verde.

6 febbraio 2008 § 4 commenti

spiraglioterrazza

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non solidarietà, ma opere di bene.

26 gennaio 2008 § 4 commenti

Stiamo morendo, piano piano, affogati. In quei sacchi neri potrebbero già esserci, dei morti, tanto nessuno se ne accorgerebbe. Già vedere persone che, come fossero gabbiani, o ratti, scavano tranquille nei cumuli di spazzatura, selezionando, vagliando, prendendo, non sconvolge quasi più.

Alla stazione di Mugnano (incompleta da mesi, non si capisce perché) c’è un acquario abbandonato, da giorni, mezzo pieno d’acqua. Le strade del mio paese, provincia, periferia, sono impraticabili, bloccate. Un auto con un enorme sacco nero sul tettuccio passa, fa una curva, e lo la lascia cadere, come se niente fosse. Oggi anche dagli alberi, ormai scheletriti dall’inverno, pendono sacchetti di plastica, come neri frutti di morte. Mozzarella addio, «la monnezza è oro» [cit.].

Quel fumo che esce da lì, dal fianco di quella neonata collina, in pianura, è verde, e di notte brilla, come una bomba pronta a esplodere, e brucia. Nessuno sa cosa sia, perché nessuno l’analizza, ma quel fumo lì puzza e non è cosa naturale che esca dal terreno.

L’altro giorno, in metro, c’erano due genitori con la loro bambina, denti sporgenti che le facevano il labbro leporino, ptosi della palpebra sinistra. Magari non c’entra niente, o magari dovremo prepararci sempre di più a cose di questo genere. Deve essere terribile per un genitore la nascita di un figlio malformato. Che i responsabili approntino un nuovo monte Taigeto quindi, adesso, subito.

impregilo, fibe, montefibre, acna, pellini, Tamburrino, Perrella, sono nomi che possono non dire nulla ai più, ma non a una persona che abbia la minima voglia di capirci qualcosa, di questo orribile scempio: questi sono nomi di demoni per chi ha la pazienza di leggere e scavare a fondo.

Sapete che a Napoli da un ospedale, il maggiore specializzato in tumori, un giorno è stata trafugata la banca dati con tutti i nomi dei malati con relativi tumori e possibili cause degli stessi?

Chi potrà mai essere stato, si chiederà l’ingenuo.

I bambini in gita scolastica oggi bevono redbull, e le bambine (truccate e slanciate) hanno gli occhi che brillano, mentre osservano la vetrina con gli ultimi modelli di cellulari. Questo è il mondo in cui viviamo. Rifiuti solidi, ma anche ideologici, spirituali, oserei dire, se non fosse così ridicolo dirlo.

L’unica soluzione forse sarebbe davvero vendere tutto ai cinesi (altro che quel cileno di De Gennaro!), munnezza e compagnia bella, ché loro hanno bisogno di tutto, che se ne occupi la camorra (le loro strade: pulitissime!) delle trattative, che i nostri politici manco questo sono capaci di fare. È ovvio che il nostro caro Bassolino nomen omen! Iervolino! tutti questi –ini! – non si dimetta: i criminali che ha fatto prosperare in tutti questi anni lo ammazzerebbero.

 

 

Intanto una coppia di adolescenti, li vedo ogni giorno, si baciano e si dicono parole dolci nella metro di Scampia, ultimamente fermata così alla moda, nascosti dietro un distributore automatico di biglietti.

Sono veramente piccoli e la loro felicità mi commuove, tanto sono distanti da tutto e da tutti, in quell’oretta che noi napoletani chiamiamo controra, che trascorrono lì.

Chissà quanto durerà, chissà quando finirà.

 

——————————–

 

serie b

non solidarietà , ma opere di bene.

26 gennaio 2008 § 4 commenti

Stiamo morendo, piano piano, affogati. In quei sacchi neri potrebbero già esserci, dei morti, tanto nessuno se ne accorgerebbe. Già vedere persone che, come fossero gabbiani, o ratti, scavano tranquille nei cumuli di spazzatura, selezionando, vagliando, prendendo, non sconvolge quasi più.

