Cronaca semi-dada di un Film Festival chiamato Napule.

29 giugno 2006 § Lascia un commento

diane arbusC’è un romanzo dello scrittore surrealista francese André Breton, un romanzo chiamato Nadja, in cui i personaggi quando vanno al cinema ne usufruiscono in una maniera assai peculiare: entrano ed escono dalle sale a piacimento, guardando solo spezzoni di film, pochi minuti, mai un film intero, saltando da un genere all’altro, arrivando a spostarsi addirittura di cinema in cinema, tutto questo perché i surrealisti erano persone che andavano alla ricerca di quello che poteva essere considerato un vero e proprio “sogno”. Immagini viste e assimilate alla rinfusa, senza nessun particolare ordine logico se non quello dato dal caso: ecco un diverso modo di andare al Cinema che oggi è andato completamente perduto, se mai è esistito al di là del romanzo poi!
E questo fatto è paradossale, considerando tutti i multi-sala/plex sorti nelle periferie delle grandi metropoli in cui viviamo: certo verrebbe a mancare la dimensione urbana della passeggiata (quindi nuovi stimoli!) alla ricerca di una nuova sala di proiezione, ma oggigiorno sarebbe molto più semplice saltabeccare da un film all’altro, da un genere all’altro, e le possibilità di costruirsi una propria onirica esperienza aumenterebbero vertiginosamente… se solo la maschera di turno non ci invitasse ad abbandonare la sala una volta finito il film. Un biglietto, un film: è la legge.
«Sì, e allora?», si chiederanno a questo punto i miei (pochi) fedeli lettori; «Cos’è tutto questo sproloquio?», e pure avete ragione a chiedervelo.
 
Andate più su allora, a rileggervi il titolo di questo maldestro tentativo di pezzo giornalistico: “dada” è la parola chiave. Quest’anno io, modesto (modestissimo!) cineblogger truffautore, ho avuto l’occasione di provare il brivido dell’accredito stampa e, tornato bambino (da-da… da-da…), ho passato 7giorni7 chiuso in un multisala, sette giorni di visioni selvagge libero di entrare e uscire da ogni sala, tutte le porte si aprivano per me, ormai quelli dello staff del Warner Village di Via Chiaia (approfitto per salutarli: ciao!) avevano fatto l’abitudine alla faccia di uno sfaccendato come me che arrivava lì verso le 10 di mattina, massimo le 11, e se ne tornava a casa, stanco ma contento, verso le 20-20.30, ma talvolta anche verso le 23-24, complice il fratello minore che lo andava a prendere. Alla faccia dello scrocco!
 
Il tutto si è svolto dal quattro di giugno fino all’undici, e io che pensavo fosse difficile e faticoso (noioso?!) seguire 4-5 film di seguito… ma poi ci ho preso gusto e ne volevo sempre di più. Ritirato accredito e relativo catalogo (naturalmente a pagamento, per i comuni mortali) in un hotel parecchio chic, io coi jeans stracciati sotto le scarpe, c’è voluto giusto un attimo a capire come si sarebbero svolti i miei successivi giorni da disoccupato.
 
Svegliatomi la mattina presto, verso le sette, manco il tempo di lavarmi e di andare in bagno (è capitato) che, mangiato un biscotto e bevuto un caffè, si era già in metrò e funicolare (funiculì funiculà, recita il vecchio adagio) col solo ausilio del proprio iPod (è in casi come questi che si capisce l’utilità delle cose superflue), alla volta della mia giornata filmica: mentre la metro/funicolare in questione era piena zeppa di profumate ragazze pancia in fuori allevate alla scuola di Cicciopanzo e consorte Filippo dirette à la plage, il cinefilo nascosto sotto le mentite spoglie di cineredattore web e (quasi) giornalista pubblicista si avviava a immergersi nel buio della sala con barba lunga e occhi ancora impiastricciati dalle immagini del giorno prima, saltando da un film all’altro, spesso già iniziato… eh sì, dura la vita.
Ritornato a casa solo otto-dieci ore dopo, arricchito da minimo tre film ma con solo una misera frittatina (o pizzetta) nello stomaco, avrei trovato la casella mail intasata dai comunicati dell’ufficio stampa del festival nel caso avessi dimenticato qualcosa. Che cari.
 
Ma ciancio alle bande, passiamo al festival!
Se troverete queste parole troppo confuse, cercate di perdonarmi… è che talvolta si scriveva al buio!
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