Morrissey non ha più suonato a Napoli perché la fottuta Carpisa produce borse in pelle. (Neapolis Festival 14-15-16/07/06)

4 settembre 2006 § 7 commenti

E anche questa edizione del Neapolis Festival è finita, la decima, ebbene sì, la prima edizione ci fu dieci anni fa, e chi lo avrebbe mai detto che, tra cambi di location e problemi organizzativi, si sarebbe arrivati fino a questo punto.
Questa edizione è stata importante per me anche perché è la prima volta che sono entrato completamente gratis… «Grazie al patentino di giornalista da poco conquistato?», si chiederanno i miei pochi lettori, «Ma no, sciocchi», risponderei allora io, «molto meglio essere amici degli organizzatori», quindi un grazie va prima di tutto a loro: grazie Freak Out.
Ecco perché ci si ritrova a scrivere una cronaca/report sul festival, è un modo di ricambiare la gentilezza, e se anche all’inizio il compito era quello di intervistare i Liars non fa niente, va bene anche un articolo.
Sì, perché i Liars alla fine a Napoli non ci sono mai arrivati: hanno annullato tutto il tour europeo causa morte della madre del cantante (pazzo) Angus… Peccato, e dire che l’avevo pure preparata l’intervista!
Ma d’altronde il Neapolis Festival non è il Neapolis Festival se, per un motivo o per un altro, qualche artista non viene a mancare (l’anno scorso gli Afterhours, la prima edizione i Faith No More! per quanto riguarda Morrissey, altro grande assente di questa edizione, il titolo dice tutto).
Ma basta cianciare inutilmente e passiamo alla musica.
 
 
Del primo giorno mi aspettavo molto dagli Eels, i cui primi album non possono mancare in nessuna buona collezione musicale che voglia ritenersi tale: Beautiful Freak, Electro-Shock Blues e Daisies Of The Galaxy erano dei capolavori quando uscirono e restano tali anche ascoltandoli oggi. Ma dove è andato a finire l’indie-pop malinconico di quei dischi?
A sentire, e vedere, questo concerto di quella musica lì non c’è rimasta alcuna traccia: con quelle barbe (tutti quanti!) gli Eels (ma del nucleo originario è rimasto solo Mr. E?) sembrano proprio gli ZZ Top, e anche musicalmente il rocckettone proposto si avvicina pericolosamente ai barbuti bluesman. Non che io abbia qualcosa da dire contro gli ZZ Top eh, anzi loro sono dei grandi, però dagli Eels ci si aspettava qualcosa di diverso, ecco. Così dopo un po’ si abbandona il concerto per andare a vedere lei, Tying Tiffany, altra suicide girl italiana (dopo Miss Violetta Beauregarde) che si è dedicata anima e corpo (e che corpo) alla musica (ma pare che questi non siano i suoi primi passi, comunque).
Prima di passare alla dolce Tiffany un’ultima curiosità sugli Eels, però: a fine concerto, grazie a un amico, si è prontamente recuperata la scaletta e grande stupore c’è stato quando s’è visto che la scaletta era doppia!
Cioè, c’era una scaletta (finta), con pezzi più vicini al passato (Novocaine For The Soul!), in cui spiccava anche una cover di Prince (Purple Rain), ma poi la scaletta effettivamente suonata è stata un’altra nella quale la cover scelta è stata la più discreta I Put A Spell On You di Screamin’ Jay Hawkins. Mah.
Comunque, a essere sincero sincero, a vedere il concerto di Tying Tiffany non è che abbia rimpianto più di tanto gli Eels… ma non pensate subito a male.
Tranne che per delle espadrillas rosse e delle calzette a righe verdi e blu Tiffany è tutta di nero vestita: un pantacollant, una canottiera trasparente e un wonderbra in bella mostra; un caschetto nero a incorniciarle il pallido viso. La sua musica è elettronica, tra gli ADULT. e Le Tigre, ma più punk, più punk di tante altre band “analogiche” in circolazione; per la quarantina di minuti per cui si concede a tutti noi (suonerà quasi tutto il suo album d’esordio, più Io Sto Bene dei grandissimi CCCP!!!) Tiffany non si risparmia per niente, e ci dimostra per bene come dovrebbe essere un concerto: movimento, sudore, capacità di trascinare il pubblico, di farlo divertire.
Peccato che siano in pochi a godersi questo concerto ma, come si dice, a ognuno il suo.
A fine concerto Tiffany si dimostrerà più che disponibile a scambiare quattro chiacchiere e fare qualche foto… Ma non le foto che ti aspetteresti da una suicide girl, asciugate la bavetta quindi.