Alla stazione di Mugnano (incompleta da mesi, non si capisce perché) c’è un acquario abbandonato, da giorni, mezzo pieno d’acqua. Le strade del mio paese, provincia, periferia, sono impraticabili, bloccate. Un auto con un enorme sacco nero sul tettuccio passa, fa una curva, e lo la lascia cadere, come se niente fosse. Oggi anche dagli alberi, ormai scheletriti dall’inverno, pendono sacchetti di plastica, come neri frutti di morte. Mozzarella addio, «la monnezza è oro» [cit.].

Quel fumo che esce da lì, dal fianco di quella neonata collina, in pianura, è verde, e di notte brilla, come una bomba pronta a esplodere, e brucia. Nessuno sa cosa sia, perché nessuno l’analizza, ma quel fumo lì puzza e non è cosa naturale che esca dal terreno.

L’altro giorno, in metro, c’erano due genitori con la loro bambina, denti sporgenti che le facevano il labbro leporino, ptosi della palpebra sinistra. Magari non c’entra niente, o magari dovremo prepararci sempre di più a cose di questo genere. Deve essere terribile per un genitore la nascita di un figlio malformato. Che i responsabili approntino un nuovo monte Taigeto quindi, adesso, subito.

impregilo, fibe, montefibre, acna, pellini, Tamburrino, Perrella, sono nomi che possono non dire nulla ai più, ma non a una persona che abbia la minima voglia di capirci qualcosa, di questo orribile scempio: questi sono nomi di demoni per chi ha la pazienza di leggere e scavare a fondo.

Sapete che a Napoli da un ospedale, il maggiore specializzato in tumori, un giorno è stata trafugata la banca dati con tutti i nomi dei malati con relativi tumori e possibili cause degli stessi?

Chi potrà mai essere stato, si chiederà l’ingenuo.

I bambini in gita scolastica oggi bevono redbull, e le bambine (truccate e slanciate) hanno gli occhi che brillano, mentre osservano la vetrina con gli ultimi modelli di cellulari. Questo è il mondo in cui viviamo. Rifiuti solidi, ma anche ideologici, spirituali, oserei dire, se non fosse così ridicolo dirlo.

L’unica soluzione forse sarebbe davvero vendere tutto ai cinesi (altro che quel cileno di De Gennaro!), munnezza e compagnia bella, ché loro hanno bisogno di tutto, che se ne occupi la camorra (le loro strade: pulitissime!) delle trattative, che i nostri politici manco questo sono capaci di fare. È ovvio che il nostro caro Bassolino nomen omen! Iervolino! tutti questi –ini! – non si dimetta: i criminali che ha fatto prosperare in tutti questi anni lo ammazzerebbero.

 

 

Intanto una coppia di adolescenti, li vedo ogni giorno, si baciano e si dicono parole dolci nella metro di Scampia, ultimamente fermata così alla moda, nascosti dietro un distributore automatico di biglietti.

Sono veramente piccoli e la loro felicità mi commuove, tanto sono distanti da tutto e da tutti, in quell’oretta che noi napoletani chiamiamo controra, che trascorrono lì.

Chissà quanto durerà, chissà quando finirà.

 

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serie b

venite amici, ci sono anche le mie foto! =)

21 dicembre 2007 § 2 commenti

“I NON LUOGHI”: a Napoli un Festival delle Arti Video e della Cinematografia

Una rassegna gratuita di video d’arte, cortometraggi e documentari su “I Non Luoghi” delle Città,  i1 21 dicembre 2007 dalle ore 16:30 nella sede della Sala Consiliare della Provincia di Napoli,  Largo Santa Maria La Nova 

 

Il 21 dicembre 2007 alle ore 16:30 si terrà a Napoli nella sede della Sala Consiliare della Provincia di Napoli in Largo Santa Maria la Nova, il Festival delle Arti Video e della Cinematografia “I Non Luoghi”, una rassegna multimediale – ad ingresso gratuito – di video d’arte, cortometraggi, documentari e fotografie su I Non Luoghi delle città, organizzata dall’associazione culturale “La Seconda Ombra” con il contributo e il patrocinio della Provincia di Napoli.

