Amore e Bellezza non sempre sono come appaiono. (10/06/2006)

29 giugno 2006 § Lascia un commento

semen, una storia d'amore.Niente matiné per la sesta giornata, la penultima, del Napoli Film Festival, ma solo due film, due film in concorso, sempre per la sezione “EuroMed, quelli che mi mancano.
Il primo è quel Verso l’Ovest (Bosnia Erzegovina/Croazia, 2005) di Ahmed Imamovic la cui copia su dvd ieri aveva dato non pochi problemi; ed è stato un bene recuperarlo in pellicola, perché è davvero un gran film, forse quello che meriterebbe la vittoria.
Prodotto da Jeanne Moreau (la quale appare anche in un piccolo cameo) e dedicato a Sergio Leone (qualche citazione sparsa qua e là), il titolo (Go West) preso da una vecchia canzone dei Pet Shop Boys, questo film è una struggente storia d’amore e morte che ci racconta di una guerra accaduta l’altro ieri, non così tanto lontano dall’Italia. Questo film ci racconta di quella guerra che all’inizio degli anni ’90 dilaniò e distrusse una terra dove fino a poco tempo prima aveva convissuto, più o meno pacificamente, serbi ortodossi e croati cattolici con musulmani. In particolare questo film racconta la storia di due omosessuali che tentano di sfuggire all’orrore andando verso il tanto sognato Ovest (l’Olanda dove la produzione d’armi è minima, quella di fiori massima), perché la felicità non può esistere laddove tutto è ridotto a maceria, fisica e spirituale. Questo è un film dolente, che riporta alla memoria fantasmi che chissà quando troveranno pace, forse mai; un film che insegna che l’unica consolazione, in quello che sembra essere un nuovo Medioevo dominato da insensatezza e magia nera, non può che provenire dalla Musica, dall’Arte… Ma basterà?
Di tutt’altro tipo e tenore è invece l’ultimo film visto: Semen, una storia d’amore (Spagna, 2005) di Daniela Fejerman e Inés París, sicuramente il film più lieve e umoristico di questi giorni.
Con un romanticismo goffo e delicato come Serafin, il protagonista del film, le due registe spagnole ci raccontano una fiaba assai moderna che tocca temi come inseminazione artificiale e coppie “alternative”, dimostrando ancora una volta, come se ce ne fosse ancora bisogno, di come le cose siano molto più semplici di quanto appaiano, se di mezzo non ci si mette la politica o ancora peggio una certa morale (?!) religiosa, perché le persone sono semplici e vogliono solo vivere e amare, e non tutto può essere ridotto a formula scientifica o modulo burocratico o dogma etico.
La storia è quella di Serafin, uno scienziato buffo come Mr. Bean che lavora in un laboratorio dove si pratica senza patemi né problemi l’inseminazione eterologa, che s’innamora di Ariadna, trapezista da circo che decide di avere un bambino senza papà; poi, attraverso vari scherzi del destino, la storia, girata con uno stile che a tratti ricorda Il favoloso mondo di Amelie, si evolverà inaspettatamente, e certo non è un caso che il circo dove lavora Ariadna si chiami Serendipity, parola coniata dallo scrittore Horace Walpole che sta a indicare quella facoltà secondo la quale uno si mette a cercare qualcosa ma per fortuna ne trova un’altra, anche migliore. Di più non posso dire della storia, rovinerei la sorpresa, sperando che comunque un giorno questa pellicola arrivi anche nella cattolicissima (ah ah ah) Italia.
La giornata continua con un evento speciale della sezione “TheCriterionCollection”, ovvero Fellini’s Homecoming (U.S.A., 2005) che non è altro che il making of di Amarcord, capolavoro del maestro riminese (ma ci volevano i mericani per farlo?).
In questo piccolo documentario ritroviamo parecchi amici di Fellini che, sulla base di quel film di ricordi qual è appunto Amarcord, ricordano la vera infanzia di Federico e la vera Rimini di allora; così si scopre che Fellini ha sempre avuto un rapporto di amore/odio con la città natia, tanto è vero che quando decise di fare questo film non girò in luoghi reali, ma ricostruì completamente la “sua” Rimini negli studi di Cinecittà: solo così egli potè infatti dare sfogo alla sua sfrenata fantasia e inventare fatti e luoghi che diventarono poi talmente reali nella memoria comune che la gente iniziò a crederci veramente, e a ricordare fatti in realtà mai avvenuti, se non nella mente dell’immaginifico regista.
La giornata si chiude infine con l’incontro ravvicinato con il regista piacentino Marco Bellocchio, sezione “IncontriRavvicinati” appunto.
L’incontro è interessante, certo, ma come tutti gli incontri di questo tipo caratterizzati necessariamente dal poco tempo a disposizione e dallo scarso approfondimento, lascia un po’ il tempo che trova, e alla fine si rivela una semplice chiacchierata fatta di aneddoti e qualche banalità.
Apprendo così che Bellocchio inizia a studiare da attore (ha molto rispetto degli attori, sottolinea) e non da regista, ma poi per problemi di voce e altro decide di lasciar perdere, anche se la tentazione di recitare lui stesso nei suoi film qualche volta è affiorata di nuovo (come per l’Aldo Moro di Buongiorno, notte); e poi apprendo anche che per il ruolo da protagonista de I pugni in tasca si fece addirittura il nome di un giovane e ingenuo Gianni Morandi che rimase entusiasta del copione ma che dovette rifiutare costretto dal padre e dall’agente che credevano che quella scelta gli avrebbe rovinato la carriera (o sarebbe nato un nuovo Morandi?); Bellocchio s’infervora poi quando si passa a parlare di immagini e bellezza di queste, di forma e contenuto.
Tutti possono fare film oggi, afferma Bellocchio, l’Italia non è più un popolo di poeti ma di cineasti, di questo Bellocchio è sicuro, tutti filmano. Ma poi chi ha le “immagini”? Verranno montate, curate, queste immagini? Diventeranno film?

L’importante è che queste immagini non siano solo belle esteticamente, l’appassionato Bellocchio si scaglia contro lo stucchevole estetizzante, la cosa importante è che queste immagini abbiano qualcosa da dire, conclude.

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