edera.

9 marzo 2015 § 1 Commento

Edera, ragazza bionda dagli occhi azzurri, chi la conosce la crede soltanto una qualsiasi ragazza bionda dagli occhi azzurri; ma in lei c’è molto di più e che non si può dire perché è mistero. C’è tutto quello che gli hanno raccontato i ragazzi che l’hanno condotta nella casa sinistrata di Luigi e l’hanno baciata in mezzo ai mucchi di patate (e uno che non poteva farlo, rinchiuso dagli altri in una camera, ha buttato la bicicletta nella strada); e la leggenda incredibile della sua remissività e dei suoi furti di patate, fagioli e di occhiali da sole in casa di Luigi.
Il ragazzo di quindici anni l’ha vista per la prima volta durante la guerra seduta fuori dalla galleria sotto la collina, l’ha seguita molti giorni per la città. Alla fine lei è ritornata in galleria, là, dove per paura s’erano ridotti tutti gli straccioni del luogo.
Ora che è finita la guerra, stanno seduti per ore e ore sullo stesso scalino; Edera si è sposata con un soldato americano ma cosa vuol dire? Stanno qui seduti finché arriva Raoul, altro fiduciario delle barche, che siede tra loro e con gli occhi al cielo parla delle isole Canarie e del grandissimo sole di laggiù. Talvolta Edera sembra voler bene a Raoul perché intreccia le dita a quelle di lui dentro una fessura dello scalino e allora il ragazzo soffre un poco e avvicina il suo ginocchio a quello di lei. I suoi occhi azzurri si volgono con un’intelligenza che nessuno ha mai capito se non questo ragazzo e il ginocchio per metà nudo e per metà coperto dalla tela a fiorellini azzurri preme contro il suo; allora non importa più che Raoul le prenda un seno con l’altra mano, giacché Edera guarda il ragazzo e lo immerge beata nei suoi occhi celesti e Raoul non pensa al seno di lei ma fa la nenia degli uccelli, degli alberi, del cielo rosso, dei cappelli di Panama e delle cose grandissime delle isole Canarie. Edera, dolcemente animata soltanto da questo ragazzo di quindici anni fra tutti gli uomini, abbandonata nel letto ruvido del padre di Abramo, – finché questi va nei paesi in cerca di abete leggero – accanto a Raoul, magro desolato. Arriva l’altro giovane geloso che spende per lei, per portarla via da questo scalino dentro un’auto pubblica che gira, piano, per tutta la città. Ma domani a quest’ora è lì, tra Raoul e il ragazzo di quindici anni che vuole toccarla, guardarla e vivere all’aria con lei: polso tra le sue ginocchia, alito fresco, assorbimenti dell’espansione estiva.

(Goffredo Parise, Il ragazzo morto e le comete)

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§ Una risposta a edera.

  • sand ha detto:

    Nel 1950 Goffredo Parise, allora ventenne e del tutto sconosciuto, propone all’editore Neri Pozza un temerario romanzo «lirico e cubista (cioè romantico)», irto di «fratture narrative, di tempo e luogo», sull’amicizia tra due ragazzi. Come se non bastasse, rifiuta qualsiasi intervento: «Solo così come è attualmente mi pare e lo sento quale parte di me stesso» proclama sfrontato. L’editore capitola. “Il ragazzo morto e le comete” esce nel 1951 in una tiratura di mille copie. L’insuccesso è totale. Le cose, del resto, non potevano andare diversamente. Scritto da un diciottenne «con il sentimento con cui, a quell’età, si scrivono poesie», e con l’esplosiva urgenza di chi «vede la vita a batticuore», “Il ragazzo morto e le comete” nulla ha da spartire con la letteratura allora dominante. «Siamo di fronte» ha detto anni dopo Montale «a una sostanza poetica che ribolle e rifiuta di assestarsi entro schemi definibili». E anche oggi, rileggendolo, è difficile sottrarsi all’impressione di aprire una scatola a sorpresa da cui prorompono figure sbalorditive, incantevoli e dolenti: Antoine, che con una parrucca bianca e una redingote di raso azzurro vola in pallone; Squerloz, il costruttore di barche che vive in cantina con un barbagianni, una civetta e un topo bianco; Edera, che tutti credono una ragazza bionda qualsiasi mentre in lei «c’è molto di più e che non si può dire perché è mistero»; Leopolda e Massimino, coi loro occhi di vetro, la pelle di stracci e un corteo di infinite, orribili malattie. Sono gli esseri che popolano il mondo del ragazzo di quindici anni e dell’inseparabile amico Fiore, che non si rassegna alla sua morte e continua a cercarlo. Un mondo inconcepibile e necessario, «al tempo dimenticato del tramonto e della fine dell’Occidente». O anche, per usare le parole di Parise, «una cineteca personale di volti, immagini e sensazioni» – che si installa nella nostra mente per non uscirne più.

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