 

 

È la prima volta che Napoli ospita un festival multimediale che descrive in “non luoghi” della città, ovvero tutti quegli spazi – stazioni, aeroporti, centri commerciali, mezzi di trasporto pubblico -, vissuti come un territorio appunto “di passaggio”, come luoghi da attraversare in un percorso che porti da un momento della propria vita ad un altro. Ciò che infatti trasforma uno spazio in un luogo è proprio la capacità di ospitare le storie degli uomini.

 

 

Il compito di illustrare “sul campo” il sottile confine che separa un luogo da un non luogo sarà affidato ad una visita guidata lungo le stazioni dell’arte della linea 1 della metropolitana, il cui percorso si snoderà fra le fermate Materdei – Museo – Dante a partire dalle ore 10:00.

Alle ore 16.30 il festival sarà inaugurato dal convegno d’apertura “Luoghi E Non Luoghi”, che discuterà della definizione di non luogo e presenterà gli artisti che partecipano all’evento; interverrà il consigliere provinciale di Rifondazione Comunista Salvatore Napolitano.

La rassegna di video d’arte, curata da Giorgia Sabatini, critica d’arte e organizzatrice di eventi, intende esplorare il rapporto delicato tra habitat e comunità, tra lo spazio in mutamento e chi questo spazio lo vive. Infine, una rassegna di cortometraggi e documentari proporrà un gioco in cui ri-conoscere gli innumerevoli “non luoghi” indagati e rappresentati dal cinema.

  

 

«Il festival dei video d’arte e della cinematografia “I Non Luoghi” – afferma Chiara Biasco, membro dell’Associazione “La Seconda Ombra” – si propone di diventare un album multimediale da sfogliare per conoscere ed esplorare varie modalità di espressione, una vetrina in cui diventi possibile ammirare e conoscere artisti ed opere spesso non in grado di raggiungere un grande pubblico».

 

non è un paese per vecchi, ma nemmeno per giovani.

27 agosto 2007 § 2 commenti

Lo sceriffo Bell dell’ultimo romanzo di Cormac McCarthy (sentilo questo nome, è un sasso) non riesce a capacitarsi di come in questo mondo possano andare in giro ragazzi con i capelli verdi e l’osso al naso, se lo avesse mai detto a suo padre non ci avrebbe mai potuto credere. Eppure è così.

In questo mondo c’è gente che vende droga, e la cosa ancor più incredibile è che i ragazzini la comprano; e se quarant’anni fa il problema nelle scuole era qualcuno che masticava una gomma durante la lezione al giorno d’oggi i problemi si chiamano stupro e assassinio. Columbine sta lì a ricordarcelo.

Cioè, però non c’è bisogno mica di leggere un romanzo per queste cose, basta aprire un giornale: proprio oggi capita che due ragazze della generazione kappa (povero vecchio Kafka, che si rivolta nella tomba) si truccano e si mettono in posa dopo che la cugina è stata assassinata. Giornalisti, prego, accomodatevi.

Certo quello incarnato dall’oscuro Chigurh nel romanzo di McCarthy è il male assoluto, un male che uccide così, senza ragione, anche – soprattutto, forse – se non è obbligato a farlo, un male che al massimo può concederti un testa o croce, ma a volte è proprio la banalità odierna del male a spaventare: un male che, se non assoluto, appunto agisce così, per noia, non giustificato nemmeno da un’eventuale scelta “morale” di vita (io sono il male e per questo uccido), perché il mondo dello spettacolo, no, non può essere una giustificazione, o una scelta, ma una semplice aberrazione mentale, nella sua assoluta stupidità.

E noi costretti a leggere di queste cose cosa possiamo fare, tentare di evitare, di girare lo sguardo magari, di vivere un’altra vita, ma come si fa se il mondo in cui si vive è questo.

La rassegnazione dello sceriffo Bell la dice lunga, non c’è morale o coraggio che tenga, non ce la si fa a vivere in un mondo così.

Un mondo dove si rapina perché non si ha niente da fare magari, è Ferragosto e tutti i tuoi amici sono al mare e tu no, astinente e drogato allo stesso tempo, sei restato nella città assolata e deserta perché non hai soldi. E allora rapini il primo che ti capita a tiro, dammi tutti i soldi, non ti faccio niente, non voglio nient’altro, e non gli lasci nemmeno i soldi del parcheggio (il colmo sarebbe stato trovare la multa, al ritorno, tu che prendi sempre la metro), come se questi venticinque euro e dispari di questa tua prima e maldestra rapina ti servissero veramente a qualcosa, oltre a regalarti un pensiero in più, se solo fossi capace di pensare.