La serata continua poi con i belgi dEUS, il cui concerto, per quanto mi riguarda, lascia il tempo che trova: anche loro non sono più la band di una volta, né musicalmente né organicamente, e lo show scorre abbastanza noioso, (indie-)rock d’ordinaria amministrazione insomma. L’unica canzone che mi emoziona è la mitica Suds And Soda, ma neanche più di tanto a dire la verità. Così ho ascoltato il concerto conversando amabilmente con un mio amico delle ultime deliranti serie del mitico South Park.
Il primo giorno del Neapolis si conclude infine di notte, con i dj italiani Peedo&Santos e l’acclamatissimo e pompatissimo Tiga, e non si capisce nemmeno tanto il perché poi: gli italiani non sono sembrati niente male, il giovane Tiga invece bravo sì, ma talvolta piatto, e poi suonare i propri pezzi (mettere il proprio disco cioè, con la propria voce registrata) mi dite che senso ha?
Sul dancefloor, noto anche una tristissima Rachele dei Baustelle seduta in disparte, sul marciapiede, così decido che sono triste anch’io e me ne torno a casa.
Ma, appunto… ci siamo dimenticati del pomeriggio!
Okay, basti dire che: i Baustelle abbronzati e in tenuta estiva sono, se possibile, ancora più noiosi e depressi(vi) della “versione autunnale”, però hanno recuperato dei pezzi dai primi due bellissimi album (Le vacanze dell’83!!!) quindi onore a loro; i Robocop Kraus sono carini e a tratti addirittura coinvolgenti, ma fin troppo derivativi dei Sound e in definitiva abbastanza monotoni; Athebustop credo lo abbiano visto in sette invece, non pervenuto quindi.
Per problemi tecnici deve aver suonato 13-14 minuti… Peccato, la sua cover di There Is A Light That Never Goes Out (forse c’è bisogno di dire di chi?!?) prometteva bene.
 
 
Il secondo giorno del Neapolis invece è per i vecchietti, e questo dimostra come il Neapolis sia un festival per tutti: giovani e vecchi, maschietti e femminucce; ma oggi vecchietti in particolare, si diceva: Robert Plant (& The Strange Sensation) e Carlos  Santana sono lì proprio per loro, come dinosauri immarcescibili a qualunque catastrofe li aspettano nell’arena, e infatti fin dal primo pomeriggio l’arena inizierà a riempirsi di nostalgici, ma anche di ragazzini alle prime armi con la musica.
Il tono è scherzoso, non ve la prendete, ché tutti da adolescenti abbiamo ascoltato Santana e Led Zeppelin, questo si sa, il punto è che poi si dovrebbe anche andare avanti, ma questo è un altro discorso, è meglio fermarsi qui prima di iniziare a litigare.
Santana e Robert Plant comunque fanno il loro dovere e donano ai convenuti proprio il concerto che si aspettano, ovvero due ore (e più) di musica, bis, assoli sboroni, eccetera eccetera. Per tutte e due non mancano cavalli di battaglia come Samba Pa Ti e Whole Lotta Love… Tutto molto bello sì, ma personalmente è altro quello che cerco dalla musica e a darmi quello che voglio ci penserà lo zio Iggy (Pop).
Sì perché Iggy sarà pure vecchio, sarà pure passato (?!?), ma sul palco è una bestia e sembra sempre lì lì per venire. Pare anche che fosse in compagnia di un femminone non indifferente.
Sinceramente non so come faccia sul palco a fare quello che fa alla sua età: io che ho la metà degli anni suoi sarei a schiattare per terra col fiatone dopo circa dieci minuti, minuto più minuto meno. Ma non il mitico Iggy che deve aver fatto un patto col Diavolo. La biondo-crinita iguana, tiratissima e anfetaminica, il corpo ricoperto di cicatrici e bruciate di sigarette, non si risparmia per niente: corre, urla, si agita epilettico, balla, si scopa l’amplificatore, sputa e ricambia gli sputi, (pre-)tende l’asta del microfono, si versa intere bottiglie d’acqua minerale in testa… lo sciancato Iggy, com’è sua abitudine, si denuda anche, quasi completamente, mostrandoci un culo flaccido e pendente.
Il mio magico press pass (ovvero “passo di pressa”) mi dà il privilegio di vederlo da vicino, per tentare di scattare a caso (in mezzo a fotografi professionistissimi) modestissime foto con la mia piccola scatoletta di ferro e vetro, mentre intanto i punk di tutta l’Italia ci mostrano il loro affetto sputandoci addosso, evviva.
