“guarda che questo non è un reality televisivo”. [cit.]

10 novembre 2006 § 21 commenti

Fur, il film su Diane Arbus è stupido e ridicolo, noioso.

Diane Arbus era una fotografa che nelle sue foto (su cui i benpensanti sputavano) cercava i lati oscuri e nascosti della realtà e dell’umano, fotografava i freaks perché diceva che tutti noi nella vita abbiamo paura di vivere un’esperienza traumatica, mentre i freaks sono nati con il loro trauma, hanno già superato l’esame, sono degli aristocratici quindi.

Ma Diane fotografava anche persone normali… colte in un attimo di quella che potremmo definire anormalità, senza virgolette, no.

Diane Arbus dopo aver attraversato campi nudisti e aver soggiornato in manicomio causa depressione è morta suicida, tagliandosi le vene nella vasca da bagno. Lasciava due bambine e un marito, ma il dolore era troppo.

Steven Shainberg, regista del pur apprezzabile Secretary (ricordo ancora solitarie signore cinquantenni uscire dalla sala appena accese le luci), ha deciso di fare un film concettuale e fiabesco (la bella e la bestia) e di mostrarci un prologo a tutto ciò, senza raccontarci niente di Diane, infine.

Tutto virato in blu, i mostri che scendono dall’alto come angeli, l’amante che diventa tale solo quando sarà “normalizzato” e reso bello dal sapiente rasoio della mogliettina Diane… proprio tutto il contrario di quello che voleva dire l’Arbus… o no?

Che il regista parli di un ritratto immaginario e che la protagonista sia la dea Nicole non cambia poi di molto le cose.

E se questo film fosse stato girato da Stanley Kubrick o da Tim Burton, registi che hanno riconosciuto e omaggiato il genio fotografico di Diane, il primo nelle inquietanti gemelle di Shining, il secondo nel gigante buono di Big Fish?

Per quanto riguarda i film giapponesi che ho visto qui, questi giapponesi non si regolano proprio.

Nei loro film o non succede niente o ci mettono così tante cose da poter riempire una serie completa di un telefilm adolescenziale o di uno shōjo manga… va bene la distanza culturale, ma perché tutto ciò?

Non capisco, eppure mi ritengo una persona abbastanza aperta, mentalmente, e non disdegno sguardi diversi. Mah! Continuerò a vedere film giapponesi, e a non capirli.

E, a proposito di cinema diverso, c’è una ragazza giapponese (con tanto di divisa sexy da scolaretta) anche in Babel , l’ultimo dolente film di Iñárritu e Arriaga, rispettivamente regista e sceneggiatore del tanto odiato (ma non da me) 21 Grammi.

Ancora una volta il racconto procede a frammenti, frammenti incoerenti solo a un occhio disattento, ma in realtà dalla costruzione forte e precisa, e in questo film ancor di più. È come un mosaico.

Le storie sono quattro, così come i paesi in cui si svolgono le vicende: America, Giappone, Messico, Marocco… questo intrecciarsi di lingue e nazionalità ricorda molto quell’altro bistrattato capolavoro che è Syriana… le musiche che accompagnano le immagini sono diverse, a seconda del paese, ma il respiro è globale, e così il dolore. Cioè, vedi un film di Innaritu e alla fine ti chiedi se sia mai possibile la felicità, se esista veramente, a questo mondo. La dedica finale del film in questo caso è molto indicativa: il regista dedica il film ai suoi due bambini, le stelle più brillanti della notte più oscura.

La ragazza giapponese, figlia unica di un uomo d’affari vedovo, è sordomuta ma il suo pianto è forte e chiaro. Non capisce il mondo in cui è immersa, vede quello che accade, ma non sente niente.

Ma d’altronde come capire un mondo nel quale un piccolo evento fortuito (qualcuno ha detto “effetto farfalla”?) avrà dolorose conseguenze fino all’altra parte del mondo?

Due turisti americani costretti a fermare il proprio viaggio, una messicana sperduta e piangente nel deserto, un innocente morto per niente. Si potrebbe però dire che la fine sembra lieta, per gli americani, così come impone il copione mediatico, ma si può davvero decretare un vincitore in un mondo dove i poveri, e i deboli, perdono sempre?

Se non odiassi così tanto gli spoiler (di cui quella maledetta vecchia gallina di Natalia Aspesi è maestra), andrei avanti con il racconto, ma spero tanto che qualche ramingo navigatore che passa di qui vada a vedere questo film, invogliato dalle mie parole.

 

(che poi ieri, finito il film, vado a prendere la macchina, levo l’antifurto meccanico e dallo specchietto noto un tizio che si sta avvicinando; questo mi fa segno che mi vuole dire qualcosa, ma non capisco bene, in realtà muove le labbra ma non mi sta dicendo nulla; continuo a fare la manovra e questo tizio continua a gesticolare, si fa addirittura minaccioso; non ci senti dice, e io penso col cazzo che ti apro, stronzo; probabilmente voleva rubarmi la macchina; mi avrebbe messo un coltello alla gola appena aperto il finestrino, magari; ma guarda te se al giorno d’oggi uno non può nemmeno più andare al cinema da solo; e comunque unendo questo episodio al film visto e ad altri due centri commerciali di fresca inaugurazione – evviva – di fronte al cinema diciamo che forse ero un po’ turbato, ieri sera)

 

Vista anche la mostra fotografica “Faces and Names” di Timothy Greenfield-Sanders, la settimana scorsa, ovvero una serie di ritratti di media/grande dimensione di gente famosa: Nicole Kidman, Keith Haring, Cindy Sherman, Lou Reed e Laurie Anderson teneramente abbracciati… ma anche George Bush, Al Gore, scrittori e stilisti, Bill Murray, Orson Welles e… pornostar: queste ritratte (serie “XXX”) in un dittico: ovvero vestite normali e nude, spogliate… o meglio dire “con abiti da lavoro”, quindi?