E allora tu che puoi fare se non cercare di non far incazzare più di tanto uno così e poi andartene, ma non sulla sua stessa strada però, almeno questo. Pensi che magari avresti potuto fare pure altro, anche se aver tolto cento euro dal portafoglio prima di scendere è già tanto, perché non c’è niente di giusto nel dover cedere i propri soldi a un altro così, senza nemmeno la minaccia di una pistola. Se avessi avuto ancora la barba magari tutto questo non sarebbe successo, ti viene anche da pensare.

Ma in quello stesso momento non puoi far altro che minimizzare il danno, sperare che non ti rubi le macchine fotografiche che porti nello zaino, gli occhiali che ti nascondono il viso, o quello stupido cellulare che hai in tasca, in quel momento non puoi far altro che pensare che non sia costretto a scappare o fare chissàche. E allora è vigliaccheria questa, caro sceriffo Bell?

Probabilmente tu avresti capito, il mondo è allo sfascio, mi avresti semplicemente detto guardandomi con quei tuoi occhi tristi e offrendomi un caffè.

 

E allora in un mondo così il massimo che puoi fare è ritirarti nel tuo paradiso privato, al riparo dall’inferno del tuo scontento. Così la sera viaggi a lungo, su un tavolato deserto, manco fossi veramente un cowboy come Moss.

Le curve sono alte e numerose, la tua meta è un piccolo paesino sulla montagna, è lì che suona Vinicio: Calitri. Dopo tutto è ancora Ferragosto.

Lui è un grande artista, fa concerti ovunque e ben pagato, ma la sua grandezza sta nel tornare al paese d’origine, sempre e comunque. È lì solo che è possibile la sua vacanza.

E quest’anno l’occasione del ritorno è prendere la cittadinanza di questo paese (questo sì, un paese per vecchi), un paese a cui però lui già appartiene però, come coloro che gli hanno dato materialmente i natali attestano in platea.

Vinicio come si dice in questi casi non si risparmia, e il tutto senza bere né mangiare: legge, suona con la Banda della Posta, e con la banda dei ragazzi poi, e nessuno di loro ha i capelli verdi, o l’osso al naso, no.

Vinicio, vaccaro nell’anima anche lui, suona e canta canzoni di un tempo lontano, dedica le sue parole a un paese spazzato via dalla ferrovia, è la malinconia a prenderlo adesso, ma poi Vinicio ride, soprattutto, è felice, bambino gioioso, perché è lui il vero uomo vivo di questa serata: forse non sa davvero dove andare, ma che importa, questa sera è a casa.

 

E poi un giorno ti svegli alle due del pomeriggio, e ti senti la testa come se avessi trincato vino tutta la notte precedente, la bocca impastata è proprio quella, mentre in realtà non hai fatto altro che divertirti, e ridere… ridere, quanto poco lo facciamo oggi.

C’è stato un tempo che davvero avresti bevuto tutta la notte, pazzo e felice, il tempo in cui attraversasti il confine con un sacchetto di marijuana nascosto tra la biancheria sporca, ma adesso sei grande e la tristezza di ciò ha preso anche te, una tristezza che alcuni chiamano maturità, ma dov’è la differenza?

Quella cosa che ti spinge a chiederti nel cuore della notte, o appena alzato, e adesso che faccio?

E così quando incontri qualcuno che quella tristezza dentro non ce l’ha, o l’ha superata, è come se te ne stupissi, e lo guardi, e un po’ di quella felicità ritorna da te, sotto forma di delirio, e gioia insensata.

Eugene Hütz è uno che è scappato di casa per via della nube tossica di Chernobyl, una fuga strana la sua, visto che a scappare con lui sono i suoi stessi genitori (li hai ringraziati abbastanza, Eugene?), accompagnandolo verso la sua nuova vita, una fuga strana, sì: New York è la sua nuova casa, la grande mela. Una mela che a morderla può rivelarsi rivelatrice come quella di Newton, o al curaro come quella di Turing, sta solo a noi deciderlo; e chi glielo avrebbe mai detto al giovane e bruttarello Eugene che un giorno, dopo aver lavato perfino vetri al semaforo ed essere stato ingiustamente in carcere (duri a morire, i pregiudizi), si sarebbe ritrovato alle tre e mezza del mattino in uno sperduto paese dell’Irpinia a scendere da un pullman con una bottiglia di vino in una mano e una chitarra nell’altra per poi intonare L’italiano di Toto Cutugno?

