In base alla durezza dell’acqua.

11 novembre 2011 § 1 Commento

Katia infila una mano nella scatola, e non sa cosa ci trova dentro. Katia tocca una cosa che le sembra acqua, eppure non sa come sia possibile possa esserci dell’acqua in una scatola, «Com’è possibile», si chiede, infatti. Katia è cieca, dalla nascita. È abituata a non vedere, vedere è un verbo che non esiste, per lei, anche se lo usa, sì, mentre gli altri si ritrovano imbarazzati a interrompersi, quando parlano con lei. «Hai visto quella cosa, lì…». Katia non ci fa caso. Katia non ha nemmeno dovuto chiudere gli occhi, prima di infilare la mano, «Metti la mano qui», le ha detto D, e lei lo ha fatto, senza nemmeno vedere il piccolo pezzo di stoffa che copriva l’apertura, però è stato bello sentirlo scorrere sul dorso della mano, morbido, vellutato.

D ha un tatuaggio in faccia, sulla fronte, in mezzo, o meglio: ciò che resta di un tatuaggio. Una cosa impossibile da non vedere. Una mattina si è svegliato e se lo è ritrovato lì, rimandatogli dallo specchio di un bagno sconosciuto. Un piccolo simbolo che aveva visto su un libro sfogliato qualche giorno prima, il simbolo del sole, o qualcosa del genere. Il tatuatore gliel’aveva anche chiesto, «Ma sei proprio sicuro?», e lui aveva risposto, «Certo che sì, sono sicuro», tra le risate degli amici, e la birra che gli alleggeriva la testa. Il tatuatore aveva fatto il suo lavoro.
Quando D è tornato a casa mamma è scoppiata a piangere, però questa volta il suo era un pianto diverso, come se ormai fosse tutto finito, un pianto ancora più sommesso, ancora più silenzioso, ancora più disperato. D ci si era abituato, a sentire mamma piangere, a volte gli capitava di sentirla di notte, quelle poche volte che dormiva a casa. Mamma lo carezzava sulla guancia e «Vado a letto», diceva, anche se erano solo le nove, «la cena è in tavola». D mangiava e poi si addormentava davanti al televisore, vestito, gli anfibi allacciati fino a sopra.
Quella notte D non aveva dormito a casa, era tornato verso le undici di mattina, aveva visto le lacrime riempire gli occhi di mamma ed era subito andato a chiudersi in bagno. Aveva preso il coltellino che teneva sempre in tasca e aveva cominciato a incidersi la crosta di sangue coagulato che di lì a qualche settimana si sarebbe trasformata in tatuaggio permanente. Più incideva e più scavava, più scavava e più non sentiva niente. Il sangue aveva cominciato a colargli giù per la faccia quasi subito, come un sipario lo aveva visto ricoprirgli gli occhi riflessi nello specchio, scendere poi giù, a riempire il lavandino, che da bianco si era fatto rosso, scuro. D non ricorda per quanto tempo è rimasto in bagno, quel giorno.

Katia ha incontrato D al parco dove va sempre, insieme al suo cane. Il suo cane si chiama Terranova, come la razza a cui appartiene, le hanno detto che è tutto nero, e così Katia gli ha voluto dare questo nome perché, anche se lei non sa nemmeno cos’è il nero, almeno il cane sa di esserlo, perché i terranova sono tutti neri. «Punti di vista da cieca», pensava tra sé Katia, e le veniva da ridere. D l’aveva vista sorridere e si era avvicinato, forse più per il cane, che per la ragazza, però. D si era seduto sulla panchina, e aveva cominciato ad accarezzare il cane, mansueto. «Come si chiama?», aveva chiesto D, «Chi è? », aveva detto Katia, e poi, «Si chiama Terranova», senza nemmeno girare la testa. Katia aveva degli occhiali neri che le nascondevano gli occhi, e aveva continuato a guardare davanti a sé per tutto il tempo in cui D era rimasto lì ad accarezzare il cane.

Katia e D Avevano inventato un modo nuovo di parlare, Katia voleva sapere il mondo com’era e D glielo diceva.
«Com’è il sole oggi?», chiedeva Katia.
«Giaguaro», rispondeva D.
«E il cielo?», continuava Katia.
«Pecorelle», diceva serio D.
«E questa cos’è?».
«Una scatola».
«E cos’è una scatola?».
«È un posto che ci entri dentro e poi stai bene».

D era contento di aver incontrato Katia. Katia non poteva vederlo, e lui pensava che questo fosse un bene. D però poteva vedere Katia, quanto fosse bella, e un po’ era triste, perché «Ti sto ingannando», diceva, «tu non mi vedi». «Io ti vedo invece», diceva sempre Katia, e quando lo diceva si toglieva gli occhiali scuri, apriva le palpebre, e mostrava quei suoi occhi azzurri, belli, lattiginosi, coperti. Katia sorrideva, e a D veniva da piangere. Una volta da qualche parte D aveva letto che la vita è l’arte dell’incontro, e anche se non aveva capito bene cosa volesse dire, pensava che davvero adesso la sua vita fosse diventata arte, dopo aver incontrato Katia. Sperava non sarebbe mai finita.

«Allora, che senti?», le chiede D.
«Sento l’acqua», risponde Katia.
«E com’è l’acqua?», dice lui.
«L’acqua è dura», dice Katia, «quest’acqua è dura».
«Ma l’acqua non può essere dura», dice D, «l’acqua scorre e basta, dimmi che senti».
«Io sento quest’acqua», dice Katia, «la vedo, è dura, è un’acqua che scorre, ed è dura, e continua a scorrere, come se volesse infrangersi, come se l’acqua volesse parlare e dire: ecco, tu mi vedi così, ma io sono altro. È l’acqua che scorre, e che può farti male, ma non lo fa apposta, però».
«Non capisco», dice D.
«Lascia perdere, punti di vista da cieca», dice Katia, sorridendo, e toglie la mano dalla scatola. «Adesso tocca a te».
«Ma io so cosa c’è dentro», dice D, «l’ho fatta io, questa scatola».
«Adesso è diverso», dice Katia, «chiudi gli occhi, e guarda».

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