette sempre in conto; gruppi come quelli che hanno suonato nel pomeriggio di questo secondo giorno del Neapolis per esempio, gruppi italiani emergenti che propongono tutti un certo tipo di rock, un rock – un punk, a volte – bello e carino pure, ma che non è proprio la nostra tazza di tè.

 

the horrors 02C’è da dire che però qualche gruppo ha parecchia grinta da vendere… Grinta espressa dalla voce della cantante degli O.D.R. (che significherà questo acronimo?) per esempio, cantante che a tratti ricorda la prima Courtney Love, quella giovane e incazzata non ancora siliconata; grinta espressa anche dalle chitarre (niente note basse!) potenti degli Styles, in cui per un attimo sentiamo addirittura reminescenze di certi folletti americani, possibile?

Dei Joeblow purtroppo (?) niente da dire, visto che ce li perdiamo in attesa di entrare… Anche se le ultime note dell’ultima canzone ci dicono che non ci siamo persi poi molto, è solo crossover.

 

A queste band vanno aggiunti poi i ben più famosi e affermati EPO, forse proprio il gruppo napoletano più famoso del momento, il cui visibilmente emozionato cantante non si sottrae nemmeno all’oggigiorno obbligatorio appello anti-camorra.

Anche il rock degli EPO è un rock onesto, debitore di certi lontani anni ’90 (a ognuno il revival che gli pare), oggi ci sono parecchie band che fanno un rock onesto non c’è che dire, eppure nella loro musica c’è mestiere e passione e chi apprezza questo tipo di musica non rimane certo deluso dalla voce calda e passionale del succitato Ciro Tuzzi.

 

the horrors 14 (color)Le ultime personali considerazioni vanno spese infine per gli altri due gruppi inglesi che hanno suonato a serata inoltrata: i 1990s (senza “The” e senza apostrofo, come precisano perentoriamente dal loro oggigiorno indispensabile myspace) e i White Rose Movement.

I primi si distinguono per un cantante disegnato da Picasso e il saper coinvolgere il pubblico che non li conosce per niente con dei coretti molto coinvolgenti, i secondi per una new wave classicamente ’80 (pare che dagli anni ’80 ne siano usciti vivi veramente in parecchi a discapito di quello che afferma una certa persona) e una canzone dal ritornello veramente catchy, nonché per un cantante incrocio quasi-perfetto tra il già evocato Ian Curtis e un kraftwerk preso a caso.

 

E anche per quest’anno è andata, alla prossima.

Della serie “facciamoci del male”: Ma una città come Napoli davvero si merita un festival musicale? (Neapolis, 27-28/07/07)

13 agosto 2007 § 9 commenti

emanuel (i'm from barcelona)Il concerto degli I’m From Barcelona del 27 luglio 2007, Napoli, in occasione della decima edizione del Neapolis Festival, rimarrà nella storia di questa disgraziata città, è meglio metterlo in chiaro da subito, a scanso di equivoci.

Ma evidentemente un gruppo così è troppo per una città come questa che ha le antenne drizzate solo per l’ennesima new sensation sanremese di turno: all’entrata, nel pomeriggio, una ragazza ci avvisa che ragazzi, è tutto chiuso, stanno montando ancora tutto, i Tiromancino suonano alle nove e mezza…(AAARGHHH)

Un segno che non lasciava presagire niente di buono, non c’è che dire.

Bisognava dirlo all’accorta ragazza che a noi del corpulento Tiromancino non frega proprio nulla di nulla ma poi si è pensato: a ognuno il suo.

Degli I’m From Barcelona, si diceva… Immaginate un pigiama party dove tutti cantano e si divertono spensierati fregandosene di tutto il mondo fuori e avrete una seppur vaga idea del concerto di questi fantastici svedesi: non si sa perché (saranno state le stravaganti mise delle stravaganti coriste?) ma è questo che è venuto da pensare ieri, al loro concerto, mentre il piedino batteva il tempo e il corpo si dimenava all’impazzata.