Nessuno, certo, avrebbe mai potuto dirglielo. Eppure è stato proprio così.

Il concerto era già finito da ore, ma lui ha preso la chitarra e sarebbe stato lì fino all’alba, amico tra gli amici, se solo non l’avessero spinto a forza sul tourbus, alla volta del prossimo incendio da appiccare. Perché è di questo che si parla quando si parla di un concerto dei Gogol Bordello: un fuoco folle e forse purificante, sicuramente pagano, dionisiaco.

Lo zingaro punk aveva bevuto molto, chiaro, ma non è questo il punto.

Il punto è che alla fine è questo che fa di te quello che sei, vivere.

 

 

 

«Sai quando sono lassù, quando non sono sulla Terra? Poco prima di lasciare questo posto del cavolo, ci scende addosso un velo di luce color angelo che poi scompare alle nostre spalle. E sai cos’è? È un’aureola. Non sto scherzando. Questo pianeta ha un’aureola, te lo garantisco, e questo significa che qui non può mai sbagliare nessuno. Quindi se una cosa ti sembra giusta, falla. Ok? Qualsiasi cosa che tu senta il bisogno di fare andrà bene».

 

(A.L. Kennedy, Stati di grazia)

 

 

non è un paese per vecchi, ma nemmeno per giovani.

27 agosto 2007 § 2 commenti

Lo sceriffo Bell dell’ultimo romanzo di Cormac McCarthy (sentilo questo nome, è un sasso) non riesce a capacitarsi di come in questo mondo possano andare in giro ragazzi con i capelli verdi e l’osso al naso, se lo avesse mai detto a suo padre non ci avrebbe mai potuto credere. Eppure è così.

In questo mondo c’è gente che vende droga, e la cosa ancor più incredibile è che i ragazzini la comprano; e se quarant’anni fa il problema nelle scuole era qualcuno che masticava una gomma durante la lezione al giorno d’oggi i problemi si chiamano stupro e assassinio. Columbine sta lì a ricordarcelo.

Cioè, però non c’è bisogno mica di leggere un romanzo per queste cose, basta aprire un giornale: proprio oggi capita che due ragazze della generazione kappa (povero vecchio Kafka, che si rivolta nella tomba) si truccano e si mettono in posa dopo che la cugina è stata assassinata. Giornalisti, prego, accomodatevi.

Certo quello incarnato dall’oscuro Chigurh nel romanzo di McCarthy è il male assoluto, un male che uccide così, senza ragione, anche – soprattutto, forse – se non è obbligato a farlo, un male che al massimo può concederti un testa o croce, ma a volte è proprio la banalità odierna del male a spaventare: un male che, se non assoluto, appunto agisce così, per noia, non giustificato nemmeno da un’eventuale scelta “morale” di vita (io sono il male e per questo uccido), perché il mondo dello spettacolo, no, non può essere una giustificazione, o una scelta, ma una semplice aberrazione mentale, nella sua assoluta stupidità.

E noi costretti a leggere di queste cose cosa possiamo fare, tentare di evitare, di girare lo sguardo magari, di vivere un’altra vita, ma come si fa se il mondo in cui si vive è questo.

La rassegnazione dello sceriffo Bell la dice lunga, non c’è morale o coraggio che tenga, non ce la si fa a vivere in un mondo così.

Un mondo dove si rapina perché non si ha niente da fare magari, è Ferragosto e tutti i tuoi amici sono al mare e tu no, astinente e drogato allo stesso tempo, sei restato nella città assolata e deserta perché non hai soldi. E allora rapini il primo che ti capita a tiro, dammi tutti i soldi, non ti faccio niente, non voglio nient’altro, e non gli lasci nemmeno i soldi del parcheggio (il colmo sarebbe stato trovare la multa, al ritorno, tu che prendi sempre la metro), come se questi venticinque euro e dispari di questa tua prima e maldestra rapina ti servissero veramente a qualcosa, oltre a regalarti un pensiero in più, se solo fossi capace di pensare.

