Di ciò di cui non si può parlare si dovrebbe tacere. (05/06/2006)

29 giugno 2006 § Lascia un commento

barbora bobulovaPrimo giorno del Napoli Film Festival.
Sono un po’ in ritardo, ma non fa niente; sebbene sia sempre interessante ascoltare un regista parlare di sé e del suo lavoro, Paolo Sorrentino mi sta sufficientemente antipatico per non rimpiangerlo più di tanto. Così passo all’ufficio stampa per ritirare il pass, e poi entro nel cinema con una buona mezzora di ritardo. Mi avvio per i corridoi del multisala e la prima persona che vedo è proprio il buon Sorrentino, seduto su certi scalini è impegnato in quella che sembra essere un’intervista al volo. Appena arrivo io l’intervista finisce e il regista vomerese (ndr: il Vomero sarebbe il quartiere “chic” di Napoli) si avvia verso la sala deputata alla sua “lezione di cinema”; sì perché, incredibile a credersi, sono anche loro in ritardo, lo stesso mio ritardo, nemmeno avessi voluto farlo apposta.
Avranno voluto aspettarmi perché sono troppo importante?
Comunque la buona notizia è che non verrà proiettato uno dei due (tre) film di Sorrentino che io ho già visto e che seppur apprezzabili ritengo troppo, mia modestissima opinione, pretenziosi e narcisisti; a Sorrentino non va di rivederli e così ha scelto Roma (Italia/Francia, 1972) del grande Federico Fellini.
Il film è un affresco visionario della Roma del tempo (o no?) di Fellini, una Roma che agli occhi del regista andava già perdendo una bellezza pura e primigenia per avviarsi sulla strada della, come dire, decadenza: esemplare da questo punto di vista è la scena degli affreschi sotterranei che intaccati dall’aria esterna vanno disfacendosi e morendo.
Una Roma perfetta per aspettare la fine del mondo, come sottolinea un estemporaneo Gore “Gorino” Vidal incontrato “per caso” al tavolino di un bar.
Figuriamoci se il maestro vedesse il mondo di oggi, allora!
Il film comunque è strano e non so nemmeno se si possa definire proprio film, sembra un documentario sceneggiato più che altro, con una sceneggiatura ridotta al minimo comunque: come se si andasse in giro per una città e si cercasse di prendere quello che si può.
Piccola nota di sfortuna: in una sala riempita da centinaia di studenti (lì solo per mettere la firma ovviamente, mica per altro) il vostro cineredattore è seduto proprio vicino all’unico fesso schiamazzante, vabbè.
Dopo la visione del film c’è il fatidico dibattito che si trascina stanco e inutile soprattutto a causa di un apatico e palesemente annoiato Sorrentino. Grazie ai soliti cinefili ghezziani (che Dio li abbia sempre in gloria!) con le loro solite domande qualcosa di buono ci esce però, intendendo con “buono” qualcosa su cui sghignazzare sopra naturalmente.
Sollecitato per quanto riguarda l’uso della musica nei suoi film, il nostro dice di preferire la musica elettronica (ndr: ottima per fare videoclip come la scena dell’auto ne Le conseguenze dell’amore, certo) e aggiunge – citando il povero Truffaut – che il jazz, non ne parliamo proprio, lo odia nei film, finendo poi per impapocchiarsi lui solo quando un ragazzo dalla platea gli ricorda un certo Woody Allen… Per non parlare di un certo Louis Malle che fece musicare il proprio Ascensore per il patibolo da un musicista jazz qualunque chiamato Miles Davis, avrebbe aggiunto il vostro cineredattore preferito se non fosse stato troppo timido per intervenire.
Sorrentino, non contento, si contraddice ancora, prima criticando la videoarte (che a suo parere per volere essere troppo originale finisce infine per non dire nulla) e poi deplorando il fatto che i film di oggi non hanno il coraggio di essere originali come quelli di Fellini; e, ancora, prima rammaricandosi del fatto che i film piccoli vengono subito smontati dalle sale perché incalzati dallo Spider Man (peraltro film bellissimi quelli dell’uomo ragno, eh!) di turno e poi desiderando tanto avere per i suoi film il pubblico natalizio?!?!
Bah, chi lo capisce a questo Sorrentino è bravo.
Il simpatico regista pieno di sorprese conclude dicendo che non gli si possono chiedere proprio a lui consigli per il mestiere di regista (e dire che è anche uno dei docenti di un corso di sceneggiatura qui a Napoli…) perché lui è stato solo molto molto fortunato e poi, se proprio deve dire una cosa, lui consiglia di essere cocciuti, non scoraggiarsi mai, ecco, per fare cinema bisogna avere una buona dose di “ottusità” (ipse dixit). Adesso sì, che si spiega tutto.
La giornata continua e si chiude con la visione di due film in concorso per la “sezione EuroMed”: Qui e Lì (Marocco/Francia, 2005) di Ismail Mohamed,e La radio (Italia/Gran Bretagna, 2004) di David Sordella.
Il primo ci racconta dell’impossibile ritorno al paese d’origine di una famiglia marocchina emigrata in Francia: “ritorno impossibile”, perché?
Perché il mondo cambia e certe possibilità pare non potranno mai esserci in un paese che rimane ancora disperatamente arretrato, questo il padre non vuole accettarlo, per lui sono inconcepibili certi moderni costumi occidentali adottati dai suoi figli… Ma come fare a segregarli in una terra arretrata? Impossibile, appunto. Chi vince tra due culture che si scontrano? Non quella più moderna, ma quella meno arretrata probabilmente…
Il secondo è un film strano, dal budget bassissimo probabilmente, fatto di soli tre attori e della loro interazione assai “teatrale”. È un film fatto “in famiglia”, opprimente, due fratelli e una sorellastra, una storia fatta di fantasmi e segreti che non riescono a essere sepolti per sempre.
L’inizio è pesante, forse troppo dilatato, e il disvelamento della vicenda – anche se sorprendente – alfine troppo brusco, e con certi elementi artificiosi che disturbano, eppure questo è un film che si fa apprezzare soprattutto per l’incredibile bravura dell’attrice principale: una bellissima Barbora Bobulova.
Un film da vedere e da supportare, anche se sicuramente imperfetto.
 
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