Ma in realtà, di lì a poco, un bel po’ di persone potranno dire di aver visto Iggy da vicino, dato che il nostro arzillo nonnetto durante No Fun inviterà tutti a ballare con gli Stooges, esatto, proprio sopra al palco, salite pure, avete capito bene. Punk e bestie di ogni specie non se lo faranno ripetere due volte e il palco rimarrà ingombro di individui danzanti per un bel po’, esagitati energumeni della “security” massacreranno simpaticamente a colpi di cinghia un paio di persone per questo… «Fascisti!!!», urlerà loro il mitico.
In un articolo del 1977 (!!!) intitolato “Iggy Pop: Una fiamma ossidrica in versione sadomaso”, e ancora attualissimo (!!!) oggi, questo scrisse il grande Lester Bangs riguardo Iggy: «È l’artista più intenso che io abbia mai visto e quell’intensità gli viene da una compulsione omicida che in passato l’ha reso anche l’interprete più pericoloso al mondo: si tuffava in terza fila, si tagliava coi vetri rotti sul palco e poi ci si rotolava sopra, ingaggiava risse verbali e a volte fisiche col suo pubblico. […] Sì, Iggy ha un corpo fantastico: è talmente fantastico che ogni suo nervo grida disperato nell’ansia di esplodere fuori in una qualche libertà inimmaginabile. È come se uno che si contorce in preda al tormento avesse trasformato quelle contorsioni in una specie di poesia e noi vi assistessimo, soggiogati dalla bellezza di quelle contorsioni, talmente rapiti da dimenticarci cosa le ha originate».
A questo punto c’è bisogno di aggiungere altro? Posso mai scrivere qualcosa di meglio?
Ovviamente no.
Si può dire che insieme a quello di Tying Tiffany, questo è stato il concerto più adrenalinico dell’intero festival, quello per cui è valsa la pena pagare il biglietto, per chi l’ha pagato il biglietto, certo (eheh); il concerto scorre bene e i pezzi suonati sono presi soprattutto dai primi due album degli Stooges… Nota curiosa: la scaletta in pratica era un foglio A3 con le scritte a carattere tipo 50!!!
E sì, la vecchiaia è pur sempre la vecchiaia, e un appesantito Ron Asheton è proprio lì a dimostrarcelo; Iggy naturalmente è l’eccezione, ma il (leggendario) bassista Mike Watt non è certo da meno.
La giornata termina, come il giorno precedente, al palco elettronico: l’italiano Madox (aka Stefano Miele), The Glimmers (ultra-danzerecci e parianti), un danzerino Howie B (checazz’ ha i denti marci, ma con tutti i soldi che tiene un dentista no?) che davanti a un ormai piccolo gruppo di irriducibili dispensa l’arte sopraffina del taglia-e-cuci vinilico.
Ma nel secondo giorno ci sono stati anche: Mouse On Mars, il cui pregio è che il loro sembra un vero e proprio concerto, musica (propria) originale insomma, non un dj set di dischi altrui; Francesco Di Bella (ma senza i 24Grana), di cui purtroppo non ho potuto seguire bene il concerto (ma sicuramente non mancherà altra occasione), visto che ero uno dei pochi (a cui ha offerto birra a tutti!) a seguire la “cock rock disco” di Jason Forrest aka Donna Summer, un tamarissimo dj con tanto di maglietta satanica dei Black Sabbath capace di fare headbanging+airguitar per tutto il tempo del suo set, un grandissimo insomma; e poi ancora, gli emergenti Atari, da Napoli, interessantissimi nella loro musica electro-rock vestiti da Mario Bros. (ma insomma, decidiamoci: Atari, o Nintendo?), e infine Jolaurlo, da Bari, interessanti pure loro con il loro mix punk/reggae.
Dei Liars annullati (sigh sob) e della mia fortuna fantozziana ho già detto in apertura.
 
 
Il terzo giorno, vabbè, sono andato più per sport che per altro, a informarmi delle ultime tendenze per quanto riguarda hip-hop commerciale e musica da MTV, perché bisogna essere sempre informati, rendersi conto dell’hype, così sono andato a farmi un giro, a guardare le bancarelle.
No, non mi sto giustificando.
Quello che mi colpisce subito è la presenza di parecchi genitori di mezz’età che hanno accompagnato i propri pargoli (bambini!!! bambini!!!) a vedere questo tanto osannato Fabri Fibra (bambini con magliette originali di Fabri Fibra!!!), e questo assai artificioso (e anche un po’ ridicolo, eh) Mondo Marcio; li noti tra il pubblico, accanto alla figliolanza, questi genitori, e loro non è che se ne stanno tranquilli o in disparte no, loro ballano pure. Tristezza. Paura.
Un’altra categoria sociale che mi colpisce, a questo concerto, è quella del bboy/flygirl-punk/tossicodipendente: sinceramente io non l’avevo mai visto, questo tipo di gente qui.
