ieri su flickr ho creato un gruppo ispirato e dedicato a diane arbus.

13 giugno 2006 § 10 commenti

visitatelo e iscrivetevi se vi pare, grazie.

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30 marzo 2006 § Lascia un commento

stella stellina la notte si avvicina.

28 febbraio 2006 § 3 commenti

Le stelle incorniciano un orizzonte troppo ampio, ma il cielo è buio, l’azzurro finito; vedi solo oscurità e paura in ciò che potrebbe essere bello. A volte la mente gioca brutta scherzi.
I pastelli a cera sarebbero quelli più adatti a disegnare una vita effettivamente sostenibile e vivibile, ma nell’era dei computer pennelli virtuali la fanno da padrone. Colori sfalsati, perché non esistono più pellicole. Eppure anche allora si interveniva sul negativo, ma non era la stessa cosa, l’intento era diverso. Passione, voglia di scoprire, di andare oltre; adesso è tutto molto più semplice, correzioni tutte uguali mirate all’omologazione, secondo un modello di mondo deciso da programmatori di computer troppo inquadrati, poco annoiati: il risultato è l’appiattimento come perfezione.
La miglioria è nell’occhio strabico di chi guarda, l’apprezzamento in quello invidioso di chi vede.
E la malattia del mondo moderno si rivela essere il sesso spinto dalla depressione, un contatto per non sentire il proprio corpo perdersi. Sì, è questo, non c’è altro. Ma nessuno ne è cosciente, l’orgasmo non lascia spazio al pensiero… è la petite mort. Ma fosse davvero così, sarebbe tutto molto più semplice. Niente più paure, solo certezze.

Tè, caffè, me. (ovvero: riflessioni post-viaggio e un pizzico di saudade)

13 gennaio 2006 § 10 commenti

Questa volta da Londra mi sono portato il tè a prima colazione, la mattina, ché la mia amica questo prendeva, non caffè né tanto meno latte. Lo preparava per tutti e due, mettendo a scaldare la tazza colma d’acqua nel microonde (ma sarà salutare?), e poi giù, la bustina di earl grey  nell’acqua bollita, per tanto tempo quanto uno vuole, dipende da come gli piace il tè; poi io ci aggiungevo zucchero, lei no.
Ma la cosa strana è che non metteva mai le due tazze insieme nel microonde, no, le metteva una alla volta, raddoppiando i tempi quindi, figuriamoci, si fa tanto per dire, si faceva in un attimo; e quando le ho fatto notare questa cosa anche lei se n’è stupita, non ha saputo dare una spiegazione al suo comportamento e si è messa a ridere, con la risata dolce che fanno le ragazze quando non sanno cosa dire. Quel giorno che gliel’ho detto ha poi messo le due tazze insieme, nel microonde, ma successivamente ha continuato a fare come prima, una tazza alla volta.
E una cosa che ho scoperto è che con il tè si è molto più lucidi e svegli, certo dopo pranzo lo sbadiglio c’è sempre, ma un’apposita tazza (è dotata di colino) di tè (con un po’ di latte) a prima mattina è differente da una mezza tazza (da latte) di caffè con aggiunta di latte (un caffèlatte o un cappuccino? da cosa è data la differenza?), gli effetti sono diversi: ci si sente molto più leggeri e lo stomaco ringrazia, inoltre manca (per adesso) il senso di dipendenza dato dal caffè, poi il risveglio è molto più – appunto – lucido.
In sostanza basta una tazza di tè la mattina, non come il caffè, che richiede di essere sorseggiato anche a metà pomeriggio quando la mente si annebbia per questa piccola dipendenza e chiede la classica tazzina per ri-svegliarsi quindi: ma in realtà ben presto si scopre che il sentirsi più svegli grazie alla caffeina è solo un’illusione. E poi chi è, che vuole sentirsi più sveglio?
 