Devo dire che questi ritratti, davvero enormi, facevano davvero impressione, tanto che erano definiti si riusciva a vedere la peluria sulle guance delle attrici, i pori, la pelle d’oca…

Fa uno strano effetto vedere questi corpi così, attraggono magneticamente, eccitano, ed è interessante notare le differenze: è più sensuale la naturalezza vestita o la nudità artefatta?

Naturalmente guardando questi dittici fotografici la prima cosa che viene in mente è la Maya, vestita e desnuda, dipinta da Goya.

Io, non visto dagli inesistenti custodi, fotografo fotografie, secondo l’insegnamento warholiano.

 

Per quanto riguarda il lato concertistico, se solo avessi voluto avrei potuto vedere 5 concerti in 5 giorni.

Mercoledì scorso ho visto Lichens (aka Rob Lowe) e Bird Show (aka Ben Vida), in un locale – di cui ignoravo l’esistenza – molto carino peraltro, il Mutiny Republic; su disco Lichens e Bird Show fanno tipo una musica indie-ambient, ma non troppo lenta però, musica frutto di fields-recordings-voci-tapes&loops, ma dal vivo è stata tutta un’altra musica: canti di monaci e atmosfere mistiche, in pratica. Bello, anche se un po’ soporifero.

Giovedì poi si è tornati a vedere, per la terza volta ormai, gli OfflagaDiscoPax, l’ultima data del tour, era quasi un obbligo andarci! Comunque questo concerto conferma di nuovo le impressioni dei concerti precedenti: ovvero che gli Offlaga, data la loro natura “narrativa”, non sono proprio un gruppo da live, però dopo tanti mesi sul palco sembra che soprattutto Max si sia sciolto di più, e certe facce che fa a commento del testo che sta cantando sono davvero buffe e divertenti!

Gli altri due membri, Enrico e Daniele, fanno egregiamente il loro dovere ma, non so perché, mi danno l’impressione di chiedersi cosa ci facciano lì, boh.

Poi mi piace molto l’uso scenografico che Max fa degli oggetti/feticci…

Infine venerdì ho visto un gruppo cosmopolita ma di base a New York, i Melomane… il nome certo trae in inganno, perché quello che loro fanno non è niente di più che un semplice rockettino. Ma la passione e la cover che fanno dei Violent Femmes, gli fanno raggiungere un 6+, ma anche un sei e mezzo dai.

Al ritorno io e mio fratello ci perdiamo nel quartiere della Sanità, che certo è un quartiere bellissimo, ma già non è sicuro camminarci a mezzogiorno, figuratevi alle quattro di mattina!

I concerti persi sono stati quelli di (sabato) Tony Tammaro (il cui nome dice tutto) che suonava in un centro sociale a Caserta (ma a Napoli suonavano anche i Blaupankt), perché i miei amici – da veri amanti della musica dal vivo – non hanno voluto pagare il biglietto e quindi ce ne siamo andati a mangiare in un locale, dove siamo stati molto bene in verità, nonostante la televisione accesa; e (domenica) dei miei (altri) amici Leibnitz And The Spinozas che suonavano sempre nello stesso centro sociale di Tony (ma a Napoli suonavano anche Cesare Basile e Willard Grant Conspiracy che non è proprio il mio genere, però), ma dato che li ho già visti e li rivedrò ancora non mi andava di farmi un viaggio fino a Caserta.      

 

E per finire, i sogni di questa notte, uno dei quali davvero raccapricciante: guardavo la televisione, forse uno spettacolo del sabato sera con paolobonolis in smoking, e gli ospiti erano un donnone nero e miketyson, nero pure lui naturalmente. All’improvviso il donnone nero era tutto nudo, ed era nudo anche il piccolo tenero Mike, e questo donnone nero iniziava a sodomizzare con un aggeggio meccanico mike, e a lui piaceva e rideva, e intanto bonolis guardava, tutto questo in uno show televisivo in prima serata con relativo pubblico quindi, cavoli!

Nell’altro sogno invece ero nella casa colonica del paese di mia madre, Luogosano (novello borgo dei filosofi), e c’erano tante persone anziane sedute su vecchie sedie, in circolo, e c’erano anche bambini e gatti, e una di queste bambine era davvero minuscola, insomma era piccola d’età, ma piccola anche come dimensione, e all’improvviso questa bambina diceva una parola, «ignota», cioè diceva proprio «ignota», e tutti rimanevano stupiti di questo fatto, che questa bambina parlasse cioè, e poi questa stessa bambina prendeva le sembianze di un gatto, gli occhi le si allungavano e diventava proprio un gatto e cominciava a guardarmi e nessuno si stupiva più di niente…

Insomma, a me l’inconscio di David Lynch mi fa proprio un baffo eh.

 

 

 

«A photograph is a secret about a secret. The more it tells you, the less you know».

 

(diane arbus)

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