E allora tu che puoi fare se non cercare di non far incazzare più di tanto uno così e poi andartene, ma non sulla sua stessa strada però, almeno questo. Pensi che magari avresti potuto fare pure altro, anche se aver tolto cento euro dal portafoglio prima di scendere è già tanto, perché non c’è niente di giusto nel dover cedere i propri soldi a un altro così, senza nemmeno la minaccia di una pistola. Se avessi avuto ancora la barba magari tutto questo non sarebbe successo, ti viene anche da pensare.

Ma in quello stesso momento non puoi far altro che minimizzare il danno, sperare che non ti rubi le macchine fotografiche che porti nello zaino, gli occhiali che ti nascondono il viso, o quello stupido cellulare che hai in tasca, in quel momento non puoi far altro che pensare che non sia costretto a scappare o fare chissàche. E allora è vigliaccheria questa, caro sceriffo Bell?

Probabilmente tu avresti capito, il mondo è allo sfascio, mi avresti semplicemente detto guardandomi con quei tuoi occhi tristi e offrendomi un caffè.

 

E allora in un mondo così il massimo che puoi fare è ritirarti nel tuo paradiso privato, al riparo dall’inferno del tuo scontento. Così la sera viaggi a lungo, su un tavolato deserto, manco fossi veramente un cowboy come Moss.

Le curve sono alte e numerose, la tua meta è un piccolo paesino sulla montagna, è lì che suona Vinicio: Calitri. Dopo tutto è ancora Ferragosto.

Lui è un grande artista, fa concerti ovunque e ben pagato, ma la sua grandezza sta nel tornare al paese d’origine, sempre e comunque. È lì solo che è possibile la sua vacanza.

E quest’anno l’occasione del ritorno è prendere la cittadinanza di questo paese (questo sì, un paese per vecchi), un paese a cui però lui già appartiene però, come coloro che gli hanno dato materialmente i natali attestano in platea.

Vinicio come si dice in questi casi non si risparmia, e il tutto senza bere né mangiare: legge, suona con la Banda della Posta, e con la banda dei ragazzi poi, e nessuno di loro ha i capelli verdi, o l’osso al naso, no.

Vinicio, vaccaro nell’anima anche lui, suona e canta canzoni di un tempo lontano, dedica le sue parole a un paese spazzato via dalla ferrovia, è la malinconia a prenderlo adesso, ma poi Vinicio ride, soprattutto, è felice, bambino gioioso, perché è lui il vero uomo vivo di questa serata: forse non sa davvero dove andare, ma che importa, questa sera è a casa.

 

E poi un giorno ti svegli alle due del pomeriggio, e ti senti la testa come se avessi trincato vino tutta la notte precedente, la bocca impastata è proprio quella, mentre in realtà non hai fatto altro che divertirti, e ridere… ridere, quanto poco lo facciamo oggi.

C’è stato un tempo che davvero avresti bevuto tutta la notte, pazzo e felice, il tempo in cui attraversasti il confine con un sacchetto di marijuana nascosto tra la biancheria sporca, ma adesso sei grande e la tristezza di ciò ha preso anche te, una tristezza che alcuni chiamano maturità, ma dov’è la differenza?

Quella cosa che ti spinge a chiederti nel cuore della notte, o appena alzato, e adesso che faccio?

E così quando incontri qualcuno che quella tristezza dentro non ce l’ha, o l’ha superata, è come se te ne stupissi, e lo guardi, e un po’ di quella felicità ritorna da te, sotto forma di delirio, e gioia insensata.

Eugene Hütz è uno che è scappato di casa per via della nube tossica di Chernobyl, una fuga strana la sua, visto che a scappare con lui sono i suoi stessi genitori (li hai ringraziati abbastanza, Eugene?), accompagnandolo verso la sua nuova vita, una fuga strana, sì: New York è la sua nuova casa, la grande mela. Una mela che a morderla può rivelarsi rivelatrice come quella di Newton, o al curaro come quella di Turing, sta solo a noi deciderlo; e chi glielo avrebbe mai detto al giovane e bruttarello Eugene che un giorno, dopo aver lavato perfino vetri al semaforo ed essere stato ingiustamente in carcere (duri a morire, i pregiudizi), si sarebbe ritrovato alle tre e mezza del mattino in uno sperduto paese dell’Irpinia a scendere da un pullman con una bottiglia di vino in una mano e una chitarra nell’altra per poi intonare L’italiano di Toto Cutugno?