Una macchina che spara bolle di sapone a ripetizione (you will know us from the trail of the bubbles, afferma il cantante), coriandoli lanciati come fuochi d’artificio, mega- e mini- palloncini volanti… La cornice del concerto degli barcelloneti-wannabe è pazza e colorata come loro, come se non bastasse già il loro puro spirito pop e i loro coretti pazzerelli a farci divertire come pazzi.

Sul palco pare di contarne 17 e magari non ci crederete ma ognuno di loro davvero dà il suo contributo allo spettacolo: dal simil-ballerino, ai fiati(sti), fino alle scenografiche coriste al cui abbigliamento fuori dal comune s’è già accennato… Questo senza parlare del leader, certo, uno sghembo pel-di-carota con baffetti che va avanti e indietro, addirittura giù per il palco, in mezzo al pubblico, suonando la chitarra, cantando e dirigendo le danze.

Lo sghembo baffetto dedicherà anche una canzone a una certa Britney, una delle sue eroine ci confesserà, e dal lisergico flusso di una delle sue canzoni sorgerà addirittura una Like A Prayer della cantante più affarista di tutte nel business moderno, avete capito tutti chi è, giusto?

E tutti insieme a cantare, perché davvero il vero pop non ha confini…

I nostri nuovi amici svedesi, come testimoniato dalla scaletta prontamente agguantata (e simpaticamente autografata), ci sciorinano quasi tutto l’album per più di un’ora di spettacolo e, lo diciamo chiaro e tondo, se avessimo pagato questi quindici euro solo per loro saremmo stati più che contenti, felici, appaciati, estasiati, esaltati, folli di felicità, anche se il Neapolis fosse finito proprio cinque minuti dopo la loro performance, ma così non è stato, dato che di gruppi buoni ce ne sono stati e prima e dopo questi grandiosi (s’è capito che sono piaciuti?!?) di cui si è parlato fino adesso e che hanno colpito addirittura quelli convenuti al festival per tutt’altro (ma chi sono questi?).

 

i'm from barcelona 14Ma passiamo a parlare proprio dei primi a esibirsi sul palco neapolitano: The Gentlemen’s Agreement del buon Raffaele Giglio che, permetteteci di dirlo, in quanto ad arrangiamenti pop non ha nulla da invidiare a certi altri gruppi… stranieri. Sì, perché, noi crediamo fermamente che se questi gentiluomini napoletani fossero nati in terra anglo-americana saremmo tutti qui a strapparci i capelli da testa per i loro piccoli gioielli di pop campagnolo, e invece.

Invece questi contadini gentili si esibiscono alle sei di pomeriggio davanti a un piccolo et sparuto gruppo di persone, le solite persone sempre presenti ai loro sempre più frequenti concerti, c’è da dire, purtroppo.

Come dicevano i latini? Nemo propheta in patria…vabbè.

Rispetto a certi gig autunno/invernali il trio country-pop sembra aver indurito leggermente il tiro comunque, proponendo anche canzoni più “rock” rispetto a certo pop intimista con puntate negli anni ’20 (qualcuno ha detto Charlie Chaplin?) addirittura.

Bravi Giglio e soci quindi, ma non dimenticate cavaquinho e Chet Baker eh!

 

i'm from barcelona 11E altri profeti non apprezzati in patria, almeno non quanto meriterebbero, sono quei Player 1 e Player 2 meglio conosciuti sotto il nome di Atari… e c’è bisogno di ripeterlo anche in quest’occasione?

Se questo gruppo fosse nato in più fortunate lande straniere, già tutti i fantomatici giornali italici et stranieri starebbero qui a gridare al nuovo miracolo di rock’n’dance… e invece.

