Cinque ragazze di Velluto Sotterraneo. (o anche: Dell’arte moderna.)

14 ottobre 2005 § 13 commenti

Le Afterfour sono cinque ragazze dell’Accademia di Belle Arti di Napoli il cui nome ai più sprovveduti ricorderà gli scaduti Afterhours, e così è in effetti, ma non perché ne siano fan o li vogliano omaggiare, ma solo perché i due nomi si ispirano alla stessa band che ormai non esiste più: gli indimenticabili Velvet Underground.
 
Le Afterfour, la loro opera, le avevo già incrociate al Neapolis Festival dell’anno scorso: erano verso le cinque del pomeriggio e loro tentavano di suonare in un’enorme palla (gonfiata) di plastica (esplosa) di warholiana memoria, suonavano e cantavano cover dei Velluti Sotterranei va da sé.
Il fatto è che avevano problemi, problemi di alimentazione elettrica credo, e non riuscii a goderne appieno l’arte. Certo la visione m’incuriosiva, e non solo per le cinque (belle) ragazze presenti, ma pure per la novità della cosa (Napoli come New York?), però il suono era confuso e così decisi di dedicarmi ad altri ben più interessanti gruppi, allontanandomi e pensando (non lo nascondo) che quelle ragazze fossero un po’ troppo pretenziose.
 
Le Afterfour le ho rincontrate di nuovo quest’anno, un anno e qualche mese dopo dal primo incontro, in tutt’altro contesto: la Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo, questa volta di passaggio a Napoli nella suggestiva location di Castel S. Elmo.
Ma anche la presentazione della loro arte, non solo il contesto, era del tutto diversa: le cinque ragazze adesso non erano più presenti, e i loro strumenti erano stati rimpiazzati da quattro simulacri in neon bianco posti su un piedistallo che suonavano in automatico appena un qualche visitatore avesse intersecato il raggio laser della fotocellule nascoste incorporate nell’opera.
La sala in cui era posta questa installazione era molto ampia e l’effetto era straniante poiché, essendo un luogo di passaggio molto affollato (era la prima sala della mostra), essa – con tutte le sale adiacenti – risuonava continuamente delle note distorte, e della voce, delle canzoni dei Velvet Underground.
Anche in questo caso il suono era confuso ma, trattandosi un luogo chiuso, non si disperdeva e l’insieme (sonoro, visivo) era molto più apprezzabile.
 
Quando ho visitato la mostra c’era una ragazza tutta di nero vestita intenta a trafficare con un computer in fondo alla sala, al fine di regolare i suoni dell’installazione credo.
«Il software musicale usato è uno dei più comunemente usati, il Cubase», come mi ha spiegato poi la ragazza con lunghi capelli neri raccolti in una coda di cavallo e frangetta corta a completare il tutto. Incredibilmente – per la mia timidezza – avevo attaccato discorso domandandole se lei fosse una delle “artiste”.
Le ho detto che le ricordavo dall’anno scorso, e lei sorridendo imbarazzata mi ha raccontato dei sempre famigerati “problemi tecnici” che affliggono qualsiasi musicista che abbia provato a esibirsi in pubblico. E poi mi ha spiegato che quella che stavo ascoltando non era la loro musica, ma cover «completamente riarrangiate» del gruppo chiamato Velvet Underground, suonate da non-musiciste quali loro sono… ignorando ovviamente che il mio iPod custodisce geloso l’intero cofanetto (tranne gli interminabili demo “drogati”) Peel Slowly and See, ovvero l’intera sotterranea discografia vellutata, sì, proprio quel cofanetto (5cd) con la banana – nuovamente – sbucciabile disegnata da Andy Warhol, artista che a dire la verità non mi è mai stato molto simpatico. Riconosco il suo genio, sicuro, ma non gli perdono – da bravo snob quale sono – il suo aver reso l’Arte così, come dire, “commercia(bi)le”.
 
La tizia in nero pretende anche di insegnarmi chi sia Andy Warhol appunto, ma non supponente, lo fa semplicemente per parlare, gentile e socievole, e allora io le butto lì i precetti filosovietici del maestro GioLindo Ferretti facilmente ascoltabili in un mezzo-bootleg pubblicato dai compianti CCCP: il punk è di tutti!
L’artista conclude – ma non per suo volere, come si potrà vedere in seguito –  dicendo che il gruppo è in procinto di pubblicare un singolo (e fare concerti?), anche se non sanno suonare (mmh?). La notizia che il singolo in questione conterrà composizioni originali mi lascia un po’ perplesso, però chissà.
 