Nessuno, certo, avrebbe mai potuto dirglielo. Eppure è stato proprio così.

Il concerto era già finito da ore, ma lui ha preso la chitarra e sarebbe stato lì fino all’alba, amico tra gli amici, se solo non l’avessero spinto a forza sul tourbus, alla volta del prossimo incendio da appiccare. Perché è di questo che si parla quando si parla di un concerto dei Gogol Bordello: un fuoco folle e forse purificante, sicuramente pagano, dionisiaco.

Lo zingaro punk aveva bevuto molto, chiaro, ma non è questo il punto.

Il punto è che alla fine è questo che fa di te quello che sei, vivere.

 

 

 

«Sai quando sono lassù, quando non sono sulla Terra? Poco prima di lasciare questo posto del cavolo, ci scende addosso un velo di luce color angelo che poi scompare alle nostre spalle. E sai cos’è? È un’aureola. Non sto scherzando. Questo pianeta ha un’aureola, te lo garantisco, e questo significa che qui non può mai sbagliare nessuno. Quindi se una cosa ti sembra giusta, falla. Ok? Qualsiasi cosa che tu senta il bisogno di fare andrà bene».

 

(A.L. Kennedy, Stati di grazia)

 

 

Anna Zacco e le signorine moderne.

28 maggio 2007 § 17 commenti

Interrogato al riguardo il venditore ambulante risponde che Anna Zacco è quella signora là, quella che prima viveva alla fine della strada, proprio laggiù, ma che adesso ha traslocato, se n’è andata.

Se n’è andata svuotando e rovesciando tutti i suoi cassetti su questa bancarella, certo non proprio lei, ma disponendo a chi di dovere che tutte le cose di quella casa fossero date via, libri, lettere, carte, foto, tutta una vita lasciata indietro insomma.

Perché alla fine una vita si riduce a questo: una serie di cose, e di oggetti, che raccontano ciò che è stato e che adesso non è più, un qualcosa che è lontano nel tempo e, in questo caso, anche nello spazio.

Una cosa che continua a esistere, ed è, solo grazie al ricordo.

Memorie, che ci rassicurano della nostra esistenza.

E allora quello che mi chiedo io, che non butto via nemmeno i biglietti del cinema, è come fa una signora a disfarsi di tutto questo (o come fa qualcuno a disfarsi per poche euro di un’intera biblioteca francese, sfogliata e annusata su un’altra bancarella).

Tra queste carte c’era un quaderno che riguardava la pensione del marito, militare, e poi una lettera di ringraziamento da parte di una tale Superiora, nel convento della quale probabilmente studiavano le figlie della signora Zacco, un libretto di massime cristiane, delle cartoline, dei ritratti del Papa di allora, ma soprattutto foto.

Insomma, rispetto alla fatica fatta, niente che avesse così tanto valore, come ha fatto notare il sorridente venditore che in quella casa (ma la signora Zacco è stata sfrattata, o ha deciso di andarsene di sua sponte?) addirittura pensava di trovare dei soldi.

Ma questo venditore, tuttavia, si è messo a vendere queste cianfrusaglie a 1euro lo stesso, cianfrusaglie senza valore se non per un nostalgico del tempo che fu, o per la signora Zacco e parenti, certo.

Io ho comprato due foto, due foto per un euro, foto di gioventù della signora in questione.

Tutte e due in bianco nero, stampate su carta che sembra tela, appena un po’ ingiallite, hanno resistito bene al passare del tempo, immortalando per sempre persone che, almeno con questo aspetto, non esistono più.

E invece che fine faranno tutte le nostre foto, quelle digitali, mai stampate e salvate su dischetti che da qui a dieci anni non saranno, forse, più leggibili causa mancanza e/o mutamento dei lettori?

Che fine faranno, le nostre memorie?

 

La foto che ho scelto per prima ritrae una donna che io presumo, appunto, sia la signorina Zacco, nel fiore della sua gioventù o, come si sarebbe detto allora, in età da marito.