Invece i grandiosi Atari si esibiscono, e stupiscono ancora una volta, davanti a un misero gruppetto di persone perché, certo, poco prima si è esibito quel gruppo italiano famoso di cui qui è inutile parlare (perché sapete già tutti quanto siano belli, bravi e fighi, no? e non dimenticate di fittare il capolavoro filmico del cantante, mi raccomando!) e la gente che ha pagato quindici euro preferisce tornare di corsa a casa sul divano davanti alla tivvù, piuttosto che godersi altri tre gruppi per divertirsi un altro po’. Tutto normale a Napoli, no?

Ma non facciamoci il sangue amaro per cose che sono difficili da cambiare… ché tanto noi si è qui a godersi gli Atari che oltre a loro vecchi cavalli di battaglia ci propongono anche nuovi pezzi dimostrando che sono sempre più prossimi al passo importante: il disco italiano di pop elettronico definitivo, that’s it.

E dire che tutto questo lo fanno solo in due: un bassista/cantante e un batterista/tastierista/cantante che a un certo punto suona anche un joystick (!!!)… come faranno mai?

 

frida (i'm from barcelona)Subito dopo di loro è il turno dei Who Made Who, il cui rock-funk futuristico riporta alla mente altre grandi realtà (i Trans-Am?) e che sono molto bravi a coinvolgere il pubblico napoletano (sempre più misero, sigh), e non solo perché il trio si presenta su questo palco sotto le (non-)mentite spoglie della più famosa maschera partenopea conosciuta all’estero come Mr. Punch alias Pulcinella!

Fluide linee di basso si intrecciano a chitarristici fraseggi futuristi, il tutto supportato da una batteria ora dance ora rock ora addirittura tunz-tunz: è questo il caso della fantastica cover di Satisfaction di Benny Benassi!!!

E se l’orecchio non ci inganna i nostri scatenati punchinelli danesi ripropongono addirittura quella canzone di Mr. Oizo ascoltata in un fortunato spot della Levi’s di qualche anno fa. Delirio.

 

Il compito di chiudere questa prima giornata del festival napoletano spetta ai Digitalism che, a causa dello smarrimento degli strumenti da parte di qualche fottuta compagnia aerea (maledetta!), sono costretti a un forzato et sfortunato dj set che allinea uno dietro l’altro i più fortunati successi indie-dance dell’ultima stagione… peccato che ormai non sia rimasto più nessuno a ballare e le loro viniliche tunes si perdano nel vuoto cosmico generale. Pazienza.

 

I'MFROMBARCELONA@napoli_27_07_07Da segnalare, infine, gli altri due gruppi che si sono esibiti il pomeriggio e che, causa sole caldo e mancanza di gente, non hanno (forse) avuto l’attenzione che meritavano: The Holloways, inglesi, e i Disco Drive, italiani.

Quest’ultimi si presentano con una line-up parzialmente rinnovata rispetto a un paio d’anni fa quando li apprezzammo (e pure molto) in altri lidi: cambiato il bassista, e aggiunta una batteria, propongono il loro energico punk-funk d’esordio, ma con venature più noize-wave, sembra.

I nostri faticano a coinvolgere la trentina di persone accorse, già debilitate dal caldo infame, perché le loro canzoni a tratti sembrano fredde, semplici basi dance che scorrono piatte, eppure a volte qualche buona idea fa capolino, e per un attimo si viene coinvolti, chissà forse il disco sarà (molto) meglio?

Degli inglesi che dire, in cappello di paglia e bermuda, presentano il solito rock inglese, un onesto indie-rock inglese che non è niente di che, ma che si apprezza, se non si chiede molto per passare una mezzoretta così… Bravi(ni) sì, ma basta con questa esterofilia, ché ormai certe cose le sappiamo fare pure noi, e anche meglio… o no?

 

 

the horrors 01Abbastanza omogeneo invece il secondo giorno del Neapolis, tutto all’insegna del più classico dei rock, più o meno normale… questo senza tener conto delle superstar d’oltremanica della serata, ovviamente: The Horrors!