Ma, tornando al motivo della nostra conversazione troncata d’improvviso, di lì a poco arriverà un ometto di mezz’età con tanto di riporto disinvoltamente portato che – interrompendoci molto maleducatamente –  inizierà a fare discorsoni sull’Arte, a chiedere alla ragazza se hanno intenzione di vendere l’opera, ma soprattutto domanderà insistentemente il significato dell’opera. È un artista pure lui, rivela, cosa significa tutta quest’arte moderna e/o contemporanea? Qual è lo scopo della sua nascita? A chi si rivolge?
L’unica rappresentante delle Afterfour presente per un po’ tenterà di rispondere alle curiosità del puntiglioso intellettuale talvolta anche aggressivo, spiegando che l’Arte non ha un significato preciso e definito, dipende da ognuno quello che ci vede (sente?), il significato è democratico insomma, e che – sì – l’opera è in vendita ma il prezzo dipende dal compratore e dalle sue intenzioni di esposizione. Anche io, pur non apprezzando tutta l’arte moderna e/o contemporanea che spesso trovo presuntuosa e inconsistente, partecipo alla discussione.
 
La voce della ragazza è profonda, penso sia la cantante del gruppo a sentire il nastro proveniente dal microfono al neon, e la sua risata, quando l’ometto svela il suo vero intento, è ancora più profonda.
«Signorina mi comunica più lei che la sua opera d’arte», afferma l’ometto squadrandola da capo a piedi. E a questo punto la ragazza – in un gesto di complicità – si volta verso di me e ride, assai divertita, ma forse anche un po’ disgustata chissà. Tutti uguali, questi uomini.
«E allora si ritorna sempre alla solita cosa, eh?», intervengo ridendo anch’io.
«Ma allora dipende lei che è venuto a fare qui, a vedere dell’arte o…», continua la ragazza le cui trasparenze hanno eccitato l’esagitato ometto.
«Vuole accompagnarmi per l’intera mostra, così mi spiega?», incalza l’affascinante playboy.
«Ma io non sono una hostess, io sono un’artista», risponde giustamente piccata l’artista di cui a tutt’oggi non conosco ancora il nome.
 
Successivamente l’ometto sarà visto – da me medesimo – ripetere la stessa scena-conversazione, patetico tentativo d’abbordaggio, con altre ragazze, almeno due; anzi confesso che ci proverà anche con me (…).
 
 
Questa è l’opera delle Afterfour:

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§ 13 risposte a Cinque ragazze di Velluto Sotterraneo. (o anche: Dell’arte moderna.)

  • cabepfir ha detto:

    Alquanto terrificante (l’ometto). Tu gli hai detto “Non sono uno steward, sono un traduttore?”

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  • sand ha detto:

    ah ah ah purtroppo non ne ho avuto la prontezza… forse perché senza l’attestato non mi sento ancora tale!? 😉

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  • pakiko ha detto:

    più pericoloso di un finto intellettuale c’è solo un presunto timido!;)

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  • sand ha detto:

    scccc non dire così davanti a tutti che poi la gente chissà che idea si fa di me! :p

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  • epoche ha detto:

    ” più pericoloso di un presunto timido c’è solo un presunto timido intellettuale! ”

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  • anonimo ha detto:

    …non sarebbero poche le precisazioni da fare sand..
    ma il tutto è divertente,
    anche il tuo racconto..

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  • sand ha detto:

    hai ragione epoché… mi hai beccato! 😛 ma ci conosciamo?

    oppure siete le afterfour al completo che mi stanno commentando?? una di loro mi aveva scritto ma poi non ha più risposto al mio messaggio… comunque caro/a anonimo/a puoi precisare tutto quello che vuoi, siamo qui per parlare! 🙂 il mio racconto è ironico, ma spero che si sia capito che l’opera m’è piaciuta…. altrimenti non ne avrei parlato.

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  • pakiko ha detto:

    epoche…sono pienamente d’accordo! 😉

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  • epoche ha detto:

    …è stato divertente trovare il tuo racconto, leggere la tua interpretazione, ma soprtatturro ho riso molto per il ricordo della scena..

    resta fuori dubbio che sei “pericoloso”: ),
    giusto pakiko?!….

    cmq grazie

    p.s.
    nn sò chi ti ha contattato… (?)
    nessun pubblico afterfour.. megalomane!

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  • epoche ha detto:

    …ciao.. ,)

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  • sand ha detto:

    ciao epoché!!

    allora tu sei la protagonista del racconto!?! 😉
    cmq non sono megalomane :p … è che un paio di settimane fa una certa “animaurla” mi ha mandato un msg dicendo che aveva trovato questo racconto cercando recensioni su di voi (afterfour) e il vostro lavoro in rete… e anche lei s’era divertita molto a leggerlo, ha detto che non era l’affascinante ragazza con la frangetta nera e s’è presentata come la più curiosa del gruppo e voleva sapere chi ero… le ho scritto un msg ma non l’ha mai letto… ma il fatto più strano è che, il giorno in cui ho risposto al msg, mi sembra di aver intravisto proprio te nella metro!!!

    ma adesso la smetto qui, sennò capace che mi dai del mitomane! :))

    ciao ciao!

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  • epoche ha detto:

    …ok nn sei megalomane..

    “animaurla” è una cara amica, afterfour(ff) a distanza..

    va bene.. Ciao

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