D’estate al cinema la felicità si serve fredda. (07/06/2006)

29 giugno 2006 § Lascia un commento

un'estate sul balconeLa mia terza giornata al Napoli Film Festival si apre con un altro dei film in concorso, sempre sezione “EuroMed”: Un’estate sul balcone (Germania, 2006) di Andreas Dresen, ovvero uno di quei piccoli gioellini che ti ricordano di come non esista solo il cinema di Hollywood.
La storia che questo film ci racconta è semplice, intima, proprio come la musica che l’accompagna, dolce e malinconica, composta dal musicista giocattolaio Pascal Comelade; il luogo è Berlino, ed è estate: due amiche trascorrono le calde giornate senza far quasi nulla, è così che va la (loro) vita.
Nike, bionda e perizoma sempre in vista, si guadagna da vivere accudendo persone anziane la mattina, come se le mancassero dei genitori che non ha mai avuto, ma anche per tenere bene a mente che un giorno la sua bellezza sfiorirà; Katrin, più grande e insicura, è già mamma e passa da un colloquio di lavoro all’altro, affogando tristezza e frustrazione nell’alcol.
L’estate continua a scorrere leggera, fino a quando non entra nella loro vita un uomo che le separa per un po’. Ma si ritornerà poi sul balcone, a parlare di niente… e così via.
Un film bello, che fa scendere anche la lacrimuccia, perché racconta proprio come va la vita, una vita che non è mai hollywoodiana.
La giornata continua con un’altra pellicola del regista spagnolo de la Iglesia: La Comunidad (Spagna, 2000), protagonista della quale è una scatenatissima Carmen Maura alle prese con una valigia piena di soldi trovata per caso in un alquanto strano (per usare un eufemismo) condominio.
I soldi erano di un vecchio che è morto chiuso in casa, un povero vecchio che non s’è riuscito a godere nemmeno una peseta di quei soldi, causa certi vicini avidi e cattivi (a dire poco).
C’è del marcio nel condominio insomma, e non c’è certo bisogno che ce lo venga a dire un regista spagnolo: chi di noi non ha mai avuto un vicino rompipalle, se non addirittura perfido?
In questo film tutto viene portato alle estreme conseguenze, e ogni condomino assume tratti diabolici e inquietanti. Ce la farà la nostra Carmen a uscirne sana e salva?
Il film è godibile nel suo essere così grottesco, anche se a tratti un po’ debole, comunque molto ben delineati tutti i personaggi tra cui spicca un cavaliere jedi finto tonto (attenti a lui!).
Nel pomeriggio si continua sul grottesco, ma lievemente, e assisto al primo film (per me) di un altro regista a cui il Napoli Film Festival ha dedicato una retrospettiva: ovvero Mortacci (Italia, 1988) di Sergio Citti, il quale lavorò con l’indimenticato Pier Paolo Pasolini.
Anche questo, come il film precedente (quello spagnolo), è un film corale, protagonisti certi morti che proprio non riescono ad andarsene nell’Aldilà. È che sono trattenuti qui sulla Terra dal ricordo di parenti e congiunti e così sono condannati a rimanere ancora qui; da quello che si vede e sente questi sono morti che hanno capito tutto della vita, e hanno imparato a prenderla con filosofia: che sia necessario morire allora, per capirla, questa vita?
Non penso si debba arrivare a tanto, ma forse arrivare vicino alla morte certo aiuta… È quello che probabilmente penserebbe anche l’Ivan dell’ultimo film (altro gran gioiello) della giornata, sacerdote credente fino alla cocciutaggine.
Il film in questione è Le mele di Adamo (Danimarca, 2005) di Anders Thomas Jensen, uno di quei film che le sale smontano troppo in fretta (altro che Sorrentino!) per accorgersene, ed è un peccato perché si tratta di un film davvero bello e intelligente (il che non guasta).
Il film ci racconta di Adam, un neo-nazista spedito a fare lavori socialmente utili in una chiesa, sotto la supervisione di padre Ivan. Ivan è uno che ha parecchio sofferto nella vita, ma è solo perché il Diavolo ha voluto metterlo alla prova, così crede lui. Adam è cattivo e tenta in tutti i modi di farlo vacillare, lui non ci crede a queste cose, Dio non esiste.
Le mele del titolo si riferiscono a quelle del melo orgoglio della chiesa, quelle con cui Adam si è impegnato a fare una torta di mele, ma Dio sarà d’accordo con il suo proposito?
A vedere quello che succede pare proprio di no.
Che fine ha fatto il Dio buono e caritatevole, pronto a perdonare tutto e tutti?
Dio è cattivo?
È quello che crede Adam (un nome scelto a caso?), ma non certo Ivan che arriva a negare la realtà pur di non mettere in dubbio la bontà di Dio. È stupidità, la sua?
No, probabilmente solo ingenuo buon senso.
Certo questo film non pretende di dare risposte importanti, eppure fa pensare, e anche tanto: cos’è meglio, vivere credendo in qualcosa e tentare di essere felici così, o non credere in nulla e lasciarsi dominare dal nichilismo più disperato?
È più felice Ivan, o Adam?
E gli altri protagonisti della storia?
A suo modo questo film, una parabola metafisica e surreale e totalmente anti-politically correct (grazie a Dio!), qualche risposta però la dà, e sicuramente insegna che non esistono persone cattive ma solo circostanze, cattive.
Amen, e così sia.
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