Ecco, se per i barceloneti svedesi abbiamo immaginato un pigiama party per questi cinque allampanati inglesi facciamo lo sforzo di immaginare tutti insieme un film horror, ma un horror di quelli buoni, anni ’50, non le stronzate patinate che si producono al giorno d’oggi.

Le nostre eroiche creature della notte sembrano arrivare dritte dritte da uno di questo film, magrissimi e neri sembrano proprio dei Jack Skeleton (Timmy, pensa a loro per il tuo prossimo film!) in carne d’ossa, e quando escono sul palco, complice una luna piena mai così bianca, l’effetto è straniante.

Esce prima la band e poi il cantante che, capelli sul viso a nascondere un naso adunco e gatto nero et pipistrelli tatuati sul braccio, per tutto il concerto non farà altro che dimenarsi come un ossesso, un epilettico che non potrà non ricordare certi “balli” portati in voga dal più famoso impiccato di Manchester.

A un certo punto il tizio comincerà anche a tirare una catena trovata “casualmente” a bordo palco, e se la metterà addosso a mo’ di sciarpa, pericolosamente, quasi a simulare l’uscita da chissà quale oscura prigione; e poi, ancora, dopo aver mangiato un pezzo di carta e versato dell’acqua in un cappello, scenderà in mezzo al pubblico, seguito da un preoccupatissimo e sempre più incazzato (con lui) servizio d’ordine, tutto proteso ad abbracciare un gazebo che stava lì ad aspettare nessun altro che lui, certo.

E poi ad accompagnarlo nella sua lucida follia il tastierista, uno dal taglio di capelli che più vittoriano non si può, uno che quando non è impegnato a stuprare a caso la sua tastiera imitandone la caracollante camminata farà simpaticamente finta di essere uno di quei zombie non ancora del tutto morti che solo una pallottola in testa può fermare, come insegna Dylan Dog.

E infine il bassista, immobile e dallo sguardo da pazzo, e il chitarrista, uscito direttamente dai più gloriosi anni ’80, l’unico ad avere uno sprazzo di giallo nei capelli; del batterista invece è difficile dire qualcosa, nascosto com’è dietro la sua batteria, ma siamo sicuri che non è da meno dei suoi scuri sodali. Certi tipi così non puoi certo confonderli, e infatti già poco prima del concerto si erano visti aggirarsi tra il pubblico, ignorati da tutti, eppure non capita tutti i giorni vedere un tizio alto due metri andarsene in giro con una borsetta a forma di bara: che poi cosa ci avrà dentro? Fialette di sangue vergine e ossa umane in polvere?

La mezzora scarsa degli orrori ambulanti è devastante, non c’è respiro tra un pezzo e l’altro, è tutto un unico magma sonoro denso e abbagliante come una luce strobo che il nostro ululante amico girerà direttamente sul pubblico, un punk fine ’70 (cuozzi al rogo –  punk al pogo, recita una gran maglietta vista in prima fila) che più marcio (ancora di più che sul disco, assai “pulito” da un certo punto di ascolto) non si può, mica come certi fighettini inglesi di oggi, l’orrore (l’orrore!) non si ferma e i pezzi in verità si distinguono solo per scampoli di parole colte per caso, come un parassita che si nasconde sottopelle, ma va più che bene così.