Eppure, a proposito di svegliarsi e di caffè, un’altra cosa strana è che da Londra mi sono portato anche un sogno: aprirmi un Caffè Nero (per chi non c’è mai stato: una catena di caffè paraitaliani) proprio lì, a Londra, o almeno trovarci un lavoro decente, magari in uno locale carino già avviato nei pressi del centro. Certo, uno stupido sogno, un’aspirazione scherzosa, ma mica tanto poi: perché – seriamente – questa non potrebbe essere un’alternativa di vita possibile forse?
Lavorare nel tepore di un caffè, servendo (?!) torte al cioccolato e cappuccini mica poi così male, tra avventori di ogni genere, con il fumo delle sigarette (ancora permesse al di là della Manica, sì) che si spande nella sala (tanto da dover aprire le porte per arieggiare, ogni tanto) e le discussioni a fare da sottofondo e collante tra le persone. Un posto così caldo che per una volta tanto non devi porti tante domande su come facciano queste cacchio di inglesi ad andare in giro semi-spogliate con il freddo che fa: ma certo, una ragazza così può anche apparire sexy, ma se poi al tatto risulta fredda mi dici che te ne fai? Rabbrividiamo.
E poi uscire dal lavoro e passare da Borders, libreria enorme articolata su più piani dove si va a fare la spesa di cultura, ma figurata (piccoli cestini pronti all’uso corrono in aiuto del famelico lettore) però: si legge tutto quello che si vuole, ma non si è mica obbligati a comprare nulla. Ci si stravacca sulle poltrone di velluto viola gentilmente offerte dalla Starbucks (concorrente americana di Caffè Nero che però serve cose molto meno buone c’è da dire, that’s it) e si resta lì, a sfogliare l’opera formidabile dell’incredibile Banksy (impavido situazionista museale, tra le altre cose) magari, insieme a un nero che mangia pollo fritto direttamente dalla busta take-away e a delle giapponesi che discutono di architettura d’interni tutto il tempo, sembra di capire.
Una cosa così sarebbe impossibile in qualsivoglia libreria d’Italia, che certo non mette a disposizione sedie e/o poltrone, ma d’altronde ogni popolo ha la cultura che si merita no? E pazienza (anzi tristezza) per le eccezioni.
Poi, all’orario di chiusura, uscire e andare a mangiare qualcosa, indiano o arabo va bene uguale, ma anche un salto a Chinatown è fattibile, ché è proprio lì vicino.
 
anywhere graffiti courtesy of the mighty banksy!E un’ultima cosa che volevo dire, una cosa – indovinate un po’? – davvero strana, è che uno fa millemila foto per cercare la foto perfetta e poi capita che la foto più bella è proprio l’ultima, una foto estemporanea fatta quasi distrattamente, per caso, quando i saluti già si intrecciano agli inviti e alle promesse di ritorno, una foto fatta senza nemmeno guardare nel display, perché si tratta di un auto-foto di commiato – ci facciamo l’ultima foto, insieme? – quando le ruote del trolley sono già a terra e il bagaglio a mano è a tracolla, una foto fatta giusto un momento prima di separarsi, underground, una foto imperfetta sicuramente, un primo piano imperfetto che distorce e arrossa il viso, lo sfondo sfocato, ma una foto bella però, una foto in cui gli occhi sono velati da un po’ di malinconia, anche se si sta sorridendo.

Tè, caffè, me. (ovvero: riflessioni post-viaggio e un pizzico di saudade)

13 gennaio 2006 § 10 commenti

Questa volta da Londra mi sono portato il tè a prima colazione, la mattina, ché la mia amica questo prendeva, non caffè né tanto meno latte. Lo preparava per tutti e due, mettendo a scaldare la tazza colma d’acqua nel microonde (ma sarà salutare?), e poi giù, la bustina di earl grey  nell’acqua bollita, per tanto tempo quanto uno vuole, dipende da come gli piace il tè; poi io ci aggiungevo zucchero, lei no.
Ma la cosa strana è che non metteva mai le due tazze insieme nel microonde, no, le metteva una alla volta, raddoppiando i tempi quindi, figuriamoci, si fa tanto per dire, si faceva in un attimo; e quando le ho fatto notare questa cosa anche lei se n’è stupita, non ha saputo dare una spiegazione al suo comportamento e si è messa a ridere, con la risata dolce che fanno le ragazze quando non sanno cosa dire. Quel giorno che gliel’ho detto ha poi messo le due tazze insieme, nel microonde, ma successivamente ha continuato a fare come prima, una tazza alla volta.
E una cosa che ho scoperto è che con il tè si è molto più lucidi e svegli, certo dopo pranzo lo sbadiglio c’è sempre, ma un’apposita tazza (è dotata di colino) di tè (con un po’ di latte) a prima mattina è differente da una mezza tazza (da latte) di caffè con aggiunta di latte (un caffèlatte o un cappuccino? da cosa è data la differenza?), gli effetti sono diversi: ci si sente molto più leggeri e lo stomaco ringrazia, inoltre manca (per adesso) il senso di dipendenza dato dal caffè, poi il risveglio è molto più – appunto – lucido.
In sostanza basta una tazza di tè la mattina, non come il caffè, che richiede di essere sorseggiato anche a metà pomeriggio quando la mente si annebbia per questa piccola dipendenza e chiede la classica tazzina per ri-svegliarsi quindi: ma in realtà ben presto si scopre che il sentirsi più svegli grazie alla caffeina è solo un’illusione. E poi chi è, che vuole sentirsi più sveglio?
 