Questa donna non sta sorridendo, le labbra piene sono chiuse, lo sguardo è penetrante e malinconico, ha dei fiori tra i capelli. Questi le arrivano alle spalle, e lei è molto bella. In un impeto artistico il fotografo (il cui marchio in rilievo è impresso sulla foto, a mo’ di pubblicità) ha donato a questa donna una specie di aura ultraterrena, adagiandola su sfondo bianco e cancellando quasi tutto il suo corpo, forse è lui stesso che le ha detto di non sorridere per rendere il ritratto più importante.

Di questa foto c’era anche un’altra copia, un po’ più macchiata, in effetti la signorina Zacco è venuta molto bene e forse ha voluto mandare questa foto a qualche amica, o addirittura a uno spasimante, imprimendo segretamente l’evanescente segno delle sue labbra amanti sul retro della foto.

Sì, perché all’epoca quasi tutte le foto venivano stampate a uso di cartolina postale, sul retro c’erano righe per l’indirizzo, e spazio per il francobollo.

Nella seconda foto la signorina Zacco invece è in compagnia della sorella e del figlio di questa.

Le due sorelle hanno ambedue un vestito nero a motivo floreale che differisce solo nel collo, più elegante per la sorella maggiore e più sbarazzino per la signorina Zacco; quest’ultima ha anche un cappellino bianco, posto di sbieco sui capelli un po’ più corti rispetto all’altra foto.

In questa foto la signorina Zacco si vede subito che è più giovane, è una ragazza, sorride, e i suoi occhi brillano, forse il suo cuore non è stato ancora spezzato, e non ha ancora avuto modo di soffrire per le traversie della vita; ma anche l’altra sorella, più grande e più bruttina, sorride, seppur in modo meno naturale. Lei è seduta su una sedia senza schienale, una sedia che di sicuro ha un nome preciso, e accavalla le gambe da vera signora, mostrando scarpe di vernice e calze a rete; davanti a lei c’è suo figlio, tutto vestito di bianco, pettinato e serio. Immobile, fisso, così come gli ha ordinato il fotografo (un altro marchio anche qui, differente). Questa sedia poggia curiosa su una piccola pelle di leopardo, regalo del padre militare lontano, chissà.

 

 

bouquet

Intanto le ragazze di oggi, in metro, sfogliano tutte colorati cataloghi di paesi esotici e mai troppo lontani: Tunisia, Caraibi, Maldive, Sharm El Sheik; le vacanze si appressano e loro non vogliono certo farsi trovare impreparate.

Sfogliano, da sole o in compagnia di un’amica, questi compendi di sapori e afrori lontani che, attraverso precisi listini prezzi e foto vuote e irreali di villaggi non-luoghi in cui il cameriere di colore parla più italiano di te, promettono tiepidi bagni al cloro e bollenti serate house, baci salati con retrogusto di tabacco e sesso facile e veloce, da dimenticare il giorno dopo o magari anche qualche anno più in là, se si è più fortunate.

Quanto costa al giorno d’oggi una settimana lontana dalla solitudine e dalla munnezza opprimente?

Ci sono le offerte.

Alla fin fine lo sguardo di queste ragazze è uguale a quello della signorina inizio-secolo Anna Zacco: brillante e pieno di speranza, non ancora toccato – sporcato – dalla vita che verrà… per la maggior parte di loro.

 

scatole

Io, ovviamente, per mancanza di compagnia e/o risoluzione, non so ancora dove trascorrerò le mie vacanze, ma per intanto me ne vado al Primavera Sound, dove, tra i tanti altri, vedrò la Gioventù Sonica suonare per intero il sonico monolite Daydream Nation, il malinconico giramondo Beirut (ascoltate quel gioiellino pop che è Scenic World), i malinconirici Grizzly Bear, gli avanguardisti Battles, gli inventori del post-rock Slint, la sputazzante poetessa rock che non si depila, gli eroi della mia adolescenza indie-rock Girls Against Boys (cercate la grandiosa Let Me Come Back!), le zucche riunite addirittura.

     

 

                                                                                     «Ci vuole molto tempo per diventare giovani».

 

                                                                                            (pablo picasso)

 

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