Quando si assiste a un concerto del genere è difficile emozionarsi per altro e il discorso dei quindici euro fatto per i barcellonesi del Regno di Svezia vale anche per quest’orrore inglese, ma ancora una volta il pubblico napoletano (a proposito, tra le frangette indie-rockers sembra essere di gran voga il ventaglio ultimamente) non apprezza più di tanto; pubblico composto in maggioranza da punkettine dark, per di più, un pubblico che ti saresti aspettato lì proprio per gli orrorifici inglesi, ma nessuna supposizione fu più sbagliata visto che appena scemata l’ultima rumorosa nota di paura subito lì tutti a urlare il nome dei “divi” italiani di turno… Alberto, Albertoooo… Luca, Lucaaaa… Roberta, Robertaaaa…        

 

I Verdena, partiti come quasi-cloni dei ben più apprezzabili Motorpsycho, sembrano essersi affrancati da questo fastidioso paragone: il loro suono è massiccio e potente, sorprende, le canzoni all’inizio sembrano pure godibili… All’inizio, sì, perché poi come si fa a sopportare un’ora e passa di una musica che di originale non ha più niente da dieci anni e più?

Quasi impossibile se non sai tutte le canzoni a memoria come le ragazzine urlanti in prima fila, o non ti dedichi a fotografare la schiena della rosa-crinita Roberta.

 

the horrors 09La serata si chiude con i toscani Negrita, che propongono il loro onesto rock ancor più vecchio di quello verdenico… ma essendo stati già penalizzati, e nella durata del concerto e nel volume, non vogliamo infierire oltre, anche se non possiamo nascondere che il fatto che c’è gente venuta solo per loro ci stupisce assai!!! Diciamo solo che a fine concerto s’è tirato comunque un sospiro di sollievo, come a dire: anche per quest’anno è finita.

A certi festival devi sorbirti certi gruppi  che non ti sogneresti mai di andare a vedere anche se fossero l’ultima live band del pianeta, questo si mette sempre in conto; gruppi come quelli che hanno suonato nel pomeriggio di questo secondo giorno del Neapolis per esempio, gruppi italiani emergenti che propongono tutti un certo tipo di rock, un rock – un punk, a volte – bello e carino pure, ma che non è proprio la nostra tazza di tè.

 

the horrors 02C’è da dire che però qualche gruppo ha parecchia grinta da vendere… Grinta espressa dalla voce della cantante degli O.D.R. (che significherà questo acronimo?) per esempio, cantante che a tratti ricorda la prima Courtney Love, quella giovane e incazzata non ancora siliconata; grinta espressa anche dalle chitarre (niente note basse!) potenti degli Styles, in cui per un attimo sentiamo addirittura reminescenze di certi folletti americani, possibile?

Dei Joeblow purtroppo (?) niente da dire, visto che ce li perdiamo in attesa di entrare… Anche se le ultime note dell’ultima canzone ci dicono che non ci siamo persi poi molto, è solo crossover.

 

A queste band vanno aggiunti poi i ben più famosi e affermati EPO, forse proprio il gruppo napoletano più famoso del momento, il cui visibilmente emozionato cantante non si sottrae nemmeno all’oggigiorno obbligatorio appello anti-camorra.

Anche il rock degli EPO è un rock onesto, debitore di certi lontani anni ’90 (a ognuno il revival che gli pare), oggi ci sono parecchie band che fanno un rock onesto non c’è che dire, eppure nella loro musica c’è mestiere e passione e chi apprezza questo tipo di musica non rimane certo deluso dalla voce calda e passionale del succitato Ciro Tuzzi.

 

the horrors 14 (color)Le ultime personali considerazioni vanno spese infine per gli altri due gruppi inglesi che hanno suonato a serata inoltrata: i 1990s (senza “The” e senza apostrofo, come precisano perentoriamente dal loro oggigiorno indispensabile myspace) e i White Rose Movement.

I primi si distinguono per un cantante disegnato da Picasso e il saper coinvolgere il pubblico che non li conosce per niente con dei coretti molto coinvolgenti, i secondi per una new wave classicamente ’80 (pare che dagli anni ’80 ne siano usciti vivi veramente in parecchi a discapito di quello che afferma una certa persona) e una canzone dal ritornello veramente catchy, nonché per un cantante incrocio quasi-perfetto tra il già evocato Ian Curtis e un kraftwerk preso a caso.

 

E anche per quest’anno è andata, alla prossima.

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