Eppure, a proposito di svegliarsi e di caffè, un’altra cosa strana è che da Londra mi sono portato anche un sogno: aprirmi un Caffè Nero (per chi non c’è mai stato: una catena di caffè paraitaliani) proprio lì, a Londra, o almeno trovarci un lavoro decente, magari in uno locale carino già avviato nei pressi del centro. Certo, uno stupido sogno, un’aspirazione scherzosa, ma mica tanto poi: perché – seriamente – questa non potrebbe essere un’alternativa di vita possibile forse?
Lavorare nel tepore di un caffè, servendo (?!) torte al cioccolato e cappuccini mica poi così male, tra avventori di ogni genere, con il fumo delle sigarette (ancora permesse al di là della Manica, sì) che si spande nella sala (tanto da dover aprire le porte per arieggiare, ogni tanto) e le discussioni a fare da sottofondo e collante tra le persone. Un posto così caldo che per una volta tanto non devi porti tante domande su come facciano queste cacchio di inglesi ad andare in giro semi-spogliate con il freddo che fa: ma certo, una ragazza così può anche apparire sexy, ma se poi al tatto risulta fredda mi dici che te ne fai? Rabbrividiamo.
E poi uscire dal lavoro e passare da Borders, libreria enorme articolata su più piani dove si va a fare la spesa di cultura, ma figurata (piccoli cestini pronti all’uso corrono in aiuto del famelico lettore) però: si legge tutto quello che si vuole, ma non si è mica obbligati a comprare nulla. Ci si stravacca sulle poltrone di velluto viola gentilmente offerte dalla Starbucks (concorrente americana di Caffè Nero che però serve cose molto meno buone c’è da dire, that’s it) e si resta lì, a sfogliare l’opera formidabile dell’incredibile Banksy (impavido situazionista museale, tra le altre cose) magari, insieme a un nero che mangia pollo fritto direttamente dalla busta take-away e a delle giapponesi che discutono di architettura d’interni tutto il tempo, sembra di capire.
Una cosa così sarebbe impossibile in qualsivoglia libreria d’Italia, che certo non mette a disposizione sedie e/o poltrone, ma d’altronde ogni popolo ha la cultura che si merita no? E pazienza (anzi tristezza) per le eccezioni.
Poi, all’orario di chiusura, uscire e andare a mangiare qualcosa, indiano o arabo va bene uguale, ma anche un salto a Chinatown è fattibile, ché è proprio lì vicino.
 
anywhere graffiti courtesy of the mighty banksy!E un’ultima cosa che volevo dire, una cosa – indovinate un po’? – davvero strana, è che uno fa millemila foto per cercare la foto perfetta e poi capita che la foto più bella è proprio l’ultima, una foto estemporanea fatta quasi distrattamente, per caso, quando i saluti già si intrecciano agli inviti e alle promesse di ritorno, una foto fatta senza nemmeno guardare nel display, perché si tratta di un auto-foto di commiato – ci facciamo l’ultima foto, insieme? – quando le ruote del trolley sono già a terra e il bagaglio a mano è a tracolla, una foto fatta giusto un momento prima di separarsi, underground, una foto imperfetta sicuramente, un primo piano imperfetto che distorce e arrossa il viso, lo sfondo sfocato, ma una foto bella però, una foto in cui gli occhi sono velati da un po’ di malinconia, anche se si sta sorridendo.

because boys are stupid and smelly.

11 gennaio 2006 § 3 commenti

no.

10 gennaio 2006 § 2 commenti

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