Ah queste generazioni moderne, sempre piene di sorprese.
Comunque tra Mondo Marcio e Fabri Fibra quello che vince (ma poi perché non hanno avuto le palle di sfidarsi in una vera e propria gara di freestyle?) è sicuramente Fibra: almeno lui ha alle spalle un dj competente, ovvero (Big) Fish, ex-Sottotono. Sul palco Fabri è coadiuvato da altri due tizi, i Fobici Vacca e Neslie (fratello di Fabri), che gli fanno i cori ed esaltano il pubblico.
I Fobici hanno cantato il primo pezzo con maschere di cuoio nero. Mitici.
Le rime di Fabri Fibra hanno una proporzione di cinque parolacce a una parola normale, più o meno, e mentre lui rappa i genitori eccoli lì, tutti contenti che ballano insieme ai figli, mah. Forse sarò io il moralista bacucco.
Alla fine dei conti, relativamente parlando, questo Fabri Fibra non è male, e comunque è (sembra) sincero, come (ci) dimostra (con) il discorsetto morale che ci fa a fine concerto (lui fa hip-hop da dieci anni! mica è nato con la tivvì).
Mentre Mondo Marcio con aiutante e dj baby al seguito, nel suo scimmiottare modelli smaccatamente americani, si rivela piuttosto ridicolo (appunto) e insostenibile: già il gangsta americano era una palla, non abbiamo certo bisogno della relativa versione italiana. Con più o meno dieci anni di ritardo, per giunta.
Ottima, per presenza e musica, si dimostra invece la napoletana Alea che, anche se non si capisce bene quello che dice (e questo è un po’ una pecca per un/a rapper…), acchiappa però, sarà perché canta di una realtà più vicina a noi (ovvero l’ormai scontata et onnipresente Scampia and so on). Naturalmente la maggior parte degli spettatori, indottrinati musicalmente dalla televisione, non le presta la minima attenzione.
Nel pomeriggio suonano anche Stoop e Fragment, il loro è un indie-rock abbastanza normale, ma il fatto è che non ho tanto da dire perché non ero molto attento, faceva caldo, un mio amico ha affermato però che uno dei due gruppi sembrava i Blonde Redhead, se volete fidarvi, scegliete voi quale; poi ci sono stati i Califfo Deluxe con il loro ska/reggae/rock (patchanka?) che è ormai un genere abbastanza diffuso, sono stati anche “trascinanti”, ma sicuramente non originali; infine i poveri Scaramouche, poveri perché hanno avuto la sfortuna di esibirsi sul palco piccolo mentre in arena suonava Jovanotti, quindi a vederli c’erano solo i fantasmi e i panini napoletani, pure abbastanza tiepidi c’è da dire.
Questa è la dura legge dei festival: concerti in contemporanea.
Personalmente da lontano mi è sembrato che la loro musica assomigliasse a quella degli odiosi Modena City Ramblers, quindi sono scappato. Ma non è che in arena mi sia andata meglio, eh.
Jovanotti snocciola tutti i suoi classici, e la voglia di buonismo che alberga in tutti noi (è risaputo) viene soddisfatta appieno dalle immagini di un Papa Giovanni Paolo II benedicente (applausi), dalle immagini di un Massimo Troisi che canta l’inno nazionale (risate), dalle immagini della nazionale campione del mondo (urli di gioia). Tutti applaudono felici e contenti, commozione generale insomma. Commozione cerebrale?
La serata finisce infine con Roy Paci & Aretuska, sul palco piccolo, con gli ultimi rimasti (in pochi) che vogliono godersi fino all’ultima nota, e no, niente palco elettronico questa sera, cioè, questa notte.
Roy non è in forma, ha la voce bassa si scusa, e il gruppo è cambiato, ancora una volta, qualcuno se n’è andato, qualcuno è entrato, e Roy canta comunque troppo ultimamente, e suona la tromba troppo poco. Sotto il palco il pubblico balla, però io penso che rispetto agli inizi incendiari – quando suonavano uno ska classicissimo – qualcosa Roy Paci e gli Aretuska col passare del tempo l’hanno perso, così a me non mi viene da ballare. Ma forse sarà anche la stanchezza.
Il concerto comunque dura poco e si torna a casa, un pochetto più tristi (si fa per dire) perché un altro festival è finito e ci toccherà aspettare chissà quanto per vedere un qualcosa di decente, dritti e consapevoli in braccio a questa nuova ennesima estate ricca sfondata di musica etno-posticcia d’accatto, tormentoni commerciali stracciapalle e squallidissimi et inutili revival anni ’80.
Felice estate